Tre agenti egiziani condannati a dieci anni per il sequestro, un generale assolto e nessuna condanna per l’omicidio. La sentenza di Roma non chiude il caso Regeni: stabilisce però che perfino davanti agli interessi degli Stati esiste un limite che si chiama dignità della persona.
Dieci anni sono un tempo enorme nella vita di una famiglia. Possono cambiare governi, alleanze, presidenti, strategie diplomatiche, interessi economici. Non bastano, invece, a cancellare una domanda di giustizia. Il 28 settembre 2026 la Prima Corte d’Assise di Roma ha scritto una pagina importante, e nello stesso tempo dolorosamente incompleta, della vicenda di Giulio Regeni. Tre appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani — il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim — sono stati condannati a dieci anni di reclusione per il sequestro del ricercatore italiano avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016. Il generale Tariq Sabir è stato assolto. È invece caduta l’accusa di omicidio contestata a Sharif.
È proprio qui che comincia, più che terminare, la riflessione. Perché una sentenza penale deve essere rispettata anche quando non coincide con ciò che una parte dell’opinione pubblica avrebbe desiderato. Il diritto non può condannare per dare soddisfazione a una piazza, per quanto comprensibile sia il suo dolore. Deve condannare quando una responsabilità individuale risulta provata secondo le regole del processo. E tuttavia questa sentenza non dice che Giulio Regeni non sia stato sequestrato, torturato e ucciso. Dice qualcosa di molto più circoscritto: nel giudizio celebrato a Roma non è stata raggiunta una conclusione di responsabilità penale per l’omicidio nei termini contestati all’imputato. La distinzione è fondamentale. Trasformare un’assoluzione o la caduta di un’imputazione nella negazione della tragedia sarebbe tanto scorretto quanto pretendere una condanna senza prove sufficienti.
Resta infatti una verità terribile. Giulio Regeni scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016 e il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio lungo la strada Cairo-Alessandria, segnato da gravissime lesioni. Il processo italiano ha dovuto attraversare un cammino eccezionalmente difficile proprio perché gli imputati non erano presenti e la cooperazione delle autorità egiziane non aveva consentito la normale notificazione degli atti. La questione arrivò perfino davanti alla Corte costituzionale, che con la sentenza n. 192 del 2023 intervenne per impedire che la mancata cooperazione dello Stato di appartenenza degli imputati potesse creare, nei casi riguardanti atti di tortura, una sorta di immunità di fatto.
È forse questo il significato più profondo della giornata romana: un processo c’è stato. Non un tribunale speciale, non una vendetta di Stato, ma un processo con giudici, pubblici ministeri, parti civili e difensori d’ufficio degli imputati. Tanto seriamente è stato considerato il diritto di difesa che nel gennaio 2026 la Corte costituzionale è intervenuta nuovamente per garantire, in questa eccezionale situazione processuale, anche l’anticipazione a carico dello Stato delle spese del consulente tecnico della difesa d’ufficio. È un particolare che conta: uno Stato di diritto dimostra la propria forza non quando abbassa le garanzie davanti a un delitto che indigna, ma quando continua a rispettarle proprio allora.
Per un cristiano questo principio possiede un valore ancora maggiore. La giustizia non è vendetta. Ma la misericordia non è rimozione della verità. Il Vangelo non autorizza a confondere il perdono con l’impunità, né la prudenza con il silenzio. Ogni essere umano possiede una dignità che precede le convenienze politiche e diplomatiche. Quando una persona viene privata illegalmente della libertà, torturata, fatta sparire o uccisa, non esiste contratto commerciale, equilibrio geopolitico o interesse strategico che possa trasformare quella persona in una pratica da archiviare.
E qui il caso Regeni continua a interpellare anche la politica. Italia ed Egitto hanno interessi comuni, rapporti economici, questioni energetiche, dossier mediterranei, sicurezza e migrazioni da affrontare. Tutto questo appartiene alla responsabilità dei governi. Ma proprio per questo occorre evitare una delle tentazioni più antiche della politica internazionale: pensare che la ragion di Stato possa diventare ragione sufficiente per dimenticare un uomo. La diplomazia è necessaria; l’amnesia no. Non si costruiscono relazioni solide obbligando la verità a rimanere fuori dalla stanza.
La famiglia Regeni ha resistito per oltre dieci anni. Non spetta a un giornale trasformarla in simbolo di una parte politica. La sua domanda appartiene a qualcosa di molto più elementare: sapere che cosa sia accaduto a un figlio, chi ne abbia disposto il sequestro, chi lo abbia torturato, chi lo abbia ucciso e perché. È una domanda che una società civile dovrebbe riconoscere prima ancora delle proprie appartenenze. Nel procedimento celebrato a Roma sono stati inoltre riconosciuti risarcimenti e provvisionali alle parti civili, ma nessuna somma potrà sostituire ciò che una famiglia domanda realmente da dieci anni: la ricostruzione completa dei fatti.
Per questo la sentenza non dovrebbe essere letta né come una vittoria totale né come una sconfitta totale. È una sentenza. Stabilisce responsabilità per il sequestro, ne esclude altre e lascia aperto il grande interrogativo sulla responsabilità penale per l’uccisione di Giulio. Le motivazioni saranno essenziali per comprendere perché i giudici abbiano raggiunto queste conclusioni e per valutare gli eventuali successivi passaggi processuali.
Ma una cosa, questa sera, è difficile negare: il nome di Giulio Regeni non è stato consegnato all’oblio. Dieci anni dopo, un tribunale della Repubblica italiana ha affermato che quel sequestro ha avuto responsabili penalmente individuati. È meno della verità completa che la famiglia cerca. Ma è anche molto più del silenzio che per anni ha minacciato di inghiottire tutto.
La tradizione cristiana chiama la giustizia una virtù. Non perché prometta di riparare magicamente il male — vi sono ferite che nessuna sentenza può rimarginare — ma perché impedisce che il male abbia anche l’ultima parola sulla memoria delle vittime. Giulio Regeni non deve diventare un’arma contro un popolo, né il pretesto per alimentare ostilità verso l’Egitto e gli egiziani. Deve rimanere ciò che è: un uomo al quale erano dovuti vita, libertà e rispetto.
La politica continuerà a trattare con il Cairo. È inevitabile e, in molti campi, necessario. Ma proprio mentre stringe mani e firma accordi deve ricordare che esiste qualcosa che non può essere negoziato. Gli Stati possono discutere interessi. Non possono sequestrare la verità.
