Il libro di Matthew D. Taylor riapre una domanda scomoda: si può invocare Gesù e tradirlo con le proprie azioni? La risposta della tradizione cristiana invita a guardare anche dentro casa.

L’Anticristo gode di ottima salute nel dibattito pubblico. Cambia nome, partito e nazionalità, ma trova sempre qualcuno disposto a riconoscerlo nell’avversario. È una comodità: quando si è convinti che dall’altra parte ci sia il male assoluto, non occorre più discutere. Basta sentirsi dalla parte di Dio. Possibilmente con una buona connessione internet.

Il guaio è che questa abitudine finisce per rendere innocua una domanda seria. A forza di cercare l’Anticristo nelle fotografie degli altri, rischiamo di non riconoscere ciò che contraddice Cristo nei nostri comportamenti.

È il problema sollevato da Matthew D. Taylor in Defying Tyrants: Following Jesus in a World of Christian Antichrists. Lo studioso protestante richiama l’attenzione sulle deformazioni della fede che accompagnano la sete di dominio. Il suo interrogativo merita ascolto anche in ambito cattolico: che cosa succede quando il cristianesimo viene utilizzato per ottenere obbedienza, protezione e potere?

La risposta richiede di aprire il Nuovo Testamento prima dei social.

Nella Prima lettera di Giovanni compaiono sia l’attesa dell’anticristo sia la presenza di «molti anticristi» già all’opera. Il riferimento nasce dentro una crisi della comunità cristiana, non da un elenco di nemici politici. Il problema riguarda anzitutto la verità su Gesù: riconoscere il Figlio e confessare che è venuto nella carne, cioè che si è fatto realmente uomo.

Non è una sottigliezza riservata ai teologi. Credere nell’Incarnazione significa credere che Dio abbia assunto sul serio la nostra condizione: il corpo, la fragilità, la sofferenza, la morte. Il cristianesimo comincia da questa vicinanza concreta.

Un Gesù trasformato in simbolo di superiorità perde proprio questo volto. Può diventare il marchio di una civiltà, la mascotte di un partito, il garante di un gruppo che si considera migliore degli altri. Rimane il nome, ma il Vangelo viene sottoposto a una revisione piuttosto pesante. Di solito spariscono prima le pagine sull’amore dei nemici: occupano spazio e disturbano la campagna elettorale.

Bisogna però evitare una scorciatoia opposta: ridurre tutto alla buona condotta, come se non importasse più ciò che crediamo di Cristo. Nella fede cristiana, verità e carità si richiamano a vicenda. La dottrina non autorizza a disprezzare le persone; l’amore non rende irrilevante la verità.

Sant’Agostino lo spiega con particolare forza commentando la Prima lettera di Giovanni: Cristo può essere negato anche attraverso le opere, mentre lo si riconosce con le parole. La professione di fede non mette automaticamente al riparo dalla contraddizione della vita.

È un avvertimento che toglie tranquillità soprattutto a chi pensa di possedere già tutte le credenziali.

Un crocifisso al collo non certifica la giustizia di ogni decisione. Una Bibbia mostrata davanti alle telecamere non sostituisce la sua lettura. Una preghiera pubblica non cancella una menzogna pronunciata cinque minuti dopo. Gli oggetti sacri non sono documenti di immunità morale.

Naturalmente questo non autorizza a chiamare “anticristo” ogni cristiano incoerente. Se bastasse commettere un peccato, il termine perderebbe ogni precisione e nessuno potrebbe usarlo senza cominciare da sé. Il problema più grave emerge quando l’incoerenza viene organizzata e giustificata: quando si insegna che umiliare, mentire o schiacciare qualcuno sia necessario per difendere la fede.

Qui il male cerca una benedizione. Vuole che la coscienza smetta di protestare e cominci ad applaudire.

Anche il Catechismo offre una spiegazione molto diversa dalle fantasie sulla fine del mondo. Ai numeri 675 e 676 descrive l’impostura dell’Anticristo come una falsa salvezza nella quale l’uomo prende il posto di Dio. Avverte inoltre contro la pretesa di realizzare pienamente nella storia quella salvezza che soltanto Dio può compiere. La prospettiva ultima rimane: non viene sciolta in una semplice metafora politica. Ma contiene un criterio per leggere già il presente.

Quando un leader si presenta come l’unica possibilità di salvezza e domanda una fedeltà senza riserve, il cristiano dovrebbe drizzare le orecchie. Quando una comunità insegna che criticare il capo significa tradire Dio, dovrebbe farlo ancora di più.

Il Salvatore, per i cristiani, c’è già. Non occorre sostituirlo a ogni elezione.

Questo criterio vale per ogni schieramento. Può deformare la fede chi promette una nazione purificata dai nemici; può farlo chi annuncia un’umanità finalmente redenta da una rivoluzione, da un mercato o da una tecnologia. La promessa cambia abito. La richiesta rimane spesso la stessa: affidateci tutto il potere, penseremo noi anche al vostro bene.

Il cristiano può collaborare con la politica e deve assumersi responsabilità pubbliche. Ma nessun progetto umano merita l’adorazione. E difendere le radici cristiane diventa una formula vuota se si calpestano le persone che quelle radici dovrebbero nutrire.

La riflessione proposta da Taylor richiede anche una cautela storica. Raccontare una Chiesa originariamente pura, poi corrotta tutta insieme dall’incontro con l’impero, sarebbe troppo semplice. Le tentazioni del prestigio e del comando compaiono già fra i discepoli. E la storia successiva comprende compromessi e violenze, ma anche santi, riformatori, opere di misericordia e resistenze al potere.

La responsabilità cristiana consiste nel riconoscere le colpe senza cancellare tutto il resto. E nel riconoscere il bene senza utilizzarlo come alibi.

Lo stesso vale per la parabola del grano e della zizzania. Gesù non consegna ai discepoli il permesso di dichiararsi grano e stabilire che tutti gli altri siano erbacce. Mette in guardia dalla pretesa di compiere con le proprie mani il giudizio definitivo (Mt 13,24-30).

Questo non significa lasciare impuniti gli abusi. Una vittima va protetta, una denuncia va ascoltata, un responsabile va chiamato a rispondere. La pazienza evangelica non è il silenzio imposto a chi soffre per salvare la reputazione dell’istituzione.

Il criterio rimane esigente: riconoscere il male senza attribuirsi il diritto di conoscere definitivamente il cuore altrui.

C’è infine una tentazione molto attuale: sentirsi parte di una cerchia che possiede informazioni segrete, spiegazioni nascoste, chiavi riservate per interpretare ogni evento. Chi dissente sarebbe ingenuo o complice. Chi obbedisce, invece, apparterrebbe ai pochi che hanno capito tutto.

È un ottimo sistema per rendere una persona dipendente. Una volta convinta che soltanto il capo conosca la verità, finirà per considerare ogni smentita una prova ulteriore del complotto. Il Vangelo viene così ridotto a una password d’accesso al gruppo.

La fede cristiana domanda discernimento, non questa resa della coscienza. Giovanni invita a mettere alla prova le ispirazioni, anziché accoglierle soltanto perché qualcuno dichiara che vengono da Dio.

Per questo la domanda più feconda non è quale personaggio pubblico meriti oggi il titolo di Anticristo. È quale immagine di Gesù stiamo accettando.

Un Cristo che ci converte o uno che approva sempre le nostre ostilità? Un Signore che ci insegna a servire o un protettore incaricato di farci prevalere? Un Crocifisso davanti al quale riconoscere i nostri peccati o un simbolo da esibire mentre elenchiamo quelli degli altri?

Prima di individuare l’Anticristo nel nemico, conviene accertarsi di non avergli preparato un posto comodo nelle proprie certezze.

Potrebbe trovarsi benissimo. Soprattutto se nessuno gli chiede di amare.

libro defyng