Un libro dei giornalisti Michael Rey e Oriana Zill de Granados rilancia l’ipotesi di attacchi russi e accusa le autorità americane di avere nascosto informazioni. Le valutazioni dell’intelligence sono state rimesse in discussione. Restano da accertare cause e responsabilità, mentre il diritto alle cure non può dipendere dalla soluzione del caso.
Il dolore può essere reale anche quando la sua origine rimane sconosciuta. È da questa distinzione, apparentemente elementare, che bisogna partire per raccontare la sindrome dell’Avana: una vicenda nella quale sofferenze personali, segreti militari, ricerca scientifica e rivalità geopolitiche si sono sovrapposti fino a rendere difficile separare ciò che sappiamo da ciò che sospettiamo.
A riaprire il confronto è The Havana Syndrome, il libro dei produttori investigativi di 60 Minutes Michael Rey e Oriana Zill de Granados, pubblicato negli Stati Uniti il 13 ottobre 2026. Gli autori sostengono che almeno una parte degli episodi denunciati da diplomatici, funzionari e agenti americani sia riconducibile ad aggressioni con dispositivi a energia diretta. Indicano una pista russa e denunciano quello che ritengono un insabbiamento da parte delle istituzioni statunitensi. Sono tesi investigative importanti, che devono essere attribuite ai loro autori e sottoposte a verifica.
La recensione di Nicolas Niarchos sul New York Times, da cui prende avvio questo servizio, restituisce soprattutto il dramma di persone che raccontano di avere perso salute, capacità lavorativa e fiducia nelle istituzioni. Il problema pubblico nasce proprio qui: uno Stato può non sapere ancora che cosa sia accaduto ai propri dipendenti; deve comunque ascoltarli, assisterli e indagare.
Una sofferenza documentata, una causa controversa
Le prime segnalazioni che hanno dato notorietà al fenomeno risalgono al 2016, fra il personale americano a Cuba. Successivamente sono stati riferiti episodi in altri Paesi. L’espressione amministrativa impiegata dalle autorità statunitensi, Anomalous Health Incidents, raccoglie manifestazioni quali vertigini, cefalee, acufeni, difficoltà cognitive e disturbi dell’equilibrio. Riunire questi casi sotto una stessa denominazione, tuttavia, non dimostra che abbiano tutti un’origine comune.
Anche sul piano medico occorre precisione. Nel marzo 2024, due studi dei National Institutes of Health non individuarono, nei gruppi esaminati, differenze significative nelle immagini cerebrali o nella maggior parte delle misurazioni cliniche rispetto ai controlli. I ricercatori riconobbero però esplicitamente la realtà dei sintomi, talvolta prolungati e invalidanti. Spiegarono inoltre che l’assenza di alterazioni persistenti rilevabili non permetteva di escludere ogni possibile evento iniziale o disturbo transitorio.
Quei risultati non autorizzano a liquidare i pazienti come simulatori. Allo stesso tempo, la gravità delle loro condizioni non basta a identificare un’arma, un aggressore o una catena di comando. La ricerca della verità richiede di mantenere distinti questi passaggi. Anche un’eventuale componente psicologica o funzionale, da valutare clinicamente, non renderebbe la sofferenza meno autentica né meno degna di cura.
Le valutazioni dell’intelligence sono cambiate
Presentare la posizione americana come una smentita definitiva e immutabile sarebbe oggi fuorviante.
Nell’aggiornamento pubblicato il 10 gennaio 2025, cinque componenti dell’intelligence consideravano molto improbabile la responsabilità di un attore straniero. Due esprimevano valutazioni differenti, con bassa fiducia: una riteneva plausibile l’impiego di un dispositivo contro un piccolo numero di persone; l’altra ammetteva la possibile esistenza della capacità tecnica, continuando però a giudicarne improbabile l’utilizzo negli episodi segnalati.
