Il sospetto di un’operazione sotto falsa bandiera richiede prove che oggi non ci sono. L’uso politico della paura, invece, è già al centro dello scontro in Israele.
Prima di ogni interpretazione vengono le persone: chi ha visto l’aereo perdere quota, chi ha sentito le urla, chi ha soccorso un ferito, chi ha pensato di non rivedere i propri figli. Sul volo Flydubai diretto da Dubai a Tel Aviv si è verificata un’emergenza gravissima, conclusa con un atterraggio a Tabuk, in Arabia Saudita. Secondo le autorità israeliane, il copilota avrebbe accoltellato il comandante e tentato di far precipitare il velivolo; passeggeri e altri membri dell’equipaggio sarebbero intervenuti per impedirlo. È una ricostruzione che deve ancora essere completata dalle indagini, soprattutto quanto al movente. La gratitudine verso chi ha salvato vite è doverosa. Proprio per rispetto di quelle vite, però, il terrore vissuto a bordo non può diventare una scorciatoia verso conclusioni politicamente convenienti.
La domanda affiora: potrebbe trattarsi di un false flag, un’operazione sotto falsa bandiera, organizzata per attribuire ad altri un’aggressione e ricavarne un vantaggio? Una simile accusa richiederebbe elementi concreti di preparazione, direzione e depistaggio. Nelle fonti consultate non emergono prove che consentano di attribuire questa regia al governo israeliano o ai suoi servizi. Il fatto che Netanyahu possa ottenere un beneficio politico dall’accaduto non dimostra che lo abbia provocato. Confondere il beneficiario con l’organizzatore sarebbe un errore logico, prima ancora che giornalistico. Ma questa necessaria prudenza lascia intatta un’altra questione: come viene raccontato l’episodio, con quale rapidità gli si assegna un significato e a quale progetto di potere quella narrazione può servire.
La compagnia ha confermato una colluttazione nella cabina di pilotaggio e l’intervento di personale Flydubai presente sul volo, precisando che ragioni e motivazioni restano sconosciute e sono oggetto di un’indagine formale. È una cautela che dovrebbe orientare anche il discorso pubblico. Accertare un’aggressione, stabilire un’intenzione omicida, dimostrare un movente terroristico e individuare un eventuale mandante sono passaggi distinti. Nessuna dichiarazione ministeriale può abolirli. Anche l’eventuale pista iraniana dovrà misurarsi con riscontri verificabili: relazioni, comunicazioni, finanziamenti, istruzioni. La parola “Iran” non può colmare da sola tutto ciò che ancora manca alla ricostruzione.
Il terreno politico, del resto, è già scoperto. Secondo quanto riferisce il Times of Israel, Yair Lapid ha contestato il tentativo di collegare l’emergenza aerea agli allarmi lanciati da Netanyahu il giorno precedente, in vista delle elezioni del 27 ottobre. Il leader dell’opposizione sostiene che nel briefing ricevuto dal premier non fosse emersa una minaccia somigliante a quanto accaduto sul volo. Anche Yair Golan ha denunciato tentativi di sfruttare politicamente il coraggio dei passeggeri. Sono accuse dell’opposizione, da riconoscere come tali, ma mostrano che il problema della strumentalizzazione nasce dentro la società israeliana. Non occorre immaginare una cabina di regia clandestina per interrogarsi su una gestione pubblica dell’emergenza che rischia di trasformare la sicurezza in argomento elettorale.
È qui che il sospetto merita di diventare analisi. Un governo può sfruttare una paura che non ha creato. Può selezionare le immagini, anticipare le conclusioni, occupare il centro della scena e presentarsi come l’unico riparo possibile. Il messaggio implicito è potente: fuori c’è il nemico, dentro c’è il capo; mettere in discussione il capo significa indebolire la difesa. Se questo meccanismo prevale, una cittadinanza ferita viene sollecitata a sospendere il giudizio proprio quando avrebbe più bisogno di esercitarlo. La sicurezza diventa una richiesta di fiducia senza verifica, e la verifica viene trattata come un’inopportuna perdita di tempo.
L’abbraccio ai sopravvissuti può essere un gesto umano sincero. Non basta una fotografia a dimostrare una manipolazione. Il giudizio dipende da ciò che viene dopo: dalla disponibilità a rendere conto, dalla precisione delle informazioni, dall’accettazione di un’indagine capace anche di smentire le prime dichiarazioni. Per Netanyahu e per le componenti di estrema destra del suo governo, la tentazione di ricondurre ogni evento alla necessità di una leadership insostituibile merita una vigilanza severa. Quanto più grave è la minaccia, tanto più rigoroso deve essere il controllo democratico su chi promette di neutralizzarla.
C’è inoltre qualcosa che la retorica dell’assedio rischia di oscurare. Il velivolo è stato accolto in Arabia Saudita, i feriti hanno ricevuto assistenza e i passeggeri sono potuti ripartire. Dentro una vicenda spaventosa sono dunque entrati anche il soccorso e la cooperazione. Questi fatti meritano spazio quanto gli allarmi. Ricordano che la vita umana può essere protetta attraverso confini politici e appartenenze nazionali, e che nessun popolo coincide interamente con l’immagine del nemico costruita dalla propaganda.
Per un cristiano, il criterio resta la dignità della persona. Il possibile attentato contro civili israeliani esige condanna piena; il dolore degli israeliani esige rispetto pieno. Lo stesso criterio obbliga a rifiutare ogni uso di quel dolore per giustificare vendette indiscriminate, colpe collettive o nuove violenze contro altri innocenti. La compassione perde la propria verità quando diventa selettiva. E il comandamento di non rendere falsa testimonianza riguarda anche il modo in cui si informa: vincola chi sospetta una messinscena e chi proclama un mandante prima di averlo dimostrato.
Oggi, dunque, sostenere che il volo Flydubai sia stato teatro di un’operazione organizzata per consolidare Netanyahu significherebbe oltrepassare le prove disponibili. Esigere che l’emergenza non diventi un’investitura politica è invece un dovere immediato. Chi governa deve proteggere i cittadini e rispondere alle loro domande, anche quando sono scomode. Gli israeliani scampati al terrore hanno diritto alla verità sull’accaduto. L’intera società israeliana ha diritto a riceverla senza dover consegnare, insieme alla propria paura, anche la propria libertà di giudizio.
