Parolin e i vescovi americani contro la fucilazione trasmessa online. L’Onu denuncia la violazione del divieto di tortura. Gli Stati Uniti che pretendono di esportare democrazia preparano uno spettacolo che richiama le pratiche dei regimi da loro condannati.

 La Casa Bianca rivendica la difesa della vita, mentre il Pentagono annuncia che mostrerà al pubblico un uomo ucciso da un plotone d’esecuzione. Il progetto di trasmettere in streaming la fucilazione di Nidal Hasan mette a nudo la contraddizione del cristianesimo politico di Donald Trump: invocare il Vangelo come legittimazione e respingerne le esigenze quando ostacolano la rappresentazione della forza. Parolin e i vescovi statunitensi richiamano una verità che nessuna propaganda può cancellare: anche il colpevole conserva la propria dignità.

La barbarie può avere un ufficio stampa, un calendario e una connessione ad alta velocità. Può presentarsi con il linguaggio della sicurezza e pretendere persino di impartire una lezione morale. Rimane barbarie quando trasforma la morte di una persona in uno spettacolo organizzato dal potere.

Il Pentagono ha annunciato la trasmissione in diretta streaming della fucilazione di Nidal Hasan, ex psichiatra dell’esercito condannato per la strage di Fort Hood del 2009, nella quale furono uccise tredici persone. L’esecuzione è programmata per il 3 dicembre 2026, salvo sviluppi giudiziari. La decisione di renderla pubblica è stata sostenuta dal segretario alla Difesa Pete Hegseth come ammonimento sulle conseguenze di simili delitti.

Le vittime meritano memoria, giustizia e rispetto. I sopravvissuti e i familiari hanno diritto a un sostegno che duri oltre le cerimonie. Il loro dolore non conferisce però al governo un mandato per trasformare l’esecuzione del colpevole in una rappresentazione della propria potenza. Una telecamera non restituisce nessuna delle vite spezzate.

Il cardinale Pietro Parolin ha reagito con parole inequivocabili: «Non è accettabile che ci sia una spettacolarizzazione della morte». Il segretario di Stato ha ribadito l’opposizione della Chiesa alla pena capitale, richiamando la dignità della persona e l’esistenza di altri strumenti per rispondere al crimine. È una contestazione che raggiunge la sostanza della scelta americana, ben oltre le modalità della trasmissione.

Anche dall’interno degli Stati Uniti arriva una denuncia ecclesiale durissima. L’arcivescovo Paul Stagg Coakley, presidente della Conferenza episcopale, ha definito la decisione una «promozione barbara di una cultura di morte». Ha chiesto che venga riconsiderata, avvertendo che un’esecuzione pubblica danneggerebbe ulteriormente il tessuto morale della nazione. Le sue parole impediscono di confondere la Chiesa americana con il seguito religioso di una presidenza.

È qui che il cristianesimo politico di Trump incontra la propria contraddizione più evidente. Non possiamo giudicare la sua fede interiore. Possiamo e dobbiamo giudicare il contenuto pubblico di una politica che cerca nei simboli cristiani una consacrazione e poi considera la misericordia un intralcio alla forza.

Alla commemorazione di Charlie Kirk, il 21 settembre 2025, questa distanza era già emersa. Erika Kirk aveva dichiarato di perdonare il giovane accusato dell’assassinio del marito. Trump, intervenendo successivamente, aveva affermato: «Io odio il mio avversario e non desidero il suo bene». Si era poi rivolto a Erika, ammettendo che forse avrebbe potuto convincerlo a cambiare atteggiamento. Non pronunciò letteralmente la frase «tu perdoni, io no», ma il contrasto fra i due interventi fu netto.

Una donna colpita direttamente dalla violenza trovava nella fede la forza del perdono. Il presidente dichiarava il proprio odio verso gli avversari. Il perdono non annulla la responsabilità penale: impedisce che la giusta domanda di giustizia diventi desiderio di distruzione dell’altro. È precisamente questa disciplina evangelica che la religione della forza fatica ad accettare.

