Il contrasto all’odio antiebraico è un dovere irrinunciabile. Proprio per questo la legge deve distinguere senza ambiguità la discriminazione delle persone dalla critica alle politiche israeliane, alle operazioni militari e alle violazioni del diritto internazionale.

Una democrazia deve proteggere un cittadino ebreo, musulmano cristiano… ateo dall’odio e garantire a quello stesso cittadino la libertà di denunciare Benjamin Netanyahu. In questa semplice proposizione sta il criterio con cui giudicare la proposta italiana sull’antisemitismo. Se le due libertà vengono confuse, la tutela delle persone rischia di diventare una protezione impropria del potere.

Non abbiamo nulla contro gli ebrei, contro gli israeliani, contro la loro sicurezza e il loro diritto a vivere in pace. Abbiamo ragioni precise per contestare decisioni politiche, condotte militari e dichiarazioni di esponenti del governo israeliano sotto accusa dalla Corte Penale Internazionale per tentato genocidio ai danni dei palestinesi. La distinzione riguarda il fondamento stesso della responsabilità: si risponde delle proprie azioni, non della religione che si professa o del popolo al quale si appartiene.

Occorre però essere rigorosi anche nella critica alla proposta. Il testo uscito dal Senato il 4 marzo non introduce un generale reato di critica a Israele: nel dibattito parlamentare è stata esplicitamente rilevata l’eliminazione delle precedenti misure penali e delle restrizioni alla manifestazione. Il nodo rimasto al centro della controversia è l’adozione legislativa della definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance, l’IHRA. Dire semplicemente che la legge vieta di criticare Netanyahu sarebbe dunque inesatto e indebolirebbe un’obiezione che merita argomenti più solidi.

La questione seria riguarda gli effetti dell’impiego istituzionale di quella definizione e dei suoi esempi. Uno strumento nato per riconoscere fenomeni complessi di ostilità antiebraica viene assunto come riferimento legislativo. Bisogna allora chiedersi con quale precisione orienterà amministrazioni, scuole e altri soggetti pubblici, e quali garanzie impediranno interpretazioni che scoraggino il dissenso.

La stessa IHRA precisa che criticare Israele come si critica qualsiasi altro Paese non costituisce antisemitismo. È una salvaguardia importante, che va riconosciuta. Ma tra gli esempi figurano anche il doppio standard applicato a Israele e la negazione dell’autodeterminazione ebraica: formulazioni che richiedono un’attenta lettura del contesto e che non possono diventare etichette automatiche da applicare a ogni contestazione radicale.

Denunciare una specifica legge discriminatoria, chiedere sanzioni contro un governo o contestare una condotta militare non equivale, in sé, a negare diritti agli ebrei. E un giornalista che dedica un’inchiesta a Gaza non dovrebbe essere costretto a dimostrare di aver scritto un numero equivalente di articoli su ogni altra guerra per vedere riconosciuta la legittimità del proprio lavoro. L’attenzione selettiva può essere discussa; da sola non dimostra odio razziale.

Il rischio da prevenire è questo: che il timore dell’accusa induca a rinunciare a un dibattito, a un’iniziativa o a una denuncia documentata. È un possibile effetto intimidatorio da valutare, non una conseguenza già dimostrata del provvedimento. Proprio per evitarlo, sarebbe opportuno inserire nel testo una tutela esplicita e inequivocabile della critica politica, della ricerca, dell’informazione e della protesta pacifica. Un ordine del giorno accolto al Senato ha richiamato la distinzione tra antisemitismo e legittima critica a Israele; una garanzia così importante merita la massima chiarezza nella legge stessa.

Va chiarito anche un argomento ricorrente: le lingue semitiche comprendono tanto l’ebraico quanto l’arabo, ma nel suo significato storico e corrente “antisemitismo” indica specificamente l’ostilità contro gli ebrei. L’etimologia non cancella questa storia. Per difendere i palestinesi non abbiamo bisogno di svuotare il nome della persecuzione antiebraica. Abbiamo bisogno di affermare che nessuna persecuzione autorizza un’altra persecuzione e che la dignità umana non cambia con la nazionalità.

Il confronto sulle responsabilità del governo Netanyahu, del resto, non nasce soltanto dagli slogan delle piazze. Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, ravvisando ragionevoli motivi per attribuire loro responsabilità per crimini di guerra e contro l’umanità, compreso l’impiego della fame come metodo di guerra. Un mandato non è una condanna definitiva; è tuttavia un atto giudiziario di enorme rilievo, che rende assurdo trattare la discussione su quelle responsabilità come un sospetto morale verso chi la solleva.

Anche le responsabilità dei militari devono essere accertate attraverso fatti, ordini, condotte e catene di comando. Nessuna appartenenza nazionale produce colpevolezza collettiva. Ma nessuna uniforme può rendere le proprie azioni sottratte all’esame del diritto.

Quanto a Itamar Ben-Gvir, non siamo davanti soltanto a un personaggio dal linguaggio provocatorio. Il 10 giugno 2025 il Regno Unito, insieme ad Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia, ha annunciato misure contro di lui e Bezalel Smotrich per l’incitamento alla violenza contro i palestinesi in Cisgiordania. Contestare quelle condotte significa prendere sul serio responsabilità individuate anche da governi alleati di Israele.

Lo stesso rigore deve accompagnare la vicenda della Global Sumud Flotilla. L’intercettazione al largo di Cipro del 18 maggio 2026 è avvenuta, secondo le cronache, in acque internazionali. Un’operazione di questa natura pone domande gravissime sulla sua base giuridica, sull’uso della forza e sul trattamento delle persone fermate.

La sola collocazione in acque internazionali non esaurisce il giudizio: entrano in discussione anche la legalità del blocco navale invocato da Israele e le condizioni della sua applicazione. Proprio per questo occorre pretendere un controllo giuridico indipendente, senza accettare che la parola “sicurezza” chiuda preventivamente ogni domanda.

Il 16 ottobre la Procura di Roma ha comunicato l’estensione dell’indagine sul trattamento degli attivisti delle missioni del 2025 e del 2026 anche al ministro Israel Katz e ad altri alti responsabili, oltre a Ben-Gvir. Le ipotesi comprendono tortura, sequestro di persona e lesioni. Chiedere accertamenti e tutela per le persone coinvolte è una richiesta di giustizia, non un’aggressione all’identità ebraica.

Qui passa anche una responsabilità italiana. La protezione dei cittadini e la richiesta di collaborazione giudiziaria devono procedere senza timidezze diplomatiche. Il rispetto di uno Stato amico si misura anche nella capacità di chiedergli conto delle proprie azioni.

Per una coscienza cristiana, il criterio è limpido. La fraternità con il popolo ebraico e il rifiuto dell’antisemitismo sono impegni profondi, che escludono stereotipi, intimidazioni e colpe collettive. La stessa coscienza impone di riconoscere pienamente la dignità dei palestinesi. Difendere un bambino israeliano dalla violenza e un bambino palestinese dalla fame appartiene alla medesima esigenza morale.

È inaccettabile chiedere a un ebreo italiano di rispondere delle decisioni del governo israeliano. È altrettanto inaccettabile utilizzare la sua sicurezza come argomento per sottrarre quelle decisioni alla critica. In entrambi i casi si sovrappongono impropriamente persone, identità religiose e potere statale.

Una buona legge dovrebbe sciogliere questa confusione. Proteggere chi viene minacciato perché ebreo, contrastare discriminazioni e propaganda d’odio, sostenere educazione e memoria. E garantire, con altrettanta nettezza, la possibilità di denunciare occupazione, violenza dei coloni, condotte militari illecite e responsabilità governative, sulla base dei fatti e senza generalizzazioni contro un popolo.

La proposta va criticata e corretta proprio là dove lascia spazio a interpretazioni ambigue. Chi la difende ha il dovere di spiegare come impedirà gli abusi; chi la contesta ha il dovere di non minimizzare l’antisemitismo reale. La precisione serve a entrambe le responsabilità.

La memoria della Shoah ci consegna un obbligo di vigilanza contro la disumanizzazione. Trasformarla in un argomento per rendere meno discutibile l’azione di un governo ne impoverisce il significato universale.

Alla fine ci si chiede a cosa o a chi serva questa legge e perché proprio adesso…

Gli ebrei hanno diritto a vivere senza paura. I palestinesi hanno diritto a vivere senza oppressione. Netanyahu, come ogni governante, deve rispondere delle proprie azioni. Una legge giusta deve rendere queste tre affermazioni pienamente compatibili.