Ottocento anni dopo la morte del Poverello, l’Italia ritrova la sua festa nazionale e il mondo guarda ad Assisi. Ma onorare Francesco significa lasciarsi interrogare dalla sua fede, dalla sua povertà e dalla fraternità che abbiamo ancora paura di vivere.

Ci sono uomini che, morendo, lasciano un’eredità da dividere. Francesco d’Assisi lasciò una povertà da condividere. Ottocento anni dopo, intorno alla sua tomba si raccolgono istituzioni, Chiesa e rappresentanze del mondo: una singolare assemblea convocata da chi aveva rinunciato a possedere. In questa sproporzione abita il significato della festa.

Il 4 ottobre torna a essere festa nazionale proprio nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco. Ad Assisi, la presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la celebrazione presieduta dal cardinale Matteo Zuppi e l’invito rivolto agli ambasciatori accreditati presso l’Italia conferiscono alla ricorrenza una solennità che oltrepassa i confini ecclesiali. È un riconoscimento importante: una comunità nazionale ha bisogno di giorni nei quali domandarsi che cosa la tenga insieme e quale idea di umanità intenda custodire.

Francesco, tuttavia, rende questa domanda particolarmente impegnativa. Lo si vorrebbe familiare, rassicurante, disponibile a benedire le nostre abitudini. La sua immagine abita chiese e municipi, libri scolastici e discorsi pubblici; il suo nome può mettere d’accordo persone che su quasi tutto il resto si dividono. Proprio tanta unanimità dovrebbe indurci a un esame di coscienza. Quanto spazio concediamo alla sua parola quando smette di commuoverci e comincia a chiedere qualcosa? È facile riconoscersi nel santo che parla agli uccelli; più difficile seguirlo quando si avvicina all’uomo dal quale tutti si tengono lontani.

Nel suo Testamento, Francesco ricorda l’incontro con i lebbrosi come il passaggio decisivo della propria conversione. Ciò che prima gli procurava amarezza diventò dolcezza attraverso la misericordia vissuta. La trasformazione avvenne dentro una relazione concreta, nell’avvicinamento a corpi feriti che la società preferiva lasciare ai margini. Qui la sua testimonianza conserva una forza che nessuna celebrazione può esaurire: si comprende il Vangelo lasciandogli cambiare il nostro modo di stare accanto agli altri. Il povero cessa allora di essere una categoria del discorso e diventa una persona davanti alla quale rispondere della propria vita.

È anche per questo che Francesco appartiene alla coscienza civile dell’Italia. Un patrono può aiutare un popolo a riconoscere le proprie responsabilità, a misurare la distanza tra ciò che proclama e ciò che pratica. La festa ritrovata avrà un significato tanto più profondo quanto più saprà raggiungere i luoghi dove la fraternità manca: la solitudine degli anziani, l’umiliazione di chi lavora senza riuscire a vivere dignitosamente, la paura delle famiglie davanti al futuro, l’abbandono dei malati. Il calendario offre una data comune; darle sostanza richiede la pazienza dei giorni ordinari.

Sarebbe però un impoverimento altrettanto grave trasformare Francesco in un repertorio di buoni sentimenti, separandolo dalla fede che ne ha generato le scelte. La sua fraternità nasce dal riconoscersi figlio del Padre; l’amore per le creature cresce dentro la lode al Creatore; la povertà prende forma nella sequela di Gesù Cristo. Al centro della sua esistenza stanno il Vangelo, l’Eucaristia, la Croce, la vita della Chiesa. Questa profondità cristiana rende comprensibile la radicalità dei suoi gesti e spiega perché possano interrogare anche chi non condivide la sua fede. Un’identità vissuta fino in fondo può diventare luogo d’incontro.

Il cammino dei centenari, dalla Regola e da Greccio alle stimmate, dal Cantico al Transito, ha consentito di ritrovare questa unità. A Greccio, Dio si lascia contemplare nella fragilità di un bambino; alla Verna, l’amore del Crocifisso segna la carne del santo; nel Cantico, la creazione entra nella preghiera; alla Porziuncola, la vita viene restituita. Sono momenti di una medesima storia, nella quale Francesco impara progressivamente a ricevere tutto come dono. Persino il corpo, consumato dalla malattia, continua a essere il luogo di una relazione, di una gratitudine, di un affidamento.

Per questo l’anniversario della sua morte parla con tanta intensità al nostro tempo. Abbiamo sviluppato capacità straordinarie di prolungare la vita e facciamo spesso fatica ad accompagnarne la fragilità. Il morente rischia di scomparire dietro il disagio che suscita in chi gli sta accanto. Francesco ci riconduce alla presenza: i fratelli riuniti, la preghiera, la terra sulla quale domanda di essere deposto. Chiamare la morte sorella è un atto di fede che attraversa la sofferenza e la consegna a Dio. La speranza cristiana permette di guardare quel passaggio senza lasciare solo chi lo sta vivendo.

Anche la Chiesa riceve da Assisi una domanda esigente. La memoria francescana impegna la sua credibilità: quanto è vicina a chi soffre? Quanto sa ascoltare prima di insegnare, accompagnare senza cercare riconoscimenti, abitare le ferite senza ridurle a occasioni di visibilità? Francesco rimase nella Chiesa con l’amore concreto di un figlio, assumendo personalmente la fatica della conversione. La sua libertà evangelica continua a ricordarci che ogni rinnovamento acquista forza quando qualcuno comincia a viverlo.

La presenza delle rappresentanze diplomatiche introduce poi, intorno alla sua tomba, la grande questione della pace. Le nazioni portano con sé interessi, memorie, paure, responsabilità. Francesco le interpella attraverso una vita disarmata, capace di andare incontro all’altro senza averne prima ottenuto la resa. La fraternità domanda coraggio proprio perché espone alla relazione, obbliga ad ascoltare, sottrae il nemico alla comodità dell’astrazione. Per un cristiano, la pace coinvolge la coscienza e il giudizio morale prima ancora di diventare un tema delle relazioni internazionali: nessuna vita umana perde dignità per il fatto di trovarsi dall’altra parte di un confine.

La lampada votiva dei Comuni d’Italia, che quest’anno il programma affida al sindaco di Assisi a nome dell’intero popolo italiano, raccoglie tutto questo in un gesto semplice. Una fiamma ha bisogno di essere alimentata. Anche la convivenza richiede una cura continua: giustizia nelle decisioni, rispetto nelle parole, responsabilità nell’esercizio del potere, attenzione verso chi dispone di meno strumenti per difendersi. L’olio offerto alla tomba del patrono può diventare il segno di questa fedeltà quotidiana.

Ottocento anni dopo, Francesco continua a convocare il mondo perché la sua vita tocca una domanda che nessuna epoca riesce a mettere a tacere: che cosa rende davvero grande un essere umano? Davanti alla sua tomba, la risposta prende la forma di mani vuote, aperte per ricevere e per donare. L’Italia può ritrovare in questa festa una parte preziosa della propria anima. Occorre che, lasciando Assisi, ciascuno porti con sé anche qualcosa dell’inquietudine del Vangelo. Le campane finiranno di suonare; qualcuno, poco lontano da noi, avrà ancora bisogno di un fratello.

La festa nazionale restituisce Francesco al calendario civile. La sfida degli ottocento anni è accoglierlo nella vita del Paese: nella cura dei fragili, nella responsabilità delle istituzioni e nel coraggio della pace.

1pub ben venga sorella morte