La promessa della grande connessione con il continente si scontra con l’insufficienza dei collegamenti interni. Autostrade da mettere in sicurezza e una rete ferroviaria da potenziare: la modernità si misura sull’intero viaggio dei cittadini.

 Si promette di avvicinare la Sicilia al continente mentre, dentro la Sicilia, raggiungere una città, un ospedale o un luogo di lavoro rimane troppo spesso complicato. È questa la contraddizione che il caso delle autostrade A18 e A20 riporta al centro: il Ponte sullo Stretto viene presentato come simbolo del riscatto infrastrutturale, ma quel riscatto richiede anzitutto una rete stradale e ferroviaria capace di garantire agli isolani servizi comparabili a quelli delle aree meglio collegate d’Italia. La distanza da colmare comincia prima dello Stretto.

Il Ponte promette di superare il mare. La politica deve spiegare come intende superare le difficoltà che i siciliani incontrano sulla terraferma.

Il problema sta nella continuità del viaggio. Un collegamento, per quanto imponente, vale quanto la rete che lo alimenta: le strade per raggiungerlo, i treni che lo attraverseranno, le coincidenze, l’accessibilità delle stazioni, la possibilità di spostarsi dalle aree interne. Nessuna opera, isolatamente, può rendere efficiente un sistema che presenta debolezze diffuse.

La vicenda delle autostrade Messina-Catania e Messina-Palermo è emblematica. Va ricordato con precisione che Mit e Consorzio per le Autostrade Siciliane hanno smentito l’introduzione di un nuovo limite generalizzato a 60 chilometri orari. Il ministero ha però confermato criticità per la sicurezza, soprattutto nelle barriere di primo impianto, richiamando gli interventi di mitigazione richiesti al concessionario. La smentita riguarda dunque una restrizione annunciata dalla stampa, senza cancellare il problema infrastrutturale.

La Regione ha stanziato 13,3 milioni di euro per quattordici interventi sulle due arterie. È un passo necessario, che dovrà tradursi in lavori verificabili. Ma proprio la necessità di intervenire urgentemente su elementi fondamentali della sicurezza mostra quanto sia impegnativa la distanza fra la narrazione della modernità e la cura dell’esistente.

Questa distanza diventa politicamente stridente quando si parla del Ponte come se il principale ostacolo alla mobilità siciliana fosse concentrato nei pochi chilometri di mare fra Messina e la Calabria. Lo Stretto è un passaggio decisivo, ma il viaggio di un siciliano comincia molto prima e spesso termina dentro l’isola. Per molti cittadini, la questione quotidiana è poter raggiungere un’altra provincia con tempi ragionevoli, frequenze adeguate e sufficiente affidabilità.

Sul versante ferroviario, la domanda da porre è altrettanto concreta. Quanto è competitivo il treno rispetto all’automobile? Quanto sono accessibili i collegamenti per chi vive lontano dalle direttrici principali? Quanto è possibile organizzare una giornata senza dover adattare ogni impegno alla scarsità delle alternative? È su questi risultati che si misura il potenziamento della rete, oltre che sui chilometri di nuove opere annunciati.

Dire che la Sicilia merita gli standard italiani richiede una precisazione: anche nel resto del Paese esistono ritardi, disservizi e forti squilibri territoriali. Ma i siciliani hanno diritto a livelli di accessibilità e affidabilità comparabili a quelli delle aree italiane meglio servite. L’insularità non può diventare la giustificazione permanente di un servizio inferiore.

Il cittadino paga il divario con il proprio tempo e con il proprio denaro. Deve partire prima, ricorrere all’auto, sostenere costi aggiuntivi, rinunciare talvolta a un’opportunità. Chi non guida o non può permettersi un mezzo privato dispone di una libertà di movimento ancora più ridotta. La debolezza dei trasporti diventa così una disuguaglianza nell’accesso al lavoro, alla formazione e alle cure.

È questa la dimensione che il confronto sul Ponte tende a perdere quando viene ridotto a una battaglia fra tifoserie. Essere favorevoli a una grande infrastruttura non esonera dal chiedere conto della rete ordinaria. Essere critici non significa desiderare una Sicilia immobile. Il criterio dovrebbe essere comune: quali interventi, con quali tempi e risorse, migliorano davvero la vita delle persone?

Il governo nazionale e quello regionale devono dimostrare la coerenza dell’insieme. Se sostengono che il Ponte e il potenziamento delle reti procedono insieme, rendano leggibile questa integrazione: opere finanziate, cantieri avviati, scadenze realistiche, servizi attesi. La contemporaneità non può rimanere una formula rassicurante.

Non occorre sostenere che ogni euro destinato al Ponte sia automaticamente sottratto alla manutenzione: sarebbe una semplificazione da dimostrare nei bilanci. La contraddizione politica riguarda però anche le priorità, l’attenzione istituzionale e la capacità di esecuzione. La determinazione esibita per la grande opera deve essere riconoscibile anche nella sostituzione di una barriera, nel completamento di una tratta ferroviaria, nella puntualità di un servizio.

Salvini, che ha investito sul Ponte una parte rilevante della propria immagine politica, dovrebbe accettare questa verifica. La credibilità del progetto passa anche dalle condizioni delle infrastrutture che vi condurranno. Alla Regione e ai gestori spetta rendere conto delle rispettive responsabilità, senza trasformare ogni difficoltà in un rimpallo fra competenze.

La manutenzione soffre di una debolezza comunicativa: produce meno immagini memorabili. Una galleria sicura non offre lo stesso spettacolo di un progetto monumentale. Una linea ferroviaria affidabile entra nella normalità e smette di fare notizia. Eppure proprio quella normalità è il risultato più prezioso dell’amministrazione pubblica.

Per una visione cristiana del bene comune, questa gerarchia conta. La dignità delle persone si tutela anche consentendo a un malato di raggiungere le cure, a uno studente di frequentare le lezioni, a un lavoratore di tornare a casa senza consumare una parte sproporzionata della giornata negli spostamenti. Il valore sociale di un’infrastruttura si riconosce nelle possibilità che apre, soprattutto a chi ne ha meno.

La Sicilia ha bisogno di ambizione e di continuità. Di collegamenti con il continente e di collegamenti fra i propri territori. Di progetti capaci di guardare lontano e di amministrazioni capaci di concludere i lavori vicini.

Il Ponte sarà giudicato anche dentro questo quadro. Presentarlo come riscatto dell’isola mentre la rete interna rimane insufficiente espone una promessa enorme a una domanda elementare: una volta attraversato lo Stretto, come si prosegue?

Avvicinare la Sicilia all’Italia significa garantire ai siciliani la stessa possibilità di muoversi, lavorare e curarsi. Il Ponte può attraversare il mare; il divario infrastrutturale richiede strade sicure, ferrovie efficienti e servizi all’altezza delle promesse.