Alle 7.05 del 6 novembre 2026 un aereo dell’ITA si è staccato dalla pista di Fiumicino diretto a Montevideo. A bordo c’era un uomo di settantun anni che ventiquattro giorni prima era disteso su un tavolo operatorio del Policlinico Gemelli. Prima di salire la scaletta si è voltato a salutare, sorridendo, quanti erano rimasti sulla pista; davanti a lui, tredici ore e mezza di volo sopra l’Atlantico. Le pagine che seguono nascono da quel decollo. Raccolgono gli editoriali scritti giorno per giorno durante il sesto viaggio apostolico di Leone XIV, in Uruguay, Argentina e Perù, dal 6 al 17 novembre. Ma un’introduzione deve cominciare prima: da come il viaggio è nato, da ciò che significa, dai tre segni con cui è stato annunciato e dalle tre settimane in cui è parso che potesse non partire affatto.
Una promessa partita dalla Loggia
La prima tappa di questo viaggio, a ben vedere, è stata la Loggia delle Benedizioni, la sera dell’8 maggio 2025. Nel suo primo saluto il nuovo Papa trovò il modo di rivolgere, in spagnolo, un pensiero alla diocesi peruviana di Chiclayo, che aveva guidato dal 2015 al 2023. Un uomo nato a Chicago salutava dal balcone di San Pietro una diocesi della costa settentrionale del Perù: l’itinerario di novembre era già scritto in quella frase, prima ancora che qualcuno lo tracciasse sulle carte.
Il resto lo hanno fatto gli inviti. Il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo, lo invitò all’indomani del conclave; i vescovi uruguaiani chiesero al presidente Yamandú Orsi di farsi interprete del paese; e il 17 ottobre 2025, ricevuto in udienza, Orsi formalizzò l’invito a nome dello Stato. Uscendo dal Palazzo Apostolico raccontò che il Papa ne aveva «molta voglia», e che insieme avevano ricordato come il predecessore fosse rimasto con il desiderio, mai realizzato, di tornare sul Río de la Plata.
È il secondo filo della trama. Francesco, in dodici anni di pontificato, non tornò mai nella sua Argentina. La visita di Leone a Buenos Aires, a Córdoba e a Luján ha dunque anche il sapore di un debito saldato per conto d’altri: il successore porta nella casa del predecessore ciò che il predecessore non poté portarvi. Il terzo filo è il più intimo. Il Perù è il paese in cui Robert Francis Prevost ha speso oltre vent’anni di vita missionaria e di cui ha preso la cittadinanza; tornarvi da Papa significava tornare a casa, ma occorreva attendere che il paese chiudesse la sua stagione elettorale.
Il cammino non è stato lineare. Ancora alla fine di marzo del 2026 il cardinale Sturla, legando la tappa uruguaiana alle decisioni sul Perù, giudicava improbabile una visita entro l’anno; poche settimane dopo parlava di una probabilità dell’ottanta per cento. Il 5 agosto la Sala Stampa della Santa Sede ha sciolto le riserve: Montevideo, Paysandú e Florida dal 6 all’8 novembre; Buenos Aires, Córdoba e Luján dall’8 all’11; Lima, Chiclayo, Cusco e Pucallpa dall’11 al 17. Il 21 settembre è arrivato il programma: dodici giorni, tre paesi, quattordici luoghi. È il viaggio più lungo del pontificato, e giunge dopo la Turchia e il Libano, il Principato di Monaco, l’Africa di Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, la Spagna e quella Francia di cui questa collana ha già raccolto le strade.
L’itinerario come parabola
La sequenza delle tappe disegna una parabola. Comincia nel paese più secolarizzato dell’America Latina, l’Uruguay, dove i cattolici sono poco più di un terzo della popolazione e lo Stato ha dato nomi laici alle feste cristiane. Prosegue nella patria di Francesco, l’Argentina della teologia del popolo e della Vergine di Luján. Si conclude in Perù, la terra in cui il Papa è diventato ciò che è. È un movimento concentrico: dalla soglia alla casa, dalla periferia della fede latinoamericana al suo cuore, dal paese dove il Vangelo deve ancora farsi ascoltare a quello dove il Papa stesso è stato ascoltato per decenni, come missionario e come vescovo.
