Il caso Discover-Tech rivela come la pubblicità possa diventare un veicolo di spionaggio. Tra intelligence, algoritmi e impieghi militari, la questione decisiva resta il controllo umano sul potere tecnologico.
Ci avevano insegnato a non aprire allegati sospetti, a diffidare dei collegamenti sconosciuti, a pensarci prima di cliccare. Precauzioni ancora necessarie. Ora un’indagine documenta una minaccia capace di arrivare attraverso il semplice caricamento di una pubblicità. Quando l’infrastruttura che conosce i nostri consumi può essere impiegata per sorvegliarci, la sicurezza digitale diventa una questione di libertà, di democrazia e persino di pace.
La pubblicità, un tempo, bussava. Poteva essere insistente, rumorosa, indiscreta: entrava nelle case con il televisore e interrompeva il film nel momento meno opportuno. Nell’ambiente digitale ha imparato prima a seguirci, poi a riconoscerci. Il caso ricostruito dal Citizen Lab dell’Università di Toronto mostra quanto possa essere pericoloso mettere questa conoscenza al servizio dello spionaggio.
Il rapporto pubblicato il 15 ottobre descrive una tecnica chiamata AdFection: annunci mirati utilizzati come veicolo per attacchi con software spia senza richiedere un clic della vittima. I ricercatori collegano il sistema alla società israeliana Discover-Tech e documentano infezioni con lo spyware Candiru su dispositivi di Al Jazeera. Almeno 45 dispositivi dell’emittente risultano presi di mira nel 2024 e nel 2025. È un’indagine su soggetti e infrastrutture specifici: la nazionalità delle imprese non autorizza ad attribuire automaticamente ogni operazione a un governo, tanto meno a un popolo.
Occorre anche custodire le proporzioni. Un annuncio visualizzato non equivale a un dispositivo infettato. La raccolta di informazioni, la selezione del bersaglio e la compromissione sono passaggi distinti. Il rapporto descrive una capacità di individuare obiettivi dentro una platea molto più ampia; non dimostra che ogni persona raggiunta sia stata spiata. Proprio questa selettività rende il meccanismo inquietante: un’infrastruttura ordinaria può nascondere un’aggressione straordinaria.
L’espressione “zero-click” contiene qualcosa di culturalmente dirompente. Abbiamo costruito molta educazione informatica intorno alla responsabilità dell’utente: fai attenzione, controlla, evita. Qui la prudenza individuale incontra un limite. Il comportamento normale — leggere una notizia, consultare una pagina — può diventare occasione di esposizione. La domanda riguarda quindi anche chi progetta, vende e controlla gli ambienti nei quali siamo invitati a vivere.
Una società digitale adulta dovrebbe distribuire le responsabilità secondo il potere effettivo di prevenire il danno. È difficile chiedere al cittadino di verificare una filiera pubblicitaria che spesso non riesce neppure a vedere.
Il bersaglio giornalistico allarga ulteriormente il problema. Dentro il dispositivo di un cronista possono esserci fonti, testimonianze, appuntamenti, documenti ancora da verificare. La sorveglianza può compromettere persone che non hanno mai pubblicato una riga. Può raggiungere la notizia prima che diventi notizia, scoraggiare una confidenza, rendere troppo costoso raccontare un abuso.
È qui che lo spionaggio incontra la guerra informativa.
Spesso immaginiamo quest’ultima come una fabbrica di falsità: fotografie manipolate, video artefatti, profili che ripetono slogan. Ma il dominio dell’informazione comprende anche la possibilità di conoscere in anticipo ciò che un altro sta per dire, individuare chi gli parla, misurarne le vulnerabilità. La menzogna pubblica e il segreto sottratto possono servire lo stesso obiettivo: restringere la libertà di giudizio dell’avversario.
Non tutte queste operazioni sono presenti nel caso Discover-Tech. Sarebbe scorretto attribuirgli una campagna militare o un impiego dell’intelligenza artificiale che le prove citate non dimostrano. Il caso permette però di riconoscere una vulnerabilità più generale: gli strumenti commerciali costruiti per selezionare un pubblico possono diventare preziosi per chi vuole selezionare un bersaglio.
L’intelligenza artificiale rende questa prospettiva ancora più delicata. La sua capacità di classificare grandi quantità di informazioni può agevolare l’analisi di materiali raccolti; i sistemi generativi possono abbassare il costo della produzione di messaggi ingannevoli e delle loro varianti. Nessuna di queste capacità garantisce, da sola, che una campagna persuada davvero. Moltiplicare i contenuti non significa conquistare automaticamente le coscienze. Significa però aumentare la pressione sull’attenzione e rendere più onerosa la verifica.
Una democrazia può logorarsi anche così: quando il cittadino, sommerso dalle versioni, rinuncia a distinguere. Il successo della manipolazione può consistere nel lasciare dietro di sé una stanchezza universale, la convinzione che tutto sia propaganda e che ogni testimonianza valga quanto la sua contraffazione.
Sul terreno propriamente bellico, la questione acquista una gravità ulteriore. Gli impieghi dell’IA vanno distinti: organizzare rifornimenti, interpretare immagini, sostenere un’analisi di intelligence e contribuire alla selezione di un obiettivo comportano responsabilità differenti. Parlare genericamente di “guerra degli algoritmi” nasconde proprio le decisioni che sarebbe necessario rendere visibili.
Quando un sistema contribuisce a valutare chi o che cosa colpire, la rapidità diventa una qualità ambivalente. Può aiutare a elaborare informazioni; può anche comprimere il tempo del dubbio. Un’indicazione presentata con l’apparenza della precisione rischia di ricevere una fiducia superiore a quella meritata. La presenza di un operatore davanti a uno schermo, da sola, non garantisce un controllo umano significativo: servono competenza, tempo, informazioni e il potere reale di fermare la decisione.
Una percentuale di attendibilità non è un giudizio morale. E la responsabilità non può dissolversi lungo la catena che unisce chi raccoglie i dati, chi costruisce il modello, chi impartisce gli ordini e chi li esegue.
La dottrina sociale della Chiesa offre un criterio esigente: la persona resta il fine dell’organizzazione economica, politica e tecnologica. La sua dignità precede l’utilità che altri possono ricavare dai suoi dati. Il Catechismo formula un principio semplice: «Ciascuno deve osservare il giusto riserbo riguardo alla vita privata delle persone». È il numero 2492, e riguarda una dimensione concreta della libertà.
Nella riservatezza maturano relazioni, convinzioni, domande. Vi trovano protezione il dissenso e la fragilità. Considerarla un privilegio di chi avrebbe qualcosa da nascondere significa misconoscere la vita umana: abbiamo tutti qualcosa da custodire.
Questo criterio non appartiene a uno schieramento. Le etichette di destra e di sinistra diventano insufficienti quando pretendono di decidere in anticipo quali sorveglianze condannare e quali tollerare. La dignità della persona domanda coerenza anche quando a violarla è un alleato, un governo gradito, un’impresa utile.
Occorrono perciò controlli verificabili sulle filiere pubblicitarie, limiti alla raccolta indiscriminata dei dati, responsabilità riconoscibili nella vendita degli strumenti di sorveglianza. Negli impieghi militari dell’IA, il controllo umano deve conservare sostanza e possibilità di arresto. La sicurezza comune richiede istituzioni capaci di porre condizioni al potere tecnologico.
Il progresso conserva la sua promessa quando accresce la capacità umana di comprendere e scegliere. La tradisce quando rende le persone più leggibili al potere e il potere meno leggibile alle persone. Fra una pubblicità che ci raggiunge e una decisione militare assistita da un algoritmo corre una distanza enorme. A entrambe, tuttavia, dobbiamo rivolgere una domanda ostinata: chi risponde delle conseguenze?
Dallo spyware alla guerra informativa, fino agli impieghi bellici dell’IA, la dignità umana impone un limite: nessuna efficienza tecnologica può cancellare la responsabilità di chi sorveglia, manipola o decide di colpire.
