Dodici morti, centinaia di feriti e notizie di raid sauditi su Sanàa. Condannare la strage è necessario. Impedire che diventi il lasciapassare per altre stragi è la responsabilità della politica.
In un aeroporto si aspetta qualcuno oppure si parte per raggiungerlo. È questa elementare fiducia nel futuro che la guerra colpisce quando entra in un terminal passeggeri. Prima delle infrastrutture, prima del prestigio nazionale, prima delle quotazioni del petrolio, vengono le persone: chi lavora, chi torna a casa, chi ha una coincidenza da prendere. A Riad, quel futuro si è interrotto per dodici esseri umani. Altri 309 sono rimasti feriti, secondo il bilancio diffuso dall’autorità saudita per l’aviazione civile. Fra le vittime, quattro sauditi e otto stranieri. La morte ha attraversato le frontiere con maggiore facilità della diplomazia.
L’attacco del 10 ottobre all’aeroporto King Khalid, attribuito dalla coalizione saudita agli Houthi, esige una condanna senza attenuanti. Nessuna causa acquista dignità facendo dei passeggeri un bersaglio. Nessuna sofferenza precedente conferisce il diritto di produrne una nuova contro gli innocenti. Le ragioni di un conflitto devono essere studiate, anche quando sono scomode; adoperarle per rendere accettabile una strage significa invece cancellare la distinzione tra comprendere e giustificare.
La cronaca dell’11 ottobre annuncia intanto il passaggio successivo: secondo i media yemeniti, caccia sauditi hanno attaccato l’aeroporto di Sanàa. La notizia va mantenuta nella sua corretta attribuzione, senza trasformare informazioni ancora da verificare in un racconto già definitivo. Ma la sequenza che si profila è riconoscibile: un aeroporto colpito, una risposta annunciata, un altro aeroporto sotto attacco. Ogni comando militare presenterà le proprie ragioni. A chi vive sotto le bombe resterà il compito di trovare un riparo.
Un aeroporto internazionale è anche una promessa politica. Dice che un Paese è raggiungibile, che si possono organizzare incontri, investimenti, scambi, viaggi. Colpirlo significa insinuare il dubbio in quella promessa. La vulnerabilità diventa spettacolo pubblico; la paura viaggia ben oltre il raggio dell’esplosione. È plausibile leggere anche in questa chiave la pressione esercitata sulla monarchia saudita: costringerla a difendere, insieme alla popolazione, l’immagine della propria sicurezza.
Qui nasce la trappola. Un governo colpito avverte il bisogno di dimostrare immediatamente che conserva il controllo. Il suo avversario può cercare proprio una reazione capace di estendere il conflitto e alimentare nuove ostilità. La superiorità militare permette di distruggere obiettivi; da sola, però, non garantisce che il giorno successivo sia più sicuro. Il criterio con cui giudicare una risposta dovrebbe essere questo: quante vite protegge, quale minaccia riduce, quale possibilità apre perché l’attacco non si ripeta.
Trump ha definito l’attacco inaccettabile; dalle Nazioni Unite è arrivato l’allarme per una grave escalation. Sono parole necessarie, ma il loro valore si misurerà nelle decisioni successive. La condanna serve a fissare una responsabilità. La diplomazia deve impedire che quella responsabilità diventi il pretesto per una guerra senza limiti.
Per Washington la prova consiste nell’esercitare un’influenza che protegga l’alleato e contenga l’allargamento dello scontro. Per l’Europa, nel dare seguito alle dichiarazioni con un’iniziativa politica riconoscibile. Per gli attori regionali, nel comprendere che nessuno può affidare indefinitamente la propria sicurezza all’insicurezza del vicino. Servono interlocutori, pressioni, garanzie e canali negoziali: strumenti meno fotogenici dei decolli militari, ma dai quali dipende la possibilità di fermarli.
Una coscienza cristiana deve custodire, soprattutto in queste ore, l’uguaglianza delle vittime. Il viaggiatore ucciso a Riad e il bambino minacciato dalle bombe nello Yemen possiedono la stessa dignità. Questa uguaglianza non confonde le responsabilità: obbliga ad accertarle senza scegliere prima quali morti meritino compassione.
È una disciplina morale esigente anche per chi informa. Le immagini delle persone in fuga possono restituire un volto alla sofferenza, oppure diventare materiale per preparare emotivamente la rappresaglia. Il giornalismo serve quando distingue fatti, attribuzioni e propaganda; quando ricorda che dietro la parola “risposta” ci saranno conseguenze concrete, spesso irreversibili, per persone che non hanno deciso nulla.
A Riad bisogna soccorrere i feriti, accompagnare le famiglie, accertare le responsabilità e proteggere chi è ancora esposto. Poi occorre chiedere alla politica qualcosa di più difficile di una promessa di vendetta: una via d’uscita.
La misura della sua forza sarà la possibilità, per qualcuno, di tornare ad aspettare una persona cara agli arrivi senza dover temere il cielo.