Il programma lo conferma passo dopo passo. In Uruguay il Papa si inginocchierà davanti alla Vergine dei Trentatré, patrona del paese, e visiterà la periferia di Casavalle. In Argentina incontrerà il presidente Javier Milei alla Casa Rosada, gli ospiti del Piccolo Cottolengo di don Orione, i detenuti di un carcere federale, e celebrerà a Luján. In Perù, dopo l’accoglienza della presidente Keiko Fujimori, salirà a Chiclayo per incoronare la Vergine Immacolata nella cattedrale e chiudere il Giubileo di san Toribio de Mogrovejo; pregherà a Cusco davanti alle mura di Saqsaywaman, volerà a Pucallpa per incontrare i missionari e i popoli dell’Amazzonia, e prima di ripartire visiterà gli anziani assistiti dalle Hermanitas de los Ancianos Desamparados.
Quel nome, Toribio de Mogrovejo, merita una sosta. L’arcivescovo di Lima che tra Cinque e Seicento percorse a piedi e a dorso di mulo il suo sterminato territorio morì nel 1606 a Saña, non lontano da Chiclayo, durante una visita pastorale: un vescovo morto per strada, in cammino verso il suo popolo. Che sia un Papa appena uscito dalla convalescenza a chiuderne il Giubileo è una di quelle coincidenze che la fede non si rassegna a chiamare coincidenze.
Tre loghi, un trittico
Ogni tappa ha il suo logo e il suo motto. Accostati, i tre segni compongono un trittico che merita di essere letto come si leggono le pale d’altare: da sinistra a destra, ma anche in profondità.
Il logo uruguaiano pone al centro Cristo crocifisso e risorto, raffigurato sulla ferula del Papa; ai lati stanno Leone XIV e la Vergine dei Trentatré; sopra splende il Sol de Mayo della bandiera nazionale, alla base corrono le linee azzurre del vessillo. Il Papa vi appare chino, le mani giunte sul bastone, davanti alla Madre: non il Papa che riceve omaggio, ma il pellegrino che va a renderlo. Il motto è l’annuncio dell’angelo ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia» (Lc 2,10). È il Vangelo della notte di Natale, portato nel paese che dal 1919 chiama il Natale «Giorno della Famiglia».
Il logo argentino è il più sorprendente, perché il Papa non c’è. C’è una folla di piccole figure umane, diverse per forma, grandezza e tono, tutte nelle sfumature del celeste nazionale, che avanzano insieme; e al centro, lasciata bianca, una croce. La croce non è disegnata: è lo spazio che la folla lascia libero. È il popolo, facendo posto, a far apparire Cristo. Nella patria di Francesco e della teologia del popolo, il Successore di Pietro scompare dentro la sua gente. Il motto, «Bienvenidos todos. Vayan y anuncien», tiene insieme accoglienza e missione: tutti accolti, nessuno escluso, e subito mandati. Il messaggio della visita è stato accostato alla prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, e alla sua immagine delle pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – che diventano pietre angolari di un edificio accogliente.
Il logo peruviano, infine, mostra la mappa del paese sormontata dalla colomba dello Spirito Santo; al centro il Papa sorride, circondato da cinque santi della tradizione peruviana: Rosa da Lima, Toribio de Mogrovejo, Martín de Porres, Francesco Solano e Juan Macías. Il motto è un invito: «Abramos el corazón», apriamo il cuore. Tra quei cinque c’è un francescano, san Francesco Solano, che sul finire del Cinquecento evangelizzò le terre del Tucumán, nell’attuale Argentina, prima di morire a Lima: un frate che ha percorso a piedi, quattro secoli fa, lo stesso cammino che il Papa compie ora in aereo, dall’Argentina al Perù.
Letti in sequenza, i tre loghi raccontano una progressione. In Uruguay il Papa è chino; in Argentina è assente; in Perù sorride. Prima pellegrino davanti alla Madre, poi disciolto nel popolo, infine a casa tra i santi. E le tre presenze che lo accompagnano – Maria, il popolo di Dio, la comunione dei santi – sono le tre figure con cui la Chiesa ha sempre descritto se stessa. Anche i motti si susseguono come i tempi di un unico gesto: l’annuncio della gioia, l’accoglienza che si fa missione, il cuore che si apre.
