Il presidente americano allenta le sanzioni sul diesel russo per frenare i rincari e invita Kiev a cambiare leader. Quando il costo del carburante diventa il metro della politica estera, la sovranità degli altri rischia di finire in saldo.
C’è un prezzo esposto sui distributori e un altro che nessun automobilista vede. Il primo si misura al litro. Il secondo nella libertà di un Paese. Donald Trump promette di abbassare quello del gasolio americano attraverso un accordo con Vladimir Putin. Agli ucraini resta da capire quale parte del conto toccherà a loro.
L’annuncio ha la precisione commerciale delle grandi offerte: oltre trecentomila tonnellate di gasolio russo subito, cinquecentomila a novembre, altre forniture a seguire. Per consentirle, un’esenzione dalle sanzioni americane fino ad aprile. L’obiettivo dichiarato è ridurre i prezzi dell’energia, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato. Sono quantità annunciate, consegne ancora da realizzare, benefici da verificare. Il significato politico, invece, è già visibile: Washington torna a cercare in Mosca un fornitore utile.
Fin qui si potrebbe discutere di politica energetica, dell’efficacia delle sanzioni, delle difficoltà di chi deve riempire il serbatoio per lavorare. Poi Trump aggiunge il passaggio che cambia la natura della vicenda: suggerisce all’Ucraina di trovarsi un nuovo presidente. Rimprovera a Volodymyr Zelensky gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, collegandoli al caro diesel americano. Il capo del Paese invaso viene così presentato come un ostacolo al benessere di quello alleato.
È uno slittamento morale prima ancora che diplomatico. La guerra entra nel dibattito attraverso il fastidio che procura al mercato. La resistenza ucraina viene giudicata anche per quanto disturba il rifornimento. Putin può diventare l’uomo che offre carburante; Zelensky quello che ne fa aumentare il prezzo. Basta restringere abbastanza l’inquadratura e perfino l’aggressore può comparire nella fotografia con il volto del benefattore.
Naturalmente il costo dell’energia conta. Conta per un agricoltore, per un autotrasportatore, per una famiglia che vede rincarare i beni essenziali. Liquidare queste preoccupazioni sarebbe un’arroganza sociale. Un governo ha il dovere di occuparsene. Proprio per questo dovrebbe spiegare con onestà quali vantaggi attende da un accordo e quali conseguenze è disposto ad accettare. La sofferenza economica dei propri cittadini merita risposte serie; usarla per screditare un popolo aggredito è un’altra operazione.
Il punto più grave rimane quell’invito a cambiare presidente. Si può criticare Zelensky, contestarne le decisioni, chiedergli conto della strategia militare e delle scelte politiche. Nessuna leadership acquista l’infallibilità sotto le bombe. Ma suggerire dall’esterno la sostituzione del capo di un Paese perché ostacola un’intesa significa trattarne la rappresentanza politica come una clausola da rinegoziare.
Nella concezione proprietaria del potere, il mondo somiglia a un consiglio di amministrazione: chi non firma rallenta la pratica, chi protesta compromette l’affare. Anche il consenso di una nazione diventa un inconveniente. Eppure la sovranità comincia esattamente dove finisce la facoltà del più forte di scegliere gli interlocutori altrui.
Zelensky ha definito l’accordo un regalo a Putin. La sua obiezione riguarda il rapporto fra nuove entrate russe e prosecuzione della guerra. È una preoccupazione condivisa dall’Unione europea: Kaja Kallas ha avvertito che sospendere le sanzioni sul gasolio aumenta le risorse a disposizione di Mosca.
Non occorre immaginare una corrispondenza meccanica fra ogni litro venduto e un missile acquistato. Basta riconoscere il problema politico: alleggerire una pressione economica significa concedere un vantaggio. Quale contropartita ottiene l’Ucraina? Quale garanzia protegge le sue città? Quale impegno verificabile accompagna il beneficio concesso al Cremlino? Sono domande più importanti della soddisfazione con cui si annunciano le tonnellate.
Parlare con Putin è necessario. Le guerre si concludono negoziando anche con chi le ha iniziate. Ma la qualità di un negoziato si misura nelle condizioni che produce, nella sicurezza che costruisce, nella possibilità delle persone di tornare a vivere. Se la pressione pubblica si concentra sull’alleato aggredito mentre all’aggressore viene aperta un’opportunità commerciale, è legittimo domandarsi quale equilibrio si stia preparando.
Anche il linguaggio della pace può essere consumato dall’abitudine alla compravendita. Si pronuncia “accordo” e si pretende che la parola basti ad assolverne il contenuto. Si invoca il realismo e si considera infantile ogni domanda sulla giustizia. Ma una pace destinata a durare deve poter essere abitata da chi ha subito la guerra. Deve offrire qualcosa di più della soddisfazione dei mediatori.
L’Europa, a sua volta, deve decidere quanto valgano le proprie dichiarazioni. Se ritiene che la sicurezza ucraina riguardi anche la propria, deve tradurre questa convinzione in continuità politica, risorse e capacità negoziale. L’indignazione a ogni nuova sortita di Trump non costituisce una strategia.
Resta, infine, la misura delle cose. Un presidente americano risponde ai suoi cittadini anche del prezzo del carburante. Ma una potenza che pretende di orientare l’ordine internazionale risponde delle conseguenze delle proprie scelte. Nel conto di un accordo devono entrare anche coloro che non siedono al tavolo e che potrebbero pagarne il costo maggiore.
La pompa di benzina registra i centesimi. La politica dovrebbe conservare una contabilità più esigente.
Trump promette gasolio meno caro e chiede all’Ucraina un altro leader. Il rischio è che lo sconto americano venga pagato con una concessione russa e una rinuncia ucraina: un affare per alcuni, un futuro deciso da altri.