La croce viene così esibita come appartenenza, mentre il comando di amare i nemici viene accantonato come debolezza. È una falsificazione politica del cristianesimo: se ne conserva l’autorità simbolica, ma si neutralizza ciò che potrebbe giudicare e convertire il potere.

La contraddizione attraversa anche la pretesa identità pro-life. Il 24 gennaio 2025 Trump firmò un ordine esecutivo per riaffermare l’applicazione dell’emendamento Hyde e le restrizioni ai finanziamenti federali dell’aborto. La sua amministrazione presentò la misura come un impegno in difesa della vita.

Per un cattolico, la tutela della vita nascente conserva tutto il proprio valore. Proprio per questo non può diventare un lasciapassare morale per qualsiasi altra decisione. Una posizione sull’aborto non assolve un governo dalla responsabilità di organizzare e spettacolarizzare la morte di un detenuto.

L’innocenza del nascituro e la colpevolezza del condannato sono condizioni diverse. La dignità umana, però, non è un premio assegnato a chi si comporta bene. Il Catechismo, al numero 2267, dichiara la pena di morte inammissibile perché lede l’inviolabilità e la dignità della persona, e impegna la Chiesa per la sua abolizione universale.

A che cosa serve dunque rivendicare la sacralità della vita, se poi si chiede al pubblico di assistere alla sua soppressione? La credibilità pro-life si misura anche davanti alla vita che suscita ripugnanza, davanti a chi ha compiuto un delitto atroce e si trova ormai sotto il controllo dello Stato. È lì che la dignità smette di essere uno slogan e diventa un limite concreto alla nostra volontà di punire.

La questione ha inoltre una precisa dimensione internazionale. L’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che trasmettere un’esecuzione in diretta equivale a renderla pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura. Ha richiamato il medesimo criterio applicato alle esecuzioni pubbliche in Iran e Afghanistan, considerate trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti. Questa è la valutazione dell’organismo Onu, non una sentenza già pronunciata sul caso americano.

Il punto politico resta devastante. Gli Stati Uniti, che hanno tante volte rivendicato la missione di esportare democrazia, si fanno promotori di una pratica denunciata proprio sul terreno dei diritti umani. La tecnologia più avanzata viene mobilitata per allargare la platea del patibolo.

Che differenza c’è, su questo terreno, con i regimi che Washington condanna? Le differenze fra ordinamenti, processi e libertà politiche esistono e contano. Ma nessuna di esse rende accettabile esporre la morte di un uomo come ammonimento collettivo. Una democrazia non riceve dalla propria storia un’immunità morale per le decisioni presenti.

Se la crudeltà è intollerabile a Teheran o a Kabul, deve esserlo anche in una base militare americana. Altrimenti i diritti umani diventano un vocabolario da usare contro gli avversari, mentre agli alleati e a se stessi viene concessa ogni eccezione.

Anche l’informazione ha una responsabilità. Documentare il potere significa verificarne le decisioni e denunciarne gli abusi. Accettare il ruolo di distributori dello spettacolo predisposto dal governo rischia invece di trasformare il giornalismo in parte della sua regia. Il diritto dei cittadini a sapere non impone di consegnare loro la morte di un detenuto come contenuto da consumare e rilanciare.

Parolin e Coakley richiamano l’esistenza di un limite. La giustizia deve proteggere la società, riconoscere il male e farne rispondere chi lo ha commesso. Conserva la propria autorità quando resiste alla tentazione di umiliare, annientare e chiedere consenso attorno all’annientamento.

Il tempo per fermare questo progetto esiste ancora. Una democrazia può correggersi. Un governo può commutare una pena. Chi si dichiara cristiano può cominciare ad ascoltare il Vangelo proprio nel punto in cui contraddice i suoi desideri.

La difesa della vita non concede licenze di uccidere. E la croce di Cristo non può diventare l’insegna di un potere che invita il mondo ad assistere a una fucilazione.

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