Tredici ottobre
A metà ottobre, però, il trittico ha rischiato di restare sulla carta. Domenica 11 ottobre fu lo stesso Leone XIV ad annunciare la scoperta di un nodulo al polmone e l’imminente intervento; ricovero e operazione furono programmati in fretta. La scelta di parlarne in prima persona, senza attendere un bollettino, suscitò qualche malumore in Curia; ma diceva molto dell’uomo. Martedì 13 ottobre, al Gemelli, i chirurghi asportarono il tessuto interessato e l’esame istologico confermò la diagnosi tumorale. Era il primo ricovero dall’elezione. Le udienze furono sospese fino al 20 ottobre, e la domanda che nessuno osava formulare ad alta voce cominciò a circolare: il viaggio si farà?
Dall’altra parte dell’oceano la trepidazione aveva il volto dei preparativi in sospeso. A Montevideo il cardinale Sturla ammise che la visita attraversava un momento di incertezza, pur dicendosi fiducioso che si sarebbe fatta, magari in una data diversa. In Europa qualcuno si chiese apertamente se fosse giusto partire: il giornale cattolico tedesco Die Tagespost sollevò la questione, osservando però che un Papa capace di onorare quell’impegno nonostante la malattia avrebbe reso un servizio all’immagine stessa del ministero petrino. Il direttore della Sala Stampa, Matteo Bruni, intanto ripeteva che il Papa conservava intatti l’intenzione e il desiderio di partire.
Le settimane successive hanno avuto il ritmo di una convalescenza pubblica. Il 16 ottobre il Papa celebrava la Messa al Gemelli; il 17 lasciava l’ospedale sorridendo; otto giorni dopo l’intervento tornava in papamobile in piazza San Pietro. Per prudenza era stata annullata la visita ad Assisi, prevista per il 27 ottobre. Ma il 26 la Sala Stampa diffondeva il comunicato atteso: la patologia era localizzata, non servivano ulteriori trattamenti oncologici, e il viaggio si sarebbe svolto secondo il programma già pubblicato. Il medico personale del Papa, Luigi Carbone, che lo aveva anche operato, escludeva controindicazioni e descriveva un paziente che seguiva le indicazioni mediche con scrupolo e con una profonda determinazione a continuare a servire la Chiesa.
Una volontà ferma
Il comunicato del 26 ottobre si chiudeva con poche righe del Papa. Leone vi diceva la propria felicità di poter tornare nel continente dove ha vissuto tanti momenti della propria vita, e affidava al viaggio un augurio: che fosse l’occasione per «aprire i nostri cuori gli uni agli altri», per rafforzare la comunione tra fratelli e sorelle, per rinnovare l’impegno ad annunciare il Vangelo con gioia.
Si rilegga quella frase tenendo accanto i tre loghi. C’è il cuore aperto del motto peruviano. C’è la comunione fraterna, il «bienvenidos todos» della folla argentina. C’è l’annuncio fatto con gioia, che salda il «vayan y anuncien» di Buenos Aires alla «grande gioia» di Montevideo. Un convalescente, a tredici giorni da un intervento oncologico, ha condensato in una sola riga l’intero trittico. Non è un esercizio di comunicazione ben riuscito; è il segno che il viaggio, per lui, non era un’agenda da rispettare ma un contenuto da consegnare.
Sarebbe sbagliato leggere questa determinazione come ostinazione, o peggio come prova di forza. La Chiesa ha imparato, negli ultimi decenni, che il corpo del Papa non è un affare privato. Giovanni Paolo II lo ha mostrato consumarsi davanti al mondo; Francesco ha benedetto la città e il mondo dalla Loggia nel giorno di Pasqua, alla vigilia della morte. Leone XIV ha scelto una via propria: la trasparenza all’inizio, annunciando lui stesso la malattia; la prudenza nel mezzo, con la rinuncia ad Assisi e l’obbedienza ai medici; la fedeltà alla fine, salendo sull’aereo. In questa sequenza c’è una lezione di governo e una lezione di vita.
Un francescano non può non pensare, qui, al Poverello negli ultimi anni: malato, quasi cieco, eppure ancora in cammino per le strade dell’Umbria a dorso d’asino, perché il Vangelo non sopporta di restare fermo. E non può non tornare a Toribio de Mogrovejo, il vescovo morto in visita pastorale, il cui Giubileo Leone chiuderà a Chiclayo. Ci sono pastori che misurano la salute del gregge sul calendario dei propri impegni, e pastori che misurano i propri impegni sulla salute del gregge. Leone XIV, partendo con il via libera dei suoi medici, ha mostrato di appartenere ai secondi.
