A Materdomini, nel terzo centenario della nascita di san Gerardo Maiella, il cardinale richiama il legame tra preghiera, dignità del lavoro e responsabilità della Chiesa. Un’omelia che va letta alla luce del Vangelo e della dottrina sociale, oltre le appartenenze politiche.
Benedire le sementi significa assumersi una responsabilità anche verso le mani che le affideranno alla terra. Nell’omelia del 16 ottobre per la festa di san Gerardo Maiella, don Mimmo Battaglia restituisce a un gesto della devozione popolare tutta la sua forza evangelica: il raccolto, il salario, la salute del bracciante e il pane della famiglia appartengono alla stessa domanda di giustizia. E quella domanda interpella anche la Chiesa.
C’è un momento nel quale una benedizione diventa una domanda. Accade quando lo sguardo, posato sulle sementi, si alza verso chi dovrà seminarle. Quale vita conduce? Quanto viene pagato? Tornerà a casa sano? Potrà mangiare con dignità ciò che ha contribuito a produrre?
L’omelia pronunciata da don Mimmo Battaglia a Materdomini, nella festa di san Gerardo Maiella, nasce dentro questa concretezza. La terra custodisce una promessa di nutrimento, ma intorno a quella promessa si organizzano rapporti economici, si firmano contratti, si distribuiscono guadagni e rischi. La preghiera li raggiunge tutti. Lasciarne fuori il lavoratore significherebbe fermarsi alla superficie del gesto religioso.
«Non possiamo chiedere a Dio di benedire il campo e accettare che, in quel campo, un uomo venga trattato come un attrezzo», afferma il cardinale. La frase merita di essere ascoltata fino in fondo, prima che qualcuno si affretti ad assegnarle una collocazione politica.
È ormai un riflesso condizionato: quando un pastore parla di sfruttamento, si cerca il partito al quale starebbe facendo un favore. In questo modo la questione viene rapidamente addomesticata. Basta classificare chi parla per sentirsi dispensati dal rispondere a ciò che dice.
La dottrina sociale della Chiesa esige un altro metodo. Assume come criterio la dignità della persona e giudica alla sua luce le scelte economiche, comprese quelle degli schieramenti ai quali ci sentiamo più vicini. Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, individua nel lavoratore, in quanto persona, il fondamento del valore del lavoro. La prestazione possiede una dignità perché appartiene a un soggetto umano, con una vita che eccede il compito assegnato e il risultato ottenuto. vatican.va
Questo principio obbliga a guardare insieme l’imprenditore agricolo che fatica a sostenere i costi e il bracciante esposto al ricatto del bisogno. Le loro condizioni non sono identiche, né le responsabilità possono essere confuse. Ma una filiera ingiusta può comprimere il piccolo produttore e scaricare poi la pressione sul lavoratore più debole. La giustizia richiede di seguire l’intera catena, fino ai punti nei quali si concentra il potere di decidere prezzi e condizioni.
Anche il consumatore ne fa parte. Battaglia lo ricorda con una frase incisiva: «Dietro un prezzo troppo basso può esserci una vita pagata troppo poco». Quel “può” conta. Non ogni convenienza nasconde un abuso, e chi deve far quadrare un bilancio familiare conosce il valore di un risparmio. Sarebbe ingiusto trasformare la spesa delle famiglie povere in un processo morale. La responsabilità cresce con la conoscenza e con il potere effettivo di scegliere: riguarda soprattutto chi organizza gli acquisti, impone condizioni, controlla la distribuzione, dispone degli strumenti per verificare.
L’omelia, tuttavia, va ancora più in profondità. Tocca una parola che il linguaggio religioso deve maneggiare con particolare cura: sacrificio.
Il Vangelo del chicco di grano, letto dentro l’orizzonte della Pasqua, annuncia il dono che Cristo fa di sé. Quel dono è libero. Da qui discende una distinzione decisiva: nessuno può appropriarsi della croce per esigere la consumazione della vita altrui. Il datore di lavoro non può chiedere al dipendente una disponibilità senza limiti appellandosi alla dedizione; una comunità non può pretendere che una persona si esaurisca per tenere in piedi ogni attività; un’autorità non può chiamare obbedienza il silenzio imposto davanti all’ingiustizia.
