Diplomatici europei aggrediti durante la raccolta delle olive in Cisgiordania. Il governo israeliano condanna, ma richiama il mancato coordinamento della visita. Bruxelles deve decidere se alle dichiarazioni seguiranno conseguenze concrete.

Sono arrivati tra gli ulivi con il volto coperto e i bastoni. Hanno minacciato, circondato automobili, infranto un finestrino. Questa volta, però, dentro quelle vetture c’erano diplomatici europei. E improvvisamente la violenza dei coloni ha raggiunto persone che rappresentano Stati capaci di convocare ambasciatori, chiedere spiegazioni, adottare sanzioni.

Per i palestinesi che vivono lì, quella possibilità di essere ascoltati è assai meno scontata.

L’aggressione del 17 ottobre nei pressi di Taybeh, in Cisgiordania occupata, ha coinvolto rappresentanti diplomatici belgi, francesi e polacchi presenti durante la raccolta delle olive. Il sindaco francese di Aulnoye-Aymeries, Bernard Baudoux, ha raccontato di essere stato gettato a terra; un veicolo belga è stato danneggiato. La polizia israeliana ha annunciato un’indagine. Sono fatti che richiedono una risposta verificabile, a partire dall’identificazione dei responsabili.

L’attacco possiede un significato che supera il danno materiale. Quando uomini mascherati si permettono di fermare un convoglio, intimidire i presenti e chiedere documenti, si attribuiscono un’autorità. Stabiliscono chi può passare, chi può raccogliere, chi può assistere e chi deve andarsene. Il bastone diventa uno strumento di controllo del territorio.

È questo il punto politico. La violenza contro chi lavora la terra può produrre conseguenze durevoli: impedire una raccolta, rendere pericoloso il ritorno nei campi, scoraggiare la presenza dei proprietari. Un uliveto diventa inaccessibile anche senza una barriera, quando chi dovrebbe raggiungerlo sa di poter essere aggredito.

Perciò ridurre tutto all’intemperanza di alcuni esagitati non basta. Le responsabilità penali devono essere individualmente accertate. Ma la responsabilità di prevenire gli attacchi, proteggere le persone e perseguire gli aggressori appartiene alle autorità. Il governo israeliano deve essere giudicato anche sui risultati di questa protezione.

Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha condannato l’aggressione, aggiungendo che la visita avrebbe dovuto essere coordinata con l’esercito. L’Idf ha richiamato lo stesso problema e dichiarato che non erano presenti militari al momento dell’attacco.

Il coordinamento può avere una sua utilità operativa. Non modifica di un millimetro la responsabilità di chi aggredisce. E, soprattutto, non risponde alla domanda essenziale: perché un gruppo di coloni può presentarsi armato di bastoni, minacciare civili e diplomatici e comportarsi come se il territorio fosse affidato alla sua discrezione?

La sicurezza delle persone non può dipendere dalla loro capacità di organizzare una protezione straordinaria per un’attività ordinaria. Raccogliere olive dovrebbe richiedere braccia, tempo e pazienza. Quando richiede la presenza di consoli e osservatori internazionali, esiste già un fallimento. Quando vengono aggrediti anche loro, quel fallimento diventa impossibile da nascondere.

L’Europa dovrebbe interrogarsi sul significato della propria presenza. I suoi diplomatici erano lì anche per offrire visibilità e vicinanza. Chi li ha assaliti ha dimostrato di non considerare quella presenza un deterrente sufficiente. Non possiamo sapere quali calcoli abbiano fatto gli aggressori; possiamo però osservare l’effetto politico del loro gesto: hanno sfidato apertamente la capacità europea di proteggere chi accompagna e testimonia.

A Bruxelles non manca il vocabolario della condanna. Manca troppo spesso la continuità tra le parole e le decisioni. L’ennesima dichiarazione di preoccupazione, se isolata, rischia di diventare un passaggio previsto: l’attacco, il comunicato, l’attesa, il successivo attacco.

Il Belgio ha annunciato che continuerà a sostenere sanzioni contro i responsabili delle violenze e chi li sostiene. È questa la direzione nella quale misurare la serietà della risposta: misure mirate, fondate su elementi documentati, insieme alla richiesta di indagini effettive e di protezione continuativa delle comunità.

Servono nomi, accertamenti, procedimenti e risultati. Occorre verificare eventuali sostegni materiali agli aggressori e pretendere spiegazioni sulle omissioni. Le relazioni con Israele devono consentire domande esigenti: che cosa è stato fatto per impedire queste violenze? Chi viene perseguito? Quali garanzie concrete permetteranno ai contadini di tornare nei campi?

Taybeh aggiunge a questa vicenda una dimensione dolorosamente vicina alla coscienza cristiana. È una comunità palestinese cristiana, e tra le persone presenti figuravano anche rappresentanti cattolici. Gli aggiornamenti della serata riferiscono che il gruppo comprendeva l’arcivescovo di Cambrai, Vincent Dollmann, anch’egli minacciato durante l’episodio.

La presenza cristiana in Terra Santa si difende anche così: garantendo alle famiglie la possibilità di restare, lavorare e abitare senza paura. La tutela dei luoghi santi perde consistenza quando non si accompagna a quella delle persone che vivono intorno a essi.

Naturalmente la gravità dell’aggressione non dipende dalla fede delle vittime. Il contadino musulmano, il cristiano di Taybeh, il diplomatico europeo e il giornalista hanno la stessa dignità. Proprio lo sguardo cristiano impedisce di graduare l’indignazione secondo l’appartenenza. Se oggi siamo più attenti perché sono stati colpiti europei, questa attenzione deve allargarsi a chi domani resterà lì, quando i visitatori saranno ripartiti.

L’ulivo, in questa storia, restituisce alla politica una misura concreta. È lavoro accumulato negli anni, cura trasmessa tra generazioni, reddito familiare. È il legame tra una persona e il luogo in cui vive. Aggredire chi ne raccoglie i frutti colpisce insieme il sostentamento e la possibilità di immaginare un futuro.

La denuncia di questi atti deve essere netta e precisa. Riguarda gli aggressori, le eventuali complicità e le responsabilità delle autorità. Non autorizza generalizzazioni contro gli ebrei o contro gli israeliani. Esistono anche voci israeliane che denunciano duramente la violenza dei coloni: riconoscerle aiuta a mantenere il conflitto sul terreno della giustizia, impedendo che venga trasformato in ostilità tra popoli.

L’Europa ha ora una scelta concreta. Può trattare Taybeh come un incidente diplomatico da chiudere dopo le spiegazioni ufficiali. Oppure può riconoscervi la manifestazione di un problema che richiede conseguenze politiche e protezioni durature.

La seconda strada è più impegnativa. È anche l’unica che restituisca valore alla presenza dei suoi rappresentanti tra quegli ulivi.

Il finestrino dell’auto belga verrà riparato. La domanda è chi proteggerà il contadino palestinese quando tornerà, da solo, a raccogliere.