Gli hacker filorussi mettono in vendita informazioni personali su Tajani, magistrati e investigatori europei. Una nuova frontiera dell’intimidazione che coinvolge persino le famiglie. Ma la vera posta in gioco non è soltanto la cybersicurezza: è la dignità della persona nell’epoca della violenza digitale.
La guerra non bussa più alle frontiere. Suona al citofono di casa. Cerca il numero di telefono dei figli, l’indirizzo della moglie, la password della posta elettronica. E per ottenere queste informazioni offre denaro, come in un mercato clandestino nel quale la vita privata diventa merce di scambio.
È quanto emerge dalla vicenda degli hacker filorussi di NoName057(16), che dal 26 ottobre avrebbero messo una taglia sui dati personali di diciotto personalità europee considerate ostili alla Russia. Tra queste, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, il capo della Polizia postale Ivano Gabrielli e il sindaco di Aviano Paolo Tassan-Zanin.
Non siamo davanti a una semplice incursione informatica. Qui l’obiettivo sembra essere la persona prima ancora dell’istituzione. Non si cerca soltanto di interrompere un servizio, ma di rendere vulnerabile chi rappresenta lo Stato, coinvolgendo anche persone estranee alle sue responsabilità pubbliche.
È un salto di qualità inquietante: trasformare il dissenso politico internazionale in una minaccia che può raggiungere l’intimità familiare.
Tajani ha dichiarato di non volersi lasciare intimidire e ha collegato le minacce alla posizione italiana in difesa dell’Ucraina. Giorgia Meloni gli ha espresso solidarietà. Sono risposte comprensibili. Ma la questione non può esaurirsi nella fermezza delle dichiarazioni.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la pagina contenente le richieste di informazioni risultava ancora accessibile dopo quasi due settimane. La sua permanenza online non dimostra necessariamente l’inerzia degli investigatori: nel mondo delle reti anonime, individuare e neutralizzare le infrastrutture criminali è un’operazione complessa. Tuttavia, è legittimo chiedere quali strumenti e quale cooperazione internazionale siano necessari per proteggere efficacemente le persone esposte.
Nel luglio 2025 l’operazione europea Eastwood aveva già colpito oltre cento sistemi informatici collegati alla stessa rete. Un risultato importante, che dimostra quanto la collaborazione investigativa possa incidere. Ma anche quanto la difesa digitale richieda continuità, risorse e capacità di anticipare minacce in continua trasformazione.
C’è poi una contraddizione che il nostro tempo fatica a riconoscere.
Abbiamo costruito una civiltà fondata sulla circolazione delle informazioni, dimenticando talvolta che non tutto ciò che può essere conosciuto deve diventare accessibile. Il diritto di sapere, indispensabile alla democrazia, non coincide con il diritto di violare l’esistenza altrui.
Un indirizzo privato non è un’opinione politica. La fotografia di un figlio non è un documento diplomatico. Una conversazione familiare non è un campo di battaglia.
La dottrina sociale della Chiesa richiama proprio questa distinzione fondamentale: la persona precede lo Stato, il mercato e ogni apparato tecnologico. La dignità umana non diminuisce quando qualcuno riveste una funzione pubblica, e soprattutto non può essere negata ai suoi familiari per colpire indirettamente chi esercita un’autorità.
La tradizione cristiana conosce bene il significato della persecuzione e dell’intimidazione. Ma conosce anche un comandamento che il mondo digitale sembra aver dimenticato: non appropriarsi di ciò che appartiene all’altro. E tra i beni più preziosi dell’uomo vi sono la libertà, la riservatezza e la possibilità di vivere senza essere continuamente esposto alla minaccia.
Per questo la difesa dell’Ucraina, il confronto con Mosca e le divergenze geopolitiche non possono mai giustificare la compravendita di dati personali. Né l’eventuale appartenenza degli autori a una rete vicina ai servizi russi, ancora da accertare nelle sue precise responsabilità, autorizza a confondere un popolo con chi compie queste azioni.
La responsabilità è personale. La dignità è universale.
Uno Stato democratico deve saper proteggere le proprie istituzioni senza rinunciare al diritto, rispondere agli attacchi senza imitare i metodi degli aggressori, garantire la sicurezza senza trasformare la sorveglianza indiscriminata in una nuova normalità.
È questa la sfida che la vicenda di Tajani e degli altri bersagli pone all’Europa.
Perché un Paese non è veramente sicuro soltanto quando riesce a difendere i computer dei ministeri. Lo è quando sa difendere anche la tranquillità delle famiglie, la libertà dei magistrati, l’indipendenza degli investigatori e il diritto di ogni cittadino a non diventare un bersaglio.
La barbarie comincia quando una persona viene ridotta a un prezzo. La civiltà resiste quando nessuna persona, per quanto importante o sconosciuta, può essere messa in vendita.