La spiritualità del dono viene deformata quando serve a esonerare qualcuno dal proprio dovere di proteggere. La pazienza cristiana può sostenere una persona nella prova; usarla per rendere permanente una condizione abusiva significa tradirne il senso.
San Gerardo rende questa riflessione particolarmente concreta. Nato nel 1726, conobbe la povertà e il lavoro prima della vita religiosa. La sua salute fragile alimentò riserve sulla possibilità di accoglierlo tra i Redentoristi: nella lettera che ne accompagnava l’ammissione in prova compariva la definizione di «soggetto inutile». Sarebbe morto nel 1755, a ventinove anni. causesanti.va
Quell’aggettivo conserva una capacità impressionante di interrogarci. Quante volte, con parole più educate, continuiamo a formulare lo stesso giudizio? Accade quando un anziano viene considerato soltanto attraverso il costo dell’assistenza, quando la malattia rende un collega scomodo, quando una persona vale finché riesce a reggere il ritmo.
La vicenda del santo invita a fermarsi prima di quel verdetto. E non occorre dimostrare che ogni fragile nasconda un talento straordinario per riconoscergli il diritto alla cura. Anche chi non raggiungerà risultati memorabili possiede una dignità piena. La persona non deve compensare la propria vulnerabilità con qualche eccezionale utilità.
Il passaggio più esigente dell’omelia arriva quando Battaglia include la Chiesa nel giudizio che sta annunciando: «Anche io». Sono due parole che sottraggono alla predicazione la comodità di parlare sempre degli altri.
La credibilità ecclesiale passa anche dalle condizioni di lavoro nelle proprie istituzioni, dalla qualità dell’ascolto, dalla disponibilità a verificare una denuncia, dal modo in cui si esercita l’autorità. Difendere una buona reputazione è comprensibile; farlo sacrificando la verità di una persona significa compromettere proprio il bene che si vorrebbe custodire.
Questa assunzione di responsabilità conferisce forza alla parola del pastore. Chi annuncia la conversione riconosce di averne bisogno. Chi domanda giustizia accetta che la stessa misura venga applicata alla propria casa. È una forma di autorevolezza evangelica, tanto più necessaria quanto più le istituzioni temono di apparire vulnerabili.
Nell’omelia trova posto anche il turbamento di Gesù. È un richiamo prezioso, perché impedisce di costruire una morale riservata a persone sempre forti, sempre disponibili, sempre capaci di reggere. La paura davanti alla malattia, la stanchezza di chi assiste, il cedimento di chi porta da troppo tempo un peso non cancellano la fede. Chiedono una prossimità capace di ascoltare e di intervenire.
Una comunità si rivela in ciò che fa quando qualcuno non ce la fa più. Può limitarsi a elogiarne la generosità, oppure cercare una sostituzione, distribuire gli incarichi, garantire riposo. Anche queste decisioni appartengono alla carità. Talvolta la fraternità assume la forma molto semplice di un turno finalmente coperto da un altro.
Il punto d’arrivo è l’Eucaristia. Il pane offerto sull’altare, frutto della terra e del lavoro umano, reca nella celebrazione la vita concreta di chi lo ha prodotto. La comunione con Cristo domanda che quella vita sia riconosciuta anche fuori dal santuario.
Trecento anni dopo la nascita di san Gerardo, la devozione conserva così la sua forza più feconda: ci accompagna dalla preghiera alle responsabilità quotidiane. Le sementi vengono benedette perché portino frutto. La coscienza viene interrogata perché nessuno sia consumato nel produrlo.
La dignità precede la produttività. L’omelia di Battaglia riconduce la devozione a san Gerardo alla sua esigenza più concreta: custodire chi lavora, sostenere chi è fragile e sottoporre anche le istituzioni ecclesiali alla verità del Vangelo.
