Anche in Italia, la blogghistica teocon usa la storia dell’anticattolicesimo americano per approdare all’elogio di Trump. Ma la memoria dei perseguitati non concede immunità morale al potere, e il magistero non si piega alla convenienza politica.
Il cattolicesimo populista e reazionario italiano ha una tentazione ricorrente: scambiare il potente che corteggia i cattolici per il difensore della fede. Rino Cammilleri ne offre un esempio nell’articolo C’era una volta in America l’antipapismo, pubblicato il 15 aprile 2026 sul sito di Nicola Porro. Dopo una cavalcata attraverso quattro secoli di ostilità anticattolica, approda alla conclusione: «Perciò, checché se ne dica, lunga vita a Trump». È una corbelleria logica prima ancora che una forzatura teologica: dalla persecuzione dei cattolici non discende la bontà politica di Trump, e tanto meno un dovere cristiano di acclamarlo. In questa rappresentazione da apologetica teocon, il riconoscimento pubblico dei simboli religiosi diventa il lasciapassare del governante, mentre il Vangelo rischia di essere interrogato soltanto quando conferma le sue scelte.
Quel “perciò” pretende di attraversare quattro secoli senza dimostrare il collegamento decisivo. Mette insieme puritani, conventi incendiati, discriminazioni religiose, Ku Klux Klan, ostilità culturali e profanazioni, per consegnare al lettore una conclusione già confezionata: un presidente che rende omaggio ai cattolici meriterebbe, in quanto tale, la loro riconoscenza politica. Eppure nessuna persecuzione del passato dispensa un governante del presente dal giudizio morale. Nessuna chiesa incendiata nell’Ottocento rende evangelica una decisione della Casa Bianca. Proprio il rispetto dovuto alle vittime impedisce di arruolarle, senza possibilità di replica, nella campagna permanente di un uomo politico.
L’anticattolicesimo americano va conosciuto e denunciato. Sarebbe intellettualmente disonesto liquidarlo come un’invenzione di polemisti conservatori. Il sospetto verso i “papisti”, la rappresentazione dei cattolici come cittadini dalla lealtà divisa, il nativismo e l’ostilità contro gli immigrati hanno segnato la storia degli Stati Uniti. Il Klan rinato nel 1915 intrecciava suprematismo bianco, antisemitismo, anticattolicesimo e avversione all’immigrazione. Proprio per questo è falsa la semplificazione secondo cui negli anni Venti avrebbe lasciato in pace i neri per dedicarsi ai cattolici: l’allargamento dei bersagli non cancellò la sua matrice razzista. La memoria delle persecuzioni domanda precisione, anche quando la precisione disturba il racconto che vorremmo costruire.
Una storia seria deve inoltre distinguere le colonie puritane dalla repubblica federale, le legislazioni locali dalla Costituzione, i pregiudizi sociali dai principi giuridici. Dire che gli Stati Uniti nacquero “in funzione antipapista” comprime realtà diverse dentro un’unica intenzione originaria. La Costituzione federale vieta, all’articolo VI, requisiti religiosi per l’accesso agli incarichi pubblici federali; il Primo emendamento tutela il libero esercizio della religione e impedisce al Congresso di istituire una religione di Stato. Questi principi non eliminarono le discriminazioni, ma offrirono anche gli strumenti per contestarle. La contraddizione fra libertà proclamata e libertà negata appartiene alla storia americana: cancellarne uno dei termini significa impoverire la comprensione dell’altro.
Anche Kennedy merita qualcosa di meglio della caricatura proposta da Cammilleri. Il 12 settembre 1960 parlò alla Greater Houston Ministerial Association, davanti a ministri protestanti, non al Congresso. Affermò una separazione assoluta fra Chiesa e Stato e una concezione della religione come affare privato che può essere discussa criticamente sul piano cattolico. Ma non dichiarò che il proprio battesimo fosse “del tutto casuale”, né il testo autorizza a descrivere quel discorso come uno spergiuro. Rivendicò il diritto di un cattolico a diventare presidente senza essere sospettato automaticamente di obbedire a un potere straniero. Si possono contestare le sue formulazioni senza attribuirgli parole che non pronunciò. La verità storica obbliga anche chi ritiene di difendere la verità religiosa.
È corretto ricordare che le relazioni diplomatiche piene fra Stati Uniti e Santa Sede furono stabilite il 10 gennaio 1984, durante la presidenza Reagan. Il quadro, però, comprende precedenti rapporti consolari con lo Stato pontificio e rapporti diplomatici ottocenteschi con il Papa nella sua qualità di sovrano temporale. La distinzione è necessaria; altrettanto necessario è evitare di trasformare un importante risultato diplomatico in una certificazione confessionale della politica repubblicana. Un’ambasciata rende possibile una relazione istituzionale: non concede a un partito la rappresentanza del cattolicesimo.
