Nell’ottavo centenario del Transito di san Francesco, il presidente della Cei richiama credenti e istituzioni alla responsabilità della fraternità. Un impegno prezioso, radicato nel Vangelo, che restituisce alla parola pace la serietà di una scelta e la concretezza di un compito.

Ci vuole coraggio, oggi, a parlare di pace. Soprattutto quando si chiede di cominciare da se stessi, di riconoscere un essere umano anche nel nemico, di sottrarre il futuro alla prepotenza delle armi. Nell’omelia pronunciata ad Assisi per gli ottocento anni della morte di san Francesco, il cardinale Matteo Maria Zuppi ha dato voce a questo coraggio: quello di un pastore che prende sul serio il dolore del mondo e la promessa del Vangelo.

Ci sono ricorrenze nelle quali le parole rischiano di diventare parte dell’arredo. Si dispongono accanto ai gonfaloni, accompagnano i gesti solenni, rendono omaggio a una memoria senza permetterle di disturbare il presente. Ad Assisi, Zuppi ha restituito alla memoria francescana la sua capacità di interrogarci. Davanti al presidente della Repubblica, alle autorità e ai fedeli, ha portato dentro la festa l’inquietudine delle guerre, la sofferenza delle vittime, il pericolo di una coscienza collettiva che si abitua alla violenza. È un servizio del quale essergli grati: custodire, nel cuore della celebrazione, la domanda di chi non può permettersi di considerare la pace un argomento fra gli altri.

«Solo se la pace è con tutti è davvero pace». Questa affermazione contiene una delle esigenze più difficili del cristianesimo. La pace domanda di oltrepassare il recinto delle appartenenze, di immaginare una convivenza anche con chi suscita paura, ostilità, risentimento. Comporta il riconoscimento delle responsabilità e la ricerca della giustizia; proprio per questo deve impedire che la colpa diventi una condanna indistinta di popoli e generazioni. Quando Zuppi ricorda che nessuno è perduto, neppure il nemico, richiama una verità che il Vangelo affida alla coscienza dei credenti: nessun essere umano può essere ridotto interamente al male che compie. Rimane possibile rivolgergli una parola, esigere una conversione, cercare una strada che arresti la violenza.

La forza del suo intervento nasce da qui. Zuppi parla da uomo di fede, e la sua fede lo conduce verso le ferite della storia. Il dolore delle madri, la paura dei bambini, le case distrutte e le vite sospese entrano nella responsabilità del pastore perché appartengono alla carne dell’umanità che Cristo ha assunto. La preghiera alimenta questa responsabilità; la celebrazione eucaristica la rende ancora più esigente. Sarebbe singolare professare la comunione davanti all’altare e poi considerare irrilevante la distruzione dei legami fra gli uomini.

Merita perciò attenzione la lucidità con cui il presidente della Cei denuncia la seduzione della potenza, gli interessi economici che la sostengono, i nazionalismi che finiscono per danneggiare le stesse nazioni che pretendono di esaltare. La sua parola raggiunge un punto sensibile: la guerra viene preparata anche attraverso l’immaginazione e il linguaggio. Prima di accettarne i morti, si impara ad accettarne le giustificazioni; prima di distruggere una città, si rende irrilevante la vita di chi la abita. Contrastare questa assuefazione è già un’opera di pace. E chi ha responsabilità nella comunicazione dovrebbe sentirsi direttamente chiamato in causa: ogni racconto che cancella i volti facilita il lavoro dell’odio.

autorita ad assisi

Zuppi indica nel disarmo delle mani e del cuore un cammino che coinvolge insieme le istituzioni e le persone. La responsabilità individuale non esaurisce quella politica, ma le offre un terreno sul quale diventare credibile. Il diritto, il dialogo, la mediazione richiedono uomini e donne capaci di resistere all’umiliazione dell’avversario come metodo e alla vendetta come promessa. Apprezzare l’impegno del cardinale significa riconoscere il valore di questa tenacia: mantenere aperta la possibilità dell’incontro quando la contrapposizione sembra più redditizia, continuare a chiedere soluzioni quando la rassegnazione si presenta con il volto rispettabile del realismo.

Francesco dà profondità a tale impegno. Nell’omelia emerge come uomo conquistato da Cristo, libero dal bisogno di imporsi, capace di parlare con tutti perché mosso dall’amore. La sua povertà rende visibile questa libertà. Chi rinuncia a possedere l’altro può finalmente incontrarlo; chi non cerca di ricavare un vantaggio da ogni relazione può diventare affidabile. Anche la Chiesa ritrova qui una misura del proprio servizio: la capacità di rendersi vicina, di spendersi senza occupare ogni spazio, di offrire una presenza che aiuti gli altri a rialzarsi.

Il richiamo di Zuppi al povero come fratello porta il discorso alla sua verifica più concreta. Si può parlare a lungo di umanità e restare indifferenti alla persona che chiede aiuto. Si può celebrare la fraternità e continuare a trattare i fragili come destinatari passivi della nostra generosità. Il rapporto cambia quando riconosciamo che hanno qualcosa da donarci, che la loro vita ci riguarda, che la nostra felicità non può essere costruita sulla loro esclusione. In questo passaggio la carità acquista la sua piena dignità evangelica: diventa condivisione della vita.

È significativo che, nella stessa giornata, il custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, abbia annunciato la proposta di un hospice pediatrico quale opera-segno del centenario, da inserire nella rete umbra delle cure palliative. La proposta attende di tradursi in realtà, ma indica già una direzione preziosa: affidare la memoria di Francesco alla cura dei bambini più fragili e all’accompagnamento delle loro famiglie. Una ricorrenza diventa feconda quando lascia dietro di sé una possibilità concreta di bene, un luogo nel quale il dolore trovi competenza, tenerezza e presenza.

Ad Assisi, Zuppi ha onorato Francesco permettendo alla sua testimonianza di raggiungere il nostro tempo. Va riconosciuto al presidente della Cei il merito di insistere, di non lasciare che la pace scompaia sotto il rumore delle minacce, di ricordare alla Chiesa la responsabilità di una speranza operosa. Le sue parole chiedono seguito nelle comunità, nelle istituzioni, nell’informazione, nelle relazioni quotidiane. Dopo gli applausi e le celebrazioni, rimane questo lavoro paziente. Il modo più sincero di ringraziarlo è assumerne una parte.

L’impegno di Zuppi dà voce a una fede che si fa carico delle ferite dell’umanità. Da Assisi, il richiamo a disarmare mani e cuore affida a ciascuno una responsabilità: impedire che la guerra diventi un’abitudine e costruire le condizioni della pace.

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