Ventiquattro militari israeliani raccontano dall’interno la guerra di Gaza e l’impiego dell’intelligenza artificiale nei bombardamenti. Il premier chiede che siano indagati e perseguiti penalmente. Ma il dato politicamente più inquietante è un altro: anche gli avversari di Netanyahu hanno attaccato il documentario, mostrando quanto il dissenso sulla guerra possa restringersi quando viene chiamata in causa la reputazione dello Stato.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in una democrazia quando il potere, di fronte a testimonianze che lo chiamano in causa, sembra più interessato a perseguire chi parla che a verificare ciò che viene raccontato. È il paradosso che attraversa Israele dopo l’uscita di NAZA, il documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia.
Ventiquattro testimoni provenienti dall’apparato militare e dell’intelligence israeliana hanno raccontato, protetti dall’anonimato, alcuni meccanismi delle operazioni condotte nella Striscia di Gaza. Le loro dichiarazioni chiamano in causa sistemi di sorveglianza, procedure di individuazione degli obiettivi, algoritmi e valutazioni preventive del numero di civili che potrebbero morire sotto le bombe.
La risposta del primo ministro Benjamin Netanyahu è stata una richiesta formale di indagini, rivolta ai vertici militari, allo Shin Bet e alla procuratrice generale, affinché i partecipanti vengano identificati e perseguiti per presunte violazioni della sicurezza, diffamazione e danni agli interessi dello Stato. Per il premier, il documentario diffonde una rappresentazione falsa e distorta delle forze armate.
Naturalmente, le testimonianze devono essere verificate. L’esercito israeliano respinge le accuse e sostiene che le decisioni sugli attacchi siano assunte da esseri umani, non autonomamente dall’intelligenza artificiale. È una replica che merita di essere ascoltata e sottoposta al medesimo scrutinio critico richiesto ai testimoni.
Ma qui comincia la questione che nessun comunicato militare può risolvere: la sicurezza di uno Stato può essere invocata per proteggere informazioni legittimamente riservate, non per sottrarre automaticamente le condotte dei suoi apparati al giudizio pubblico.
Una democrazia sufficientemente sicura di sé dovrebbe essere capace di distinguere la divulgazione illegittima di segreti operativi dalla denuncia documentata di possibili abusi. Confondere i due piani significa correre il rischio di trasformare la ragion di Stato in un lasciapassare morale.
E soprattutto significa dimenticare che la reputazione di un esercito non è un bene superiore alla vita delle persone sulle quali quell’esercito esercita la forza.
La guerra degli algoritmi e il vocabolario dell’innocenza
Il titolo stesso del documentario contiene un’intera concezione della guerra. NAZA richiama il linguaggio militare utilizzato per indicare i danni collaterali, vale a dire le perdite civili previste nell’esecuzione di un attacco.
È un’espressione apparentemente neutrale. Ordinata. Quasi asettica.
Nelle moderne sale operative non si vedono madri, bambini, anziani. Si osservano schermate, coordinate, probabilità e obiettivi. Il lessico della tecnologia rischia così di rendere amministrativamente tollerabile ciò che, nella realtà, rimane una tragedia umana.
Un bambino non è un danno collaterale. È una persona.
Una famiglia annientata non è un errore statistico. È una famiglia annientata.
La tecnologia può rendere un bombardamento più preciso nella selezione del bersaglio senza renderlo necessariamente più giusto nella valutazione delle conseguenze. E l’intelligenza artificiale, quand’anche utilizzata soltanto come supporto, non assolve chi sceglie, autorizza ed esegue.
Su questo terreno NAZA pone interrogativi che vanno ben oltre il giudizio sul governo israeliano. Interroga una civiltà che ha imparato a calcolare la morte con una precisione crescente, senza dimostrare di avere sviluppato un’analoga capacità di impedirla.
L’opposizione che contesta Netanyahu, ma non vuole ascoltare i suoi accusatori
Eppure, il particolare più rivelatore di questa vicenda non riguarda soltanto Netanyahu. Riguarda i suoi avversari.
Sarebbe rassicurante immaginare un Israele politicamente diviso fra un governo che vuole mettere a tacere le voci scomode e un’opposizione che difende senza esitazioni il diritto di denunciare eventuali crimini di guerra.
La realtà è assai meno consolante.
Gadi Eisenkot, già capo di Stato maggiore e avversario politico del premier, ha accusato il documentario di offrire una rappresentazione distorta e unilaterale della realtà, dannosa per Israele. Naftali Bennett, ex primo ministro e candidato alle prossime elezioni, ha parlato addirittura di una terribile calunnia contro i soldati israeliani.
Non sono indiscrezioni: queste prese di posizione risultano documentate dalla stampa israeliana e internazionale.
Ecco il punto politicamente decisivo. L’opposizione a Netanyahu non coincide necessariamente con un’opposizione alla narrazione dominante sulla guerra di Gaza.
Anzi, proprio quando affiorano accuse provenienti dall’interno dell’apparato militare, parte significativa dello schieramento contrario al premier sembra ritrovare con lui un linguaggio comune: la difesa dell’onore nazionale, la delegittimazione del documentario, il sospetto verso chi rompe il silenzio.
Occorre una distinzione: criticare NAZA non equivale automaticamente ad approvare le iniziative penali di Netanyahu. Non risulta dimostrato che tutti gli oppositori sostengano la richiesta di incriminazione. Ma le loro dure condanne del film, anteriori all’ultima iniziativa del premier, rendono evidente una convergenza che va ben oltre le abituali divisioni di governo.
È una convergenza che pone un problema serio alla democrazia israeliana.
Che cosa rimane dell’alternanza politica se, sulle questioni più dolorose, la critica si arresta davanti al prestigio delle istituzioni militari?
Si può contestare Netanyahu per la conduzione del governo, per i rapporti con la magistratura, per le alleanze parlamentari e perfino per la strategia bellica. Ma tutto questo non basta, se quando vengono chiamate in causa le responsabilità dello Stato la discussione si chiude dietro un riflesso di solidarietà nazionale.
Il coraggio democratico non consiste soltanto nel criticare un primo ministro. Consiste anche nel riconoscere che il proprio Paese può commettere ingiustizie e che denunciarle non significa necessariamente tradirlo.
La confusione fra antisemitismo e critica del potere
La reazione di Netanyahu si inserisce in una controversia ancora più vasta.
Il premier aveva già associato il documentario all’incitamento antisemita. Ma una simile accusa, quando viene rivolta a un’inchiesta giornalistica, richiede argomenti specifici e dimostrabili, non può funzionare come una formula capace di sottrarre qualunque comportamento dello Stato israeliano alla discussione.
L’antisemitismo è una forma reale e gravissima di odio, che va combattuta con determinazione. L’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, con le uccisioni e i sequestri di civili, rimane un crimine che nessuna denuncia delle operazioni israeliane può cancellare o giustificare.
Ma proprio per questo bisogna respingere le semplificazioni.
Condannare l’antisemitismo non significa sospendere il giudizio sul comportamento di un governo. Difendere il diritto di Israele alla sicurezza non significa riconoscergli un diritto illimitato all’impiego della forza. Esigere la liberazione degli ostaggi e la protezione dei cittadini israeliani non rende meno urgente la tutela dei civili palestinesi.
Sono responsabilità distinte e contemporanee.
La loro contrapposizione artificiale produce soltanto nuove ingiustizie.
La lezione dimenticata della coscienza
Per la tradizione morale cristiana esiste un principio che nessuna maggioranza parlamentare, nessuna emergenza nazionale e nessuna catena di comando possono abolire: la dignità della persona umana precede gli interessi dello Stato.
Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes (n. 79), riconosce il diritto alla legittima difesa, ma richiama anche la necessità di osservare le norme morali che valgono persino durante le operazioni militari.
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito. Non tutto ciò che un superiore autorizza è giusto. Non tutto ciò che viene presentato come necessario alla sicurezza può essere sottratto all’esame della coscienza.
E il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 2313, ricorda la necessità di distinguere sempre tra popolazione civile e combattenti.
Sono principi che valgono per Hamas, per Israele, per qualunque esercito e per qualunque organizzazione armata. Non cambiano secondo la bandiera sotto la quale vengono violate le vite innocenti.
Il punto, dunque, non è canonizzare i ventiquattro testimoni di NAZA né considerare automaticamente vere tutte le loro dichiarazioni. Il punto è impedire che la possibilità stessa di testimoniare venga soffocata.
Anche una testimonianza dolorosa, contraddittoria o compromettente merita di essere verificata prima di essere liquidata come tradimento.
Se emergessero crimini, andrebbero accertati. Se emergessero falsità, andrebbero dimostrate. La giustizia non può essere sostituita né dall’applauso a un documentario né dalla minaccia di un processo contro le sue fonti.
Un Paese non si salva mettendo sotto processo la propria coscienza
Il caso NAZA ci consegna infine una domanda che riguarda la natura stessa della libertà.
Qual è il confine fra patriottismo e obbedienza?
Si può amare una patria al punto da non sopportare che qualcuno ne racconti le pagine oscure? Oppure proprio l’amore per la patria impone di impedire che quelle pagine vengano nascoste?
Il governo Netanyahu ha scelto la strada della richiesta di indagini penali. Alcuni importanti esponenti dell’opposizione, pur senza condividere necessariamente quella scelta, hanno espresso giudizi severissimi contro il documentario.
È un fatto che dovrebbe inquietare chiunque abbia a cuore Israele come democrazia.
Perché una democrazia non si misura soltanto dalla possibilità di cambiare governo. Si misura anche dalla libertà di porre domande che mettono in difficoltà il governo, l’esercito e persino le convinzioni più radicate della maggioranza dei cittadini.
E quando il linguaggio della sicurezza nazionale rischia di diventare il linguaggio dell’intimidazione, il problema non riguarda più soltanto la reputazione dello Stato. Riguarda la sua capacità di accettare il controllo dei cittadini.
La questione veramente decisiva, allora, non è se i ventiquattro testimoni abbiano danneggiato l’immagine di Israele.
È se quanto raccontano corrisponda alla verità.
Perché non è la denuncia di un eventuale crimine a disonorare una nazione. È il crimine stesso, qualora venga accertato. E ancora più grave sarebbe impedirne deliberatamente l’accertamento.
Questa è la prova che attende Netanyahu. Ma è anche la prova che attende un’opposizione chiamata a dimostrare che la propria alternativa non riguarda soltanto chi governa, bensì il modo in cui il potere risponde della vita umana
La democrazia non è un concorso di fedeltà all’esercito, né una gara a chi difende meglio la reputazione nazionale. È il coraggio di cercare la verità, anche quando quella verità potrebbe mettere in discussione la propria patria. Se governo e opposizione dimenticano questo principio, il rischio è che a Gaza, dopo le vittime della guerra, si aggiungano le vittime del silenzio.

