La rottura sui provvedimenti abitativi porta alle urne del 29 novembre. Sánchez cerca una nuova maggioranza, ma la questione riguarda tutta l’Europa: chi deve pagare il costo di una protezione sociale che non basta più?

Una democrazia comincia a incrinarsi anche così: quando chi lavora non riesce a pagare un affitto, chi invecchia teme di perdere la propria abitazione e chi possiede un piccolo appartamento si sente abbandonato davanti alle difficoltà dell’inquilino. A quel punto, la porta di casa diventa il confine fra promesse pubbliche e solitudini private. Ed è proprio su questa soglia che la Spagna arriva al voto anticipato.

Pedro Sánchez ha annunciato il 5 ottobre elezioni per il 29 novembre 2026, dopo la bocciatura parlamentare dei provvedimenti di emergenza sulla casa. Il governo di coalizione tra PSOE e Sumar, dipendente dal sostegno di diverse formazioni territoriali, ha incontrato sulla questione abitativa un ostacolo politicamente decisivo. Le proteste seguite allo sfratto di un’anziana a Madrid hanno dato un volto umano a una crisi che nessuna contabilità parlamentare poteva più contenere.

La fragilità della maggioranza era evidente. Sarebbe però riduttivo spiegarla soltanto come un’alleanza costruita contro la destra. Il problema più profondo è la distanza tra le ragioni che permettono di eleggere un presidente e quelle necessarie per governare insieme. Ci si può accordare per impedire un’alternativa, negoziare competenze territoriali, ottenere concessioni. È più difficile condividere una risposta quando occorre decidere chi debba sostenere materialmente il costo della solidarietà.

Il voto contrario di Junts, insieme a Partito popolare e Vox, ai due decreti sulla casa ha reso manifesta questa contraddizione. Il soggetto politico da osservare è Junts: ricondurre l’attuale vicenda alla vecchia Convergència i Unió significa usare una fotografia inadeguata del nazionalismo catalano. Soprattutto, l’indipendentismo non costituisce di per sé un programma sociale: rivendicare maggiore sovranità per un territorio non dice ancora come si intendano distribuire opportunità, ricchezza e sacrifici al suo interno.

Sánchez sembra aver scelto di trasformare questa frattura nel tema delle elezioni. È una scommessa comprensibile: ricostruire attorno alla casa un conflitto politico riconoscibile, capace di mobilitare chi si sente escluso. Ma la strategia contiene una domanda scomoda per chi governa: perché l’emergenza dovrebbe conferire un nuovo mandato senza imporre anche un bilancio di quanto è stato fatto prima?

L’indignazione può aprire una campagna elettorale. Non può sostituire una politica abitativa.

Una moratoria degli sfratti può essere necessaria per impedire che una persona vulnerabile finisca in strada. Il suo valore dipende però dalle condizioni, dalla durata, dalle garanzie e dalle alternative predisposte. Se lo Stato sospende l’esecuzione di un contratto e poi scompare, lascia due persone a contendersi le conseguenze della propria assenza.

Da una parte può esserci una famiglia che ha perso il reddito; dall’altra un pensionato che integra con l’affitto un assegno modesto. Trattarli come rappresentanti di due classi necessariamente nemiche è una comoda falsificazione. Il piccolo proprietario non diventa un fondo speculativo perché possiede una seconda abitazione. E l’inquilino insolvente non diventa un approfittatore per il solo fatto di non riuscire a pagare.

La solidarietà pubblica perde credibilità quando presenta il conto sempre allo stesso privato.

Questo non autorizza, però, l’operazione opposta: usare il piccolo risparmiatore come scudo retorico per rendere intoccabile qualsiasi strategia immobiliare. Acquistare interi edifici per aumentarne drasticamente la redditività e affittare un appartamento acquistato con i risparmi di una vita sono situazioni diverse. Una politica seria deve saperle distinguere anche negli strumenti che adotta.

La stessa Costituzione spagnola offre un quadro più articolato delle contrapposizioni elettorali: riconosce la proprietà privata e la sua funzione sociale, mentre affida ai pubblici poteri il compito di promuovere le condizioni per un’abitazione dignitosa. Non basta dunque chiamare “esproprio” qualsiasi limitazione, né invocare il diritto alla casa per rendere legittima qualsiasi misura. Occorre valutare concretamente norme, proporzionalità e garanzie.

Per una lettura cattolica, qui si trova il centro della questione. Il Catechismo riconosce la legittimità della proprietà privata, ricorda la priorità della destinazione universale dei beni e attribuisce all’autorità politica il compito di regolarne l’esercizio per il bene comune. Richiama inoltre la buona fede nei contratti e condanna la speculazione sul bisogno altrui. Sono criteri esigenti per tutti: proprietari, inquilini, investitori e governanti.

Da questi principi discende una responsabilità precisa: impedire che il bisogno abitativo diventi una condanna senza trasformare la tutela sociale in arbitrio. Servono abitazioni accessibili, recupero del patrimonio inutilizzato, garanzie pubbliche per gli affitti, sostegni mirati alla morosità incolpevole e procedure capaci di distinguere la vulnerabilità dall’abuso. Soprattutto, servono risorse e amministrazioni in grado di intervenire prima dell’arrivo dell’ufficiale giudiziario.

La sinistra rischia di confondere la vicinanza alla sofferenza con l’adesione a ogni parola d’ordine della piazza. Una protesta può indicare un’ingiustizia con grande precisione senza possedere, per questo, una soluzione adeguata. Il compito della politica è trasformare quella domanda in decisioni sostenibili. Inseguire l’esasperazione per timore di perdere consenso significa rinunciare a guidarla.

La destra corre un rischio speculare: parlare di sicurezza soltanto quando viene turbato l’ordine pubblico, ignorando l’insicurezza quotidiana di chi non sa dove potrà abitare. La certezza del diritto è essenziale; dovrebbe interessare anche il giovane costretto a rinviare ogni progetto familiare e l’anziano che teme di essere espulso dal quartiere nel quale ha trascorso la vita.

Anche sulla questione territoriale occorre precisione. Una proposta di accentramento può essere politicamente divisiva e alimentare le spinte separatiste. Non per questo ogni revisione delle autonomie coincide automaticamente con un colpo di Stato: la distinzione decisiva riguarda il rispetto delle procedure costituzionali. Usare il lessico dell’eversione come anticipazione inevitabile del futuro contribuisce a rendere impossibile il confronto che si vorrebbe difendere.

Ancora meno convincente sarebbe leggere questa crisi come il preludio necessario di una guerra civile o ricondurre il malessere urbano a una presunta regia religiosa sulla sinistra. Simili conclusioni richiederebbero prove specifiche. Origine africana, appartenenza islamica, condizione studentesca e partecipazione a una protesta non sono categorie intercambiabili. Confonderle nasconde le responsabilità concrete dietro identità collettive.

La Spagna presenta già abbastanza conflitti reali da non avere bisogno di nemici immaginati.

Il voto anticipato potrà modificare i rapporti di forza, ma non farà comparire nuovi alloggi la mattina successiva. Il suo significato più profondo dipenderà dalla capacità dei partiti di assumere impegni verificabili: quante abitazioni, con quali fondi, entro quali tempi, con quali tutele per chi affitta e per chi prende in affitto.

La prova della politica sarà restituire sicurezza a entrambi i lati della stessa porta. Perché una democrazia che chiede ai cittadini di sentirsi parte della casa comune deve preoccuparsi che possano continuare ad averne una.