Il caso tedesco riapre la questione dei segreti trasformati in merce. I precedenti italiani, le grandi infiltrazioni sovietiche e russe, la vulnerabilità dell’Europa nel tempo della guerra. Ma il destinatario delle informazioni contestate a Hanning resta da accertare.

Il segreto più difficile da custodire è quello affidato a chi conosce tutte le serrature. L’arresto di August Hanning, già direttore dell’intelligence esterna tedesca, scuote la Germania perché porta il sospetto del tradimento nel luogo deputato a prevenirlo. Mentre la guerra rende ogni informazione strategica potenzialmente decisiva, torna una domanda che riguarda anche l’Italia: quanto vale la fedeltà di chi ha ricevuto in custodia la sicurezza degli altri?


C’è una forma di privatizzazione dello Stato che non passa dai parlamenti e non compare nei programmi economici: comincia quando un servitore pubblico considera commerciabile ciò che conosce per ragioni d’ufficio. Un documento diventa un prodotto, una relazione riservata un vantaggio professionale, un’antica conoscenza il tramite di un affare. Il tradimento può avere questa prosa dimessa. Nessuna conversione ideologica, nessuna avventura da romanzo: semplicemente, qualcuno presenta il conto per una fiducia che non gli appartiene.

Il caso esploso in Germania il 6 ottobre 2026 impone tuttavia di distinguere subito il giudizio sul tradimento da quello sulle persone indagate. August Hanning, alla guida del BND dal 1998 al 2005, è stato arrestato insieme all’ex collaboratore Manfred D. Secondo la procura federale, un accordo risalente presumibilmente al 2010 prevedeva l’acquisizione, dietro compenso, di informazioni riservate. Hanning avrebbe inoltre intrattenuto rapporti con un appartenente a un servizio straniero, fornendogli informazioni politiche anche ricavate dal materiale ricevuto. Sono contestazioni da provare, non una sentenza. Soprattutto, il servizio straniero non è identificato nel comunicato della procura: presentare oggi Hanning come una spia della Russia significherebbe aggiungere alla notizia una certezza inesistente.

La distinzione non attenua la gravità della vicenda. La rende leggibile. Un ex vertice dell’intelligence sospettato di utilizzare informazioni riservate nei rapporti con un servizio estero pone una questione che supera il singolo procedimento: quando finisce un incarico, che cosa impedisce al patrimonio di conoscenze e relazioni accumulato per lo Stato di diventare un capitale privato? Il prestigio di una carriera può favorire una fiducia eccessiva proprio dove servirebbero controlli indipendenti dal rango.

L’Italia conosce questa ferita. Walter Biot, ufficiale della Marina arrestato nel marzo 2021 mentre consegnava documenti riservati a funzionari dell’ambasciata russa, rappresenta un precedente giudiziariamente accertato. Il 6 maggio 2026 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a vent’anni nel procedimento ordinario; era già definitiva quella a ventinove anni e due mesi pronunciata dalla giustizia militare. Sono due distinti percorsi processuali, da non sommare meccanicamente in un titolo. Qui il riferimento a Mosca non nasce da una suggestione geopolitica, ma dai fatti oggetto delle condanne.

La vicenda Biot precede l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina. Ricordarlo serve a comprendere che lo spionaggio prepara il terreno, attraversa le tregue apparenti e lavora quando l’opinione pubblica ritiene ancora lontana la guerra. Un’informazione sottratta oggi può rivelare domani una debolezza, un metodo, una relazione. La sua pericolosità non coincide necessariamente con il momento della consegna.

Nella storia italiana compare anche Giorgio Conforto, indicato nel dossier Mitrokhin con il nome in codice “Dario” e discusso negli atti parlamentari per i suoi rapporti con lo spionaggio sovietico. È un precedente da collocare sul terreno della ricostruzione storica e documentaria, senza attribuirgli automaticamente lo stesso statuto giudiziario del caso Biot. La sua vicenda ricorda quanto a lungo Mosca abbia cercato accessi all’interno delle istituzioni italiane; non autorizza a trasformare un’intera appartenenza politica in una presunzione di colpevolezza.

Oltre l’Italia, due nomi mostrano la profondità che può raggiungere un’infiltrazione: Aldrich Ames e Robert Hanssen. Il primo operava nella CIA, il secondo nell’FBI. Entrambi servirono clandestinamente l’Unione Sovietica e poi la Russia. Le ricostruzioni ufficiali statunitensi documentano conseguenze che andarono oltre la perdita di carte riservate: fonti compromesse, arresti e, per alcune persone esposte, la morte. Dietro il linguaggio impersonale dei fascicoli c’erano esseri umani consegnati ai loro persecutori.

È qui che il tradimento perde ogni patina cinematografica. Chi vende informazioni non può scegliere fino in fondo l’uso che ne farà il compratore. Può raccontarsi di avere ceduto soltanto un’analisi, una fotografia, un dettaglio. Ma quel dettaglio può permettere di identificare una persona o di ricostruire una rete. Il prezzo incassato resta individuale; il danno viene distribuito su altri, spesso ignari e impossibilitati a difendersi.

Nella fase bellica che attraversa l’Europa, questa sproporzione acquista un peso particolare. Conoscere in anticipo valutazioni, vulnerabilità e intenzioni dell’avversario può orientare decisioni militari e pressioni diplomatiche. Perciò lo spionaggio a favore della Russia riguarda anche chi immagina la sicurezza come una materia remota, riservata agli specialisti. Riguarda la capacità delle istituzioni di proteggere persone, infrastrutture e scelte collettive.

La vigilanza, però, richiede precisione. Criticare la NATO, contestare una decisione europea o chiedere negoziati con Mosca appartiene alla libertà politica. Consegnare clandestinamente informazioni protette a una potenza straniera appartiene a un’altra sfera. Confondere questi piani offre un pessimo servizio alla democrazia e al controspionaggio: moltiplica i sospetti generici e rende meno riconoscibili le responsabilità concrete.

Per una coscienza cristiana, il nucleo morale della questione è l’abuso della fiducia. Un incarico pubblico affida potere perché venga esercitato a beneficio della comunità. Trasformarlo in rendita clandestina significa disporre della sicurezza altrui come di una proprietà personale. Le fragilità economiche o umane possono aiutare a comprendere una scelta; non rendono lecito farne pagare il prezzo a innocenti.

Hanning dovrà rispondere delle contestazioni nelle sedi competenti, con tutte le garanzie dovute. Il caso solleva intanto una domanda istituzionale legittima: quanto sono efficaci i controlli su chi conserva accessi e relazioni dopo avere lasciato il servizio? La fedeltà non può essere certificata una volta per tutte da un curriculum. Ha bisogno di responsabilità verificabili, anche ai vertici. Soprattutto ai vertici.


Il segreto venduto può diventare una vita esposta. Difendere lo Stato significa perseguire i tradimenti provati, controllare chi custodisce le informazioni e non trasformare il sospetto in una sentenza.