La morte dell’anziana madrilena diventata simbolo delle proteste sulla casa interroga l’Europa: quanto vale una vita quando il suo diritto a restare incontra la convenienza economica di farla partire?

Una casa può tornare disponibile quando chi la aspettava non può più tornarci. È questa la crudeltà del tempo nella storia di Maricarmen Abascal, morta a 87 anni il 7 ottobre nell’ospedale Gregorio Marañón di Madrid. Il 23 settembre era stata sfrattata dall’appartamento del quartiere Retiro dove aveva trascorso oltre settant’anni. Da allora era rimasta ricoverata. La sua vicenda aveva suscitato una vasta mobilitazione per il diritto all’abitazione.

Il particolare più amaro è che una soluzione era stata trovata. Un accordo con la società proprietaria, raggiunto attraverso una mediazione alla quale avevano partecipato rappresentanti municipali, familiari, avvocata e sindacato degli inquilini, avrebbe consentito il suo ritorno con un affitto sostenibile. Le sue cose erano ancora nell’appartamento. Aspettavano lei.

Fra quella possibilità e il ritorno si è interposta la morte.

La cronaca deve fermarsi prima di trasformare questa successione di eventi in una diagnosi. Affermare un rapporto clinico diretto fra sfratto e decesso richiede elementi che non abbiamo. Il giudizio morale, però, conserva intatta la propria domanda: come si arriva a sradicare una persona tanto anziana dalla casa di una vita, per trovare soltanto dopo una strada che avrebbe potuto permetterle di restare?

La domanda pesa perché riguarda il modo in cui guardiamo la vecchiaia.

Per chi conserva energie, relazioni e denaro, cambiare abitazione può essere un progetto. Nell’età della fragilità può diventare la perdita delle coordinate con cui ci si orienta nel mondo. La distanza fra letto e cucina, la luce riconoscibile di una finestra, i rumori del pianerottolo, il negoziante che conosce il nostro nome: sono piccoli sostegni quotidiani. Nessuno compare in una valutazione immobiliare. Eppure contribuiscono a tenere in piedi una persona.

Dopo settant’anni, abitare significa aver affidato a un luogo una parte della propria memoria. Le stanze custodiscono assenze, consuetudini, gesti che il corpo ricorda anche quando si affatica. Sradicare un anziano impone dunque una responsabilità proporzionata alla profondità di quel legame.

Si può rispondere che esistono contratti, scadenze, diritti dei proprietari. Certamente. Anche un piccolo proprietario può vivere del proprio affitto e avere bisogno di tutela. Proprio per questo serve una politica dell’abitare capace di assumere il conflitto e di costruire soluzioni prima che precipiti sulla persona più debole. Lasciare proprietario e inquilino soli davanti all’emergenza significa spesso trasformare un problema sociale in una guerra privata.

Le istituzioni madrilene hanno dichiarato di aver proposto a Maricarmen risorse assistenziali e soluzioni residenziali, alcune delle quali rifiutate. Anche questo elemento appartiene alla vicenda e va riferito. Ma l’esistenza di una sistemazione alternativa non esaurisce la questione della sua adeguatezza: occorre considerare autonomia, legami, condizioni personali e possibilità concrete di preservare la continuità della vita.

La morte di Maricarmen ha portato nuovamente migliaia di persone nelle strade. L’8 ottobre una marcia ha attraversato Madrid dalla Puerta del Sol fino alla sua abitazione: circa ventimila partecipanti, secondo la Delegazione del governo citata da Cadena SER. Davanti al portone, fiori, candele e un minuto di silenzio.

In quella partecipazione si può leggere qualcosa che supera la solidarietà con una singola donna. Un anziano teme di perdere il luogo nel quale ha vissuto; un giovane teme di non poterne mai avere uno. Sono due età esposte alla stessa insicurezza. Da una parte viene compromessa la possibilità di custodire il passato, dall’altra quella di costruire il futuro.

Per una coscienza cristiana, questa convergenza dovrebbe essere immediatamente comprensibile. La dignità della persona attraversa tutte le sue condizioni materiali: il cibo, le cure, il lavoro, il riparo. La proprietà privata trova nella sua funzione sociale una responsabilità verso il bene comune. E l’attenzione alla fragilità deve diventare criterio delle decisioni, oltre che sentimento davanti alle loro conseguenze.

Una comunità cristiana credibile accompagna chi rischia di perdere la casa, ascolta le famiglie, sostiene mediazioni, mette in discussione anche l’impiego del proprio patrimonio. La carità interviene nell’urgenza; la giustizia chiede perché quell’urgenza sia stata lasciata crescere.

Per questo il caso Maricarmen esige più di una commemorazione. Chiede protezioni tempestive per gli anziani vulnerabili, mediazioni prima dell’esecuzione degli sfratti, alloggi accessibili e responsabilità pubbliche riconoscibili. Il costo della tutela va assunto dalla comunità attraverso strumenti equi. Non può dipendere dalla capacità di una vicenda di diventare virale.

L’accordo per il ritorno lascia una domanda dolorosa: perché la possibilità di ricomporre il conflitto è emersa soltanto dopo lo sradicamento e la mobilitazione? È qui che la politica dovrebbe concentrare la propria attenzione. Il tempo delle procedure e quello della fragilità umana scorrono diversamente. Per una persona di 87 anni, una settimana può contenere tutto il futuro rimasto.

Maricarmen non è tornata. Davanti a quella porta l’Europa dovrebbe fermarsi a riflettere sul significato della parola sicurezza, tanto pronunciata nei comizi. Comprende anche la possibilità di invecchiare senza temere che il luogo della propria vita diventi improvvisamente irraggiungibile.

La misura di una città civile è anche questa: quanto sa proteggere chi, per continuare a vivere, ha bisogno di poter restare.