Dall’apartheid al Ruanda, fino alle conclusioni della Commissione d’inchiesta su Gaza: la giurista sudafricana, Nobel per la pace 2026, ricorda che la giustizia perde significato quando si arresta davanti agli alleati.

C’è una domanda infantile all’origine della lunga vita pubblica di Navi Pillay: quali diritti hanno le persone? Crescendo nel Sudafrica dell’apartheid, non era una curiosità scolastica. Era il tentativo di capire perché alcuni potessero decidere tutto e altri dovessero accettare il posto assegnato loro. La legge esisteva, ma serviva anche a organizzare la discriminazione. Impararla significava cercare il modo di contestare un’ingiustizia che si presentava con i documenti in regola.

A ottantacinque anni, Navanethem Pillay continua a porre la stessa domanda, spostandola dal quartiere al mondo. Il Nobel per la pace 2026, annunciato il 9 ottobre per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale, riconosce un percorso nel quale la tutela delle persone ha attraversato tribunali, istituzioni e conflitti. Ma soprattutto riconosce un’idea oggi sottoposta a pressioni crescenti: il potere deve rispondere delle proprie azioni anche quando dispone della forza per sottrarsi alle conseguenze.

Pillay individua nel ricorso alla forza da parte degli Stati più potenti la minaccia principale all’ordine giuridico internazionale. È una diagnosi che riguarda qualcosa di più della violazione di una norma. Quando il più forte pretende di stabilire anche chi possa giudicarlo, la giustizia viene ridotta a una concessione: applicabile agli avversari, negoziabile per gli amici, offensiva quando si avvicina a chi la proclama.

Il diritto internazionale mostra tutte le proprie fragilità proprio in questo passaggio. Non dispone degli strumenti coercitivi di uno Stato e dipende dalla cooperazione dei governi. Eppure la sua debolezza materiale non rende superflua la sua esistenza. Al contrario, rende evidente quanto sia necessario: senza un criterio comune, resta soltanto la capacità di imporre il proprio racconto insieme alla propria forza.

La vicenda di Gaza occupa oggi il punto più controverso del lavoro di Pillay. Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite da lei presieduta ha concluso che Israele ha commesso genocidio nella Striscia. Nell’intervista la giurista ribadisce quella conclusione, richiamando l’esame delle condotte e delle dichiarazioni dei dirigenti israeliani.

Pillay rivendica il metodo del lavoro: verificare gli elementi, confrontare le ricerche, motivare le conclusioni. Si dice disponibile a correggere il rapporto se emergessero prove capaci di smentirne alcuni passaggi. Sostiene invece di avere ricevuto, da Israele e dagli Stati Uniti, attacchi personali che non affrontano il merito dell’indagine.

È questo il terreno sul quale il confronto dovrebbe restare. Un rapporto può essere contestato, anche radicalmente, attraverso le prove e gli argomenti. La delegittimazione di chi lo firma non risponde alle domande che contiene.

La Commissione non è un tribunale e le sue conclusioni non costituiscono una sentenza. È una distinzione che serve a comprendere il percorso richiesto dalla stessa Pillay: portare gli accertamenti davanti agli organi competenti, affinché le responsabilità vengano esaminate. Non può diventare un espediente per ignorare quanto è stato documentato. Chiedere che la giustizia faccia il proprio corso e ostacolare chi prepara gli elementi perché possa farlo sono comportamenti difficili da conciliare.

Anche il Nobel va collocato nella sua funzione. Non certifica giudiziariamente ogni conclusione della premiata. Riconosce il valore di una vita e richiama l’attenzione sul principio che l’ha orientata. Sarebbe sbagliato usarlo come una sentenza aggiuntiva; sarebbe altrettanto riduttivo trattarlo come un ornamento senza conseguenze morali.

Per capire Pillay occorre tornare al Ruanda. Nel 1998 fece parte del collegio giudicante nel processo contro Jean-Paul Akayesu. Quel procedimento produsse una svolta storica: un tribunale internazionale riconobbe che lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono costituire genocidio quando ricorrono gli elementi del crimine, compresa l’intenzione di distruggere un gruppo protetto.

La portata di quella decisione va oltre il linguaggio specialistico. Significava riconoscere che la distruzione di una comunità può passare anche attraverso i corpi delle donne, la violenza, il trauma, l’annientamento della sicurezza personale e dei legami. Significava sottrarre quelle aggressioni alla categoria rassegnata delle atrocità che accompagnano inevitabilmente una guerra.

Il diritto, in quel momento, imparava a vedere meglio.

Nell’intervista Pillay rende omaggio alle sopravvissute che testimoniarono. È forse il passaggio più importante, perché restituisce il centro della storia a chi spesso scompare dietro i nomi dei giudici e dei responsabili. La giustizia non avanza soltanto grazie a una nuova interpretazione. Avanza quando una persona trova condizioni sufficienti per raccontare ciò che ha subito senza essere nuovamente umiliata.

La protezione dei testimoni, l’ascolto, la riservatezza non sono dettagli organizzativi. Sono parte della possibilità stessa di conoscere la verità. Non si può chiedere a una vittima di parlare e poi lasciare che affronti da sola il prezzo della propria parola.

C’è un filo che lega questa esperienza all’infanzia sudafricana di Pillay. In entrambi i casi, il problema è rendere udibile una voce che il sistema considera secondaria. L’apartheid distribuiva i diritti secondo una gerarchia razziale; l’impunità internazionale rischia di distribuirli secondo la forza degli Stati e la convenienza delle alleanze. Le situazioni storiche sono diverse, ma la domanda morale ritorna: quanto vale la sofferenza di chi non ha potere?

La pace fondata sulla rimozione di quella sofferenza rimane fragile. Può fermare temporaneamente le armi e lasciare intatta la convinzione che alcune persone siano sacrificabili. Per questo la giustizia riguarda anche il futuro: stabilire una responsabilità significa affermare che un comportamento non può essere normalizzato e ripetuto.

Da una prospettiva cristiana, è qui che la difesa del diritto incontra la dignità della persona. Nessuna appartenenza nazionale, religiosa o politica rende una vita meno degna di tutela. La misericordia non chiede di cancellare le responsabilità; chiede che la ricerca della verità non perda mai il volto umano, neppure quando giudica chi ha commesso il male.

Pillay non propone un mondo senza conflitti di interesse. Chiede che quegli interessi incontrino un limite. È una richiesta elementare e, proprio per questo, radicale: che la forza non possa decidere anche il significato della giustizia.

La bambina cresciuta sotto l’apartheid voleva sapere quali fossero i diritti delle persone. La giurista premiata a ottantacinque anni continua a ricordare ai governi che quei diritti appartengono anche a chi rende scomoda la loro politica estera.