L’opposizione dei genitori dell’ambasciatore alla richiesta di archiviazione interpella lo Stato. Le piste alternative devono essere verificate, senza trasformare i sospetti in sentenze. Ma nessun elemento concretamente approfondibile dovrebbe essere lasciato cadere.
Ci sono morti che lo Stato ricorda con parole impeccabili. Cerimonie, onorificenze, messaggi solenni, promesse di vicinanza. Poi arriva il momento più difficile: dimostrare che quella vicinanza resiste anche quando una famiglia continua a chiedere risposte, quando le domande diventano scomode e gli anniversari non riescono più a contenerle.
Luca Attanasio merita questa fedeltà. La meritano, con la stessa forza, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese del Programma alimentare mondiale Mustapha Milambo. Le vittime dell’agguato del 22 febbraio 2021 furono tre: tre persone uccise mentre viaggiavano nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, durante una missione sul terreno. Il comunicato del Programma alimentare mondiale confermò quel bilancio. Nessuno dei tre nomi deve diventare una nota a margine degli altri.
L’appello dei genitori di Attanasio, riportato da Marco Birolini su Avvenire, nasce da una domanda precisa: prima di chiudere l’inchiesta, è stato approfondito adeguatamente se qualcuno potesse avere interesse a colpire l’ambasciatore proprio per il lavoro che svolgeva? Secondo l’articolo del 17 ottobre, il giudice esaminerà il 25 febbraio prossimo la richiesta di archiviazione e l’opposizione della famiglia.
È una domanda alla quale occorre rispondere attraverso gli atti, le verifiche compiute e le possibilità investigative ancora disponibili. Il dolore dei genitori non costituisce una prova. Ma neppure può essere trattato come un rumore destinato ad accompagnare, senza modificarla, una conclusione già scritta.
Attanasio rappresentava un’Italia della quale possiamo essere orgogliosi. Un’Italia capace di incontrare l’Africa attraverso la cooperazione e la vicinanza alle persone. Il suo impegno solidale, condiviso con la moglie Zakia, appartiene alla memoria pubblica della sua attività: la Farnesina ne ha ricordato l’eredità di pace, giustizia e solidarietà anche attraverso iniziative formative rivolte ai giovani.
La sua grandezza umana si comprende in questa idea del servizio diplomatico. Rappresentare un Paese significa anche rendere riconoscibili i suoi valori nel modo di ascoltare, di collaborare, di avvicinare chi dispone di meno potere. Attanasio mostrava che la competenza istituzionale può convivere con la semplicità, che un incarico prestigioso acquista autorevolezza quando conserva il contatto con la vita concreta.
Lodarlo, oggi, comporta una responsabilità. Dobbiamo evitare che il ritratto dell’ambasciatore buono diventi così rassicurante da far dimenticare le domande sulla sua uccisione. Una fotografia sorridente può custodire una memoria; non può sostituire un accertamento.
Accanto a lui c’era Vittorio Iacovacci. Aveva assunto il compito di proteggerlo, con la preparazione e la disponibilità richieste a chi presta servizio in un contesto pericoloso. La medaglia d’oro al valor militare alla memoria riconosce il valore del suo sacrificio. Ma quel riconoscimento impegna anche chi resta: lo Stato che onora un proprio carabiniere deve perseguire con la massima determinazione la ricostruzione delle circostanze nelle quali è stato ucciso.
Iacovacci merita di essere ricordato come una persona, con una storia e un futuro interrotto. La formula “il carabiniere della scorta” descrive una funzione; non esaurisce una vita. La sua famiglia ha diritto alla stessa attenzione riservata a quella dell’ambasciatore.
E Mustapha Milambo merita di essere chiamato per nome. Nelle tragedie internazionali accade troppo spesso che il cittadino europeo conservi un volto e il lavoratore africano venga ricordato soltanto attraverso il mestiere. Eppure senza gli autisti, gli interpreti e il personale locale molte missioni diplomatiche e umanitarie non potrebbero svolgersi. Sono persone esposte ai pericoli del territorio, spesso molto meno visibili di coloro che accompagnano.
Il dovere di verità non conosce gerarchie di passaporto. Ricordare insieme Attanasio, Iacovacci e Milambo significa prendere sul serio proprio quell’umanità che riconosciamo all’ambasciatore.
Quanto all’inchiesta, il punto deve essere formulato con nettezza e rigore. La Procura riconduce l’agguato a un tentativo di rapimento a scopo estorsivo finito tragicamente. I genitori contestano la completezza degli approfondimenti su possibili moventi diversi. Non disponendo dell’intero fascicolo, sarebbe scorretto dichiarare dimostrata l’insufficienza delle indagini. È però pienamente legittimo chiedere che le obiezioni circostanziate ricevano risposte altrettanto circostanziate.
Chi conosceva il percorso? Come potevano gli aggressori ottenere informazioni sul convoglio? La presenza dell’ambasciatore era nota e a chi? Sono interrogativi che possono aiutare a distinguere un attacco opportunistico da un’azione preparata contro un bersaglio determinato. La loro rilevanza non prova un complotto: indica ciò che dovrebbe essere chiarito nei limiti delle evidenze disponibili.
Sono noti nella regione interessi minerari e sono stati segnalate presunte fosse comuni lungo l’itinerario. Su questi elementi serve particolare cautela. L’esistenza di massacri documentati nella regione, tuttavia, non dimostra un collegamento con l’omicidio di Attanasio.
Attribuire responsabilità a servizi stranieri, milizie o interessi economici senza prove riprodurrebbe l’ingiustizia che si vuole combattere. Ma quando vengono indicate fonti identificabili, documenti recuperabili o circostanze controllabili, la risposta più convincente consiste nella verifica e nella spiegazione del suo esito. Anche una pista smentita può rappresentare un passo verso la verità, purché sia stata esaminata seriamente.
È su questo terreno che l’eventuale archiviazione va contestata: sarebbe prematura se restassero attività investigative concrete, pertinenti e ragionevolmente praticabili capaci di incidere sulla ricostruzione dei fatti. Il prestigio delle vittime non autorizza processi senza prove, così come la complessità del contesto non può diventare una ragione generica per smettere di cercarle.
La richiesta della famiglia va dunque valutata per ciò che propone di accertare. Quali testimonianze possono essere raccolte? Quali informazioni possono essere confrontate? Quali richieste di cooperazione possono ancora produrre risultati? Il giudice dovrà decidere secondo diritto. L’opinione pubblica può chiedere che ogni possibilità seria sia valutata e che i limiti incontrati vengano spiegati con chiarezza.
Anche la politica ha un compito preciso, distinto da quello della magistratura: rendere disponibili informazioni e strumenti, sostenere la cooperazione internazionale, mantenere l’attenzione diplomatica sul caso. Non deve suggerire una verità giudiziaria. Deve contribuire a creare le condizioni perché possa essere cercata.
La prospettiva cristiana aggiunge a questa responsabilità una ragione profonda. La dignità della persona continua a interpellarci dopo la morte. La giustizia riconosce che quella vita aveva valore e che la violenza subita non può essere normalizzata. Il perdono, quando trova spazio nel cuore di chi ha sofferto, non cancella l’esigenza dell’accertamento né può essere imposto alle famiglie come una scorciatoia verso la pacificazione.
I genitori di Luca non dovrebbero essere lasciati soli a sostenere il peso della domanda pubblica di verità. Lo stesso vale per i familiari di Vittorio e di Mustapha. L’affetto delle comunità è prezioso, ma deve trovare corrispondenza nella tenacia delle istituzioni.
Attanasio ci ha lasciato l’esempio di una diplomazia vicina alle persone. Iacovacci quello di un servizio assunto fino al rischio estremo. Milambo ricorda quanto lavoro silenzioso renda possibile la presenza umanitaria nei luoghi più difficili. Sono tre eredità che obbligano a fare tutto ciò che è ancora seriamente possibile.
Le commemorazioni avranno pienamente mantenuto la loro promessa quando, davanti a ogni domanda verificabile, lo Stato potrà dire di non essersi sottratto.
Prima di chiudere il fascicolo, si esauriscano le strade concrete ancora aperte. Lo dobbiamo a Luca Attanasio, a Vittorio Iacovacci e a Mustapha Milambo. A tutti e tre, con la stessa ostinazione.
