Leone XIV durante il volo di ritorno dalla Francia: sei domande, sei preoccupazioni dell’Occidente. Abusi, fine vita, alloggi, guerra, intelligenza artificiale, estremismi


A 10.000 metri di altitudine, sopra le Alpi, senza un testo preparato né un protocollo, il Papa ha risposto a sei giornalisti provenienti