Gli apparecchi che avevano aiutato la resistenza a contrastare l’esercito sono diventati uno strumento della sua ripresa militare. Nel conflitto birmano l’innovazione corre più della diplomazia, mentre la popolazione resta esposta alla violenza.
Un apparecchio costruito per aiutare a coltivare la terra finisce per renderla inabitabile. Nel passaggio dai droni agricoli ai bombardamenti sui villaggi c’è qualcosa che racconta il nostro tempo meglio di molte dichiarazioni sulla modernità: sappiamo trasformare rapidamente una tecnologia utile in un’arma, molto meno rapidamente sappiamo costruire le condizioni perché quell’arma non serva.
Il Myanmar è diventato uno dei luoghi più evidenti di questa contraddizione. Uno studio di Matthew Arnold pubblicato da LSE IDEAS nel gennaio 2026 descrive il conflitto birmano come il secondo al mondo per intensità degli attacchi con droni, dopo la guerra russo-ucraina. È una posizione terribile per un Paese che occupa uno spazio così ridotto nell’attenzione internazionale.
La sproporzione colpisce. Il Myanmar è centrale nelle analisi sull’evoluzione delle armi e periferico nella preoccupazione quotidiana per le persone. Lo si studia come un luogo nel quale osservare il futuro della guerra; assai meno spesso lo si guarda come una società alla quale viene sottratto il futuro.
Dopo il golpe del febbraio 2021, i droni avevano offerto alle forze della resistenza una possibilità di compensare, almeno in parte, la superiorità dell’esercito. Gruppi senza aviazione poterono colpire dall’alto, utilizzando anche apparecchi commerciali adattati. ACLED documenta il ruolo di queste capacità nell’offensiva del 2023, quando le forze contrarie al regime conquistarono importanti porzioni di territorio.
Quella vicenda poteva suggerire una lettura rassicurante: la tecnologia accessibile consente ai deboli di resistere ai forti. Ma la storia non si è fermata a quel fotogramma. L’esercito ha imparato, acquistato, organizzato. Ha incorporato gli strumenti dell’avversario dentro una struttura che disponeva già di mezzi, personale e aviazione.
Secondo l’analisi dei dati ACLED presentata da El País il 20 ottobre, nel 2023 i militari erano responsabili del 5 per cento degli episodi di attacco con droni registrati; nel periodo considerato a partire dal giugno 2025, la quota raggiunge il 71 per cento. Il dato riguarda la distribuzione degli attacchi con droni fra gli attori del conflitto: non significa che sette operazioni militari su dieci dell’esercito siano condotte con questi apparecchi.
La distinzione statistica è importante, ma il rovesciamento politico resta evidente. Un vantaggio inizialmente conquistato dalla resistenza è diventato una capacità impiegata soprattutto dall’apparato militare. L’innovazione può cambiare temporaneamente i rapporti di forza; non cancella il peso delle risorse, delle alleanze e dei rifornimenti.
Qui entrano in scena gli attori esterni. Nel reportage di El País, gli analisti consultati attribuiscono alla Cina un ruolo decisivo nel recupero dell’esercito, attraverso forniture, controllo delle vie di approvvigionamento e pressione su gruppi armati di confine. Anche il sostegno russo contribuisce al quadro. La guerra, dunque, non si comprende osservando soltanto chi pilota un drone: occorre guardare chi vende, chi finanzia, chi permette il passaggio dei componenti e chi può interromperlo.
La parola più frequentemente impiegata per giustificare questi calcoli è “stabilità”. Ma la stabilità di una frontiera, di un investimento o di una rotta commerciale può convivere con l’insicurezza permanente di chi abita quel territorio. Il problema nasce quando la tranquillità richiesta dagli interessi esterni viene misurata senza considerare il prezzo imposto alla popolazione.
La frammentazione dell’opposizione rende certamente più difficile immaginare una soluzione politica condivisa. Le forze che combattono il potere militare hanno storie, obiettivi e radicamenti differenti. Non basta chiamarle “resistenza” per risolverne le divergenze. Eppure questa complessità non rende accettabile l’idea che la popolazione debba rassegnarsi al dominio di chi dispone degli strumenti più efficaci per colpirla.
Il punto decisivo resta proprio la protezione dei civili. Nell’elaborazione riportata dal quotidiano spagnolo, il 40 per cento degli attacchi con droni attribuiti all’esercito dal giugno 2025 risulta diretto contro di loro. Dietro quella percentuale ci sono luoghi nei quali la vita dovrebbe continuare: abitazioni, strade, attività, famiglie che cercano di restare insieme.
Non bisogna però raccontare il 2021 come l’inizio assoluto delle violenze militari contro la popolazione. Le atrocità commesse contro i Rohingya, documentate dalle Nazioni Unite già prima del golpe, impediscono questa semplificazione. La fase attuale amplia e trasforma una storia di persecuzioni che non possiamo cancellare per rendere più lineare il racconto.
Il drone introduce in quella storia una nuova capacità di raggiungere il bersaglio. Non introduce automaticamente una maggiore capacità di distinguere chi debba essere protetto. La precisione tecnica e il rispetto della vita sono questioni diverse: dipendono dalle decisioni di chi impiega l’arma, dagli obiettivi scelti, dai limiti riconosciuti.
Per questo è fuorviante lasciarsi affascinare soltanto dal rapporto fra il costo di un piccolo apparecchio e il valore del mezzo militare che può distruggere. È un dato rilevante per gli analisti, ma non esaurisce il significato della guerra. Un’arma economica può rendere più sostenibile la prosecuzione del conflitto per chi combatte e più insostenibile l’esistenza di chi lo subisce.
La resistenza cerca nuove soluzioni; l’esercito sviluppa contromisure; gli avversari imparano gli uni dagli altri. Questo apprendimento continuo non garantisce una conclusione. Può produrre una guerra nella quale nessuno riesce a prevalere definitivamente e tutti acquisiscono capacità maggiori di infliggere danni.
È il rischio più cupo descritto dallo studio di Arnold: le innovazioni non risolvono da sole le debolezze strategiche delle parti. La tecnologia può prolungare una contesa senza offrire un progetto politico per uscirne.
La responsabilità internazionale dovrebbe partire da questa evidenza. La tutela dei civili, l’accesso agli aiuti, il controllo delle forniture che alimentano gli abusi e il sostegno a un percorso politico inclusivo non possono restare formule ripetute mentre le capacità militari si moltiplicano. Occorre dare alla diplomazia una continuità almeno paragonabile a quella con cui vengono alimentati gli arsenali.
Per una coscienza cristiana, il Myanmar pone anche una domanda sull’attenzione. La dignità di una vittima non dipende dalla vicinanza geografica, dalla forza delle immagini o dall’importanza strategica attribuita al suo Paese. La sofferenza dimenticata non diventa meno urgente; diventa soltanto più facile da lasciare senza risposta.
I droni possono rendere un villaggio visibile a chi intende attaccarlo senza renderlo visibile a chi potrebbe aiutarlo. È questa la contraddizione più crudele: una popolazione sempre più osservata dall’alto e sempre meno guardata dal resto del mondo.
Il progresso da chiedere per il Myanmar non è un altro salto di qualità nell’efficacia delle armi. È la possibilità, ancora negata a troppi, di tornare a coltivare la terra senza dover temere ciò che le vola sopra.