Il quadro istituzionale è stato poi nuovamente modificato. Il 19 marzo 2026 Reuters ha riferito che i vertici delle agenzie avevano sostenuto il ritiro del rapporto del 2025. Successivamente, il Wall Street Journal ha documentato la revoca di due valutazioni dell’epoca Biden, motivata dall’ufficio della direttrice dell’intelligence con carenze negli standard analitici e con l’esclusione selettiva di elementi contrari alle conclusioni.
È un cambiamento rilevante, che rende indispensabile riesaminare il lavoro precedente. La revoca di una valutazione, però, non dimostra automaticamente la tesi opposta: per attribuire specifici episodi a un servizio straniero occorrono riscontri ulteriori.
Il dispositivo e la pista russa
Un altro elemento è emerso nel gennaio 2026. Secondo un’inchiesta della CNN, il governo americano aveva acquisito un dispositivo che alcuni investigatori sospettavano potesse essere collegato al fenomeno e che il Pentagono stava sottoponendo a verifiche. La stessa emittente precisava che rimaneva irrisolto il collegamento con gli episodi denunciati. La commissione per la Sicurezza interna della Camera ha quindi chiesto chiarimenti sull’acquisizione.
La distinzione è sostanziale: verificare che una tecnologia possa produrre determinati effetti non equivale a provare che sia stata utilizzata contro una determinata persona. Anche l’eventuale provenienza di componenti non risolve, da sola, l’attribuzione dell’operazione.
Rey e Zill de Granados collocano questi interrogativi dentro una ricostruzione più ampia, basata su testimonianze e materiali investigativi, indicando nell’unità 29155 dell’intelligence militare russa una pista centrale. Il valore del loro lavoro consiste anche nel rendere pubbliche domande che gli apparati avrebbero preferito lasciare nei dossier riservati. La solidità delle singole conclusioni dipende però dalla possibilità di controllare le prove e di confrontarle con spiegazioni alternative.
Le responsabilità nell’assistenza
Esiste intanto un terreno sul quale le contestazioni hanno già trovato riscontri istituzionali. Un rapporto bipartisan della commissione Intelligence del Senato, reso pubblico nel dicembre 2024, ha criticato la risposta della CIA, rilevando ostacoli nell’accesso tempestivo a cure adeguate. La gestione delle persone colpite costituisce dunque un problema autonomo rispetto all’identificazione delle cause.
Su questo punto una lettura cattolica può offrire un criterio netto. La dignità della persona precede la sua utilità per l’organizzazione. Un funzionario malato conserva il diritto all’attenzione e all’assistenza anche quando la sua vicenda diventa scomoda, contraddice una valutazione ufficiale o espone l’istituzione a domande imbarazzanti.
L’incertezza dovrebbe accrescere la cura, perché alla sofferenza si aggiungono lo smarrimento e la difficoltà di ottenere riconoscimento. Trasformarla in una ragione per rinviare l’aiuto significa scaricare sulla persona più vulnerabile il costo di ciò che l’apparato non riesce a spiegare.
La verità esige prudenza e coraggio
L’ipotesi avanzata nel libro — che riconoscere un’aggressione russa potesse comportare conseguenze strategiche troppo pericolose — merita di essere esaminata. Rimane un’ipotesi sul comportamento delle istituzioni, non una spiegazione dimostrata di ogni omissione. Inerzia, errori analitici, conflitti interni e timore dello scandalo devono poter essere indagati senza anticipare il verdetto.
Per il giornalismo, la responsabilità è duplice: dare voce alle persone colpite e sottoporre a verifica anche le ricostruzioni più coinvolgenti. La prudenza protegge dalle accuse infondate; il coraggio impedisce che il richiamo alla prudenza diventi una formula per non cercare più.
La sindrome dell’Avana lascia ancora aperte domande decisive sulle cause, sulle eventuali armi e sulle responsabilità. Una risposta, tuttavia, non ha bisogno di attendere la conclusione delle indagini: nessuno dovrebbe essere costretto a dimostrare l’esistenza di una guerra segreta per ricevere ascolto e cure.