La stessa disinvoltura emerge nell’affermazione sui latinos, definiti “ormai maggioranza”. Secondo il Census Bureau, gli ispanici rappresentavano circa il 21 per cento della popolazione statunitense al primo luglio 2025: la maggiore minoranza etnica, non la maggioranza del Paese. Il dato sbagliato alimenta l’immagine di un’America conquistata demograficamente da un blocco cattolico, come se origine, battesimo e voto coincidessero. Ma le persone non sono pedine confessionali. Ridurle a una massa elettorale significa adottare proprio quella logica di appartenenza collettiva con cui, in passato, si negava ai cattolici la capacità di essere cittadini liberi.
Il nodo decisivo, tuttavia, è teologico. La presenza di una First Lady cattolica, di collaboratori cattolici o di gesti pubblici di rispetto verso le festività cristiane non basta a qualificare moralmente un governo. La fede del coniuge non si trasferisce al presidente come una patente di affidabilità; il battesimo di un consigliere non santifica i provvedimenti che sostiene. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes, al numero 76, insegna che la Chiesa non si identifica con la comunità politica e non è vincolata ad alcun sistema politico. Aggiunge che essa non ripone la propria speranza nei privilegi concessi dall’autorità civile e conserva il diritto di pronunciare giudizi morali anche sulle questioni politiche. È un criterio che dovrebbe rendere i cattolici particolarmente vigili quando il potere offre loro riconoscimento e protezione.
La formula con cui Cammilleri liquida Biden come il presidente “più anticattolico di sempre” appartiene alla polemica, non a un giudizio storico dimostrato. Le posizioni di Biden sull’aborto hanno rappresentato un contrasto grave con l’insegnamento della Chiesa e non vanno attenuate per convenienza. Eppure il presidente dei vescovi americani, José H. Gomez, nel messaggio per il suo insediamento del 2021, seppe esprimere insieme una netta opposizione a determinate politiche e un apprezzamento per la sua esperienza di fede e per l’attenzione ai poveri. Ricordò inoltre che le priorità cattoliche non coincidono con i programmi dei due partiti. Questa capacità di distinguere è più esigente della distribuzione di patenti: costringe a valutare ogni scelta, anche quando proviene da chi si considera vicino.
Il medesimo rigore vale per Trump. Ogni misura che tuteli realmente la vita nascente o la libertà religiosa merita un riconoscimento motivato. Quel riconoscimento non compra il silenzio della Chiesa sulle altre questioni. Nella lettera ai vescovi statunitensi del 10 febbraio 2025, Francesco richiamò il diritto degli Stati alla sicurezza e, insieme, contestò l’identificazione fra irregolarità migratoria e criminalità, denunciando le conseguenze delle deportazioni sulla dignità delle persone e delle famiglie. Richiamò anche Pio XII e la Exsul Familia: la difesa dei migranti appartiene alla continuità del magistero, non a una moda ideologica recente. Un cattolico può discutere strumenti e soluzioni, ma deve farlo assumendo questi principi, senza espellerli dalla propria coscienza perché disturbano il leader preferito.
Qui la memoria dell’anticattolicesimo dovrebbe produrre una responsabilità ulteriore. Chi ricorda gli irlandesi trattati come una minaccia dovrebbe riconoscere il pericolo di trasformare altri immigrati in una minaccia collettiva. Chi deplora che un cattolico fosse sospettato per il solo fatto di essere cattolico dovrebbe opporsi al sospetto automatico fondato sull’origine, sulla religione o sulla condizione sociale. Le circostanze storiche cambiano e non vanno sovrapposte meccanicamente. Rimane però riconoscibile il meccanismo che riduce una persona alla categoria cui appartiene e usa quella categoria per renderla meno degna di ascolto, di tutela, di giustizia. Il ricordo delle nostre ferite diventa cristiano quando allarga la capacità di riconoscere le ferite altrui.
Anche l’elezione di Leone XIV sfugge alla lettura tribale. Un Papa nato negli Stati Uniti è chiamato a servire la Chiesa universale; la sua origine non costituisce una vittoria confessionale di Washington né una conferma delle scelte della Casa Bianca. La cattolicità attraversa le nazioni e ne giudica le pretese alla luce di una dignità umana che nessun confine può concedere o revocare. Rivendicare il Papa quando sembra utile alla propria parte e ignorarne il magistero quando diventa scomodo rivela un’obbedienza condizionata dall’interesse politico. È precisamente il contrario della libertà spirituale che si pretende di difendere.
Si può votare Trump, come si può scegliere un altro candidato, assumendosi la responsabilità delle ragioni e delle conseguenze. La legittimità di una scelta politica non la trasforma in un obbligo religioso, e il sostegno a un governante non esonera dalla critica. Il cristiano prega per chi esercita l’autorità, domanda per lui saggezza e conversione, collabora al bene e resiste al male. Conserva questa libertà soprattutto davanti a chi gli promette di proteggerlo. Il “perciò” di Cammilleri vorrebbe chiudere la discussione proprio dove una coscienza cattolica deve cominciare a interrogarsi. I perseguitati del passato meritano memoria, giustizia e verità; usarli per ottenere obbedienza a un potente ne impoverisce la testimonianza. E una Chiesa che barattasse la propria voce profetica con qualche omaggio cerimoniale avrebbe già ceduto il bene più prezioso che deve custodire: la libertà di rispondere a Cristo.
