La maggioranza festeggia, le opposizioni promettono battaglia. Ma la domanda è semplice: questa riforma aumenta il potere dei cittadini o protegge soprattutto quello dei partiti?

Prima di cambiare il modo in cui contare i voti degli italiani, la maggioranza ha dovuto contare i propri. E assicurarsi che ci fossero tutti. È anche così che si spiegano gli applausi alla nuova legge elettorale: quando una votazione può diventare una trappola, uscirne senza danni procura un entusiasmo che somiglia molto alla gratitudine.

Per Giorgia Meloni, il risultato permette di presentare una coalizione ancora unita. Per Matteo Salvini e Antonio Tajani, offre un argomento contro chi descrive le loro leadership come indebolite. Tutto comprensibile. Resta da capire quanto della festa riguardi gli italiani e quanto il sollievo degli organizzatori.

La riforma ha ricevuto l’approvazione definitiva della Camera l’8 ottobre. Per giudicarla, però, bisogna uscire dal rumore degli applausi e delle proteste. Una legge elettorale decide come i nostri voti diventano posti in Parlamento. Stabilisce quindi quanto contiamo e quanto possono decidere al nostro posto le segreterie dei partiti.

Il nuovo sistema distribuisce i seggi principalmente in proporzione ai voti, ma prevede un premio per la lista o coalizione più votata che superi il 42% in entrambe le Camere, alle condizioni stabilite: 70 deputati e 35 senatori attraverso il meccanismo premiale. Non aumenta il numero dei parlamentari. Cambia il modo di assegnare i posti disponibili.

In parole semplici, chi raccoglie meno della metà dei voti può ottenere più della metà dei seggi. L’obiettivo è consentirgli di governare. È una ragione seria: un Paese ha bisogno di decisioni e continuità. Ma anche il voto di chi perde deve conservare un peso adeguato.

La questione è tutta qui: aiutare la formazione di una maggioranza senza consegnarle un potere sproporzionato. La governabilità non può diventare il nome elegante con cui si chiede agli altri di contare meno.

E poi una legge può assegnare seggi, non fabbricare accordi politici. Può far sedere gli alleati dalla stessa parte dell’aula, ma non impedire che si facciano la guerra. Per garantire la concordia servirebbe un emendamento al carattere umano, e finora nessuna commissione lo ha approvato.

Tornano anche le preferenze, ma restano i capilista bloccati: candidati scelti dai partiti che hanno la precedenza nell’elezione. Se una lista conquista un solo posto nel collegio, entra il capolista. Le preferenze espresse per gli altri non bastano a cambiare quel risultato.

Il cittadino può dunque scegliere, purché tenga presente che qualcuno ha scelto prima di lui. È una partecipazione con prenotazione: i posti migliori sono già occupati quando si aprono le porte.

Nei partiti capaci di conquistare più seggi, le preferenze potranno incidere maggiormente. Nelle liste più piccole, il rischio è che rimangano soprattutto una promessa. E anche gli elenchi destinati al premio sollevano una domanda: l’elettore riesce a capire quali persone contribuisce a mandare in Parlamento, oppure deve limitarsi a fidarsi del marchio?

Un altro punto riguarda chi vuole presentarsi alle elezioni. Per le forze soggette all’obbligo ordinario, le firme minime da raccogliere salgono da 1.500 a 6.000 per collegio, mentre rimangono esenzioni e riduzioni legate alla presenza parlamentare.

Chi è già dentro ha quindi condizioni più favorevoli di chi vorrebbe entrare. Come se i commercianti di una strada potessero decidere quanto debba essere difficile aprire un nuovo negozio. Lo farebbero, naturalmente, per tutelare i consumatori.

Chiedere un sostegno reale a chi presenta una lista è ragionevole. Moltiplicare gli ostacoli richiede invece motivazioni convincenti. Perché i partiti esistono per organizzare la partecipazione, non per difendersene.

È su questi meccanismi che possono nascere le questioni di costituzionalità: quanto il premio altera la rappresentanza, quanta scelta rimane agli elettori, quanto sono giustificate le difficoltà imposte alle nuove forze. Per il Senato si aggiunge il rapporto fra il premio nazionale e la regola costituzionale dell’elezione su base regionale. Sono problemi da verificare nel funzionamento concreto della legge, non da risolvere con uno slogan.

La Consulta non ha vietato in assoluto premi di maggioranza e capilista bloccati. Ha però posto limiti a tutela della rappresentanza e della libertà del voto. Non è quindi serio annunciare una bocciatura certa; non è serio neppure comportarsi come se il voto parlamentare avesse eliminato ogni dubbio.

Anche i ricorsi hanno un percorso preciso. Non basta presentarli perché arrivino automaticamente alla Corte: occorre che un giudice ritenga la questione rilevante e non manifestamente infondata. Perciò nessuno può prenotare una sentenza favorevole per febbraio o marzo come si prenota una sala per un comizio.

C’è poi l’indicazione del candidato alla guida del governo. Va chiarito un dettaglio spesso raccontato male: secondo il dossier parlamentare, il nome viene dichiarato nel programma e non compare sulla scheda. Soprattutto, questa designazione non equivale all’elezione diretta del presidente del Consiglio.

La nomina resta al presidente della Repubblica e il governo deve ottenere la fiducia del Parlamento. Far credere agli elettori di aver scelto direttamente un capo dotato di un mandato intoccabile significa preparare un equivoco pericoloso: domani, l’esercizio di un controllo legittimo potrebbe essere denunciato come un tradimento del popolo. Il Quirinale, però, non diventa un ufficio di ratifica per effetto della pubblicità elettorale.

Proprio per questo sarebbe servito uno sforzo maggiore per condividere le regole. Non occorre essere d’accordo sul governo del Paese per cercare un accordo sul modo di eleggerne il Parlamento. Le squadre possono contendersi la partita; il regolamento dovrebbe offrire garanzie a tutte.

Quanto alle opposizioni, criticare una legge perché potrebbe favorire chi governa e sostenere di poter vincere comunque non è, di per sé, una contraddizione. Si può considerare ingiusto un ostacolo e pensare di superarlo. La credibilità si misura però sulla capacità di spiegare il problema e proporre un’alternativa. Evocare continuamente il fascismo non aiuta a capire come funzionano le firme, i premi e le preferenze.

La maggioranza, dal canto suo, dovrebbe usare con maggiore parsimonia gli annunci sulla sovranità finalmente restituita agli italiani. Se il popolo era già sovrano quando l’ha eletta, non occorre inaugurarlo una seconda volta. E proclamare una nuova Repubblica mentre si approva una legge ordinaria rivela almeno una certa generosità nella scelta delle parole.

La lettura cristiana comincia proprio dal rispetto delle persone concrete.

Il popolo comprende chi vince, chi perde, chi non trova rappresentanza e chi vorrebbe costruire una proposta nuova. La dottrina sociale della Chiesa chiede partecipazione e servizio al bene comune. Il Compendio, al numero 413, ricorda che i partiti devono favorire l’accesso alle responsabilità pubbliche ed essere democratici anche al proprio interno.

Un governo stabile è utile se permette di migliorare gli ospedali, sostenere le famiglie, difendere il lavoro e dare prospettive ai giovani. La durata è un mezzo; il bene delle persone è il fine. Confondere le due cose significa misurare il successo del medico dal tempo trascorso nello studio, invece che dalla salute dei pazienti.

Per un cristiano, inoltre, il potere comporta un limite morale: nessuno possiede la comunità che è chiamato a servire. Chi governa deve rispondere anche a chi non lo ha votato e lasciare aperta la possibilità di essere sostituito.

Una buona legge elettorale dovrebbe perciò superare una prova elementare: chi la approva la giudicherebbe giusta anche se portasse al governo gli avversari?

A quella risposta, più che agli applausi, converrebbe prestare attenzione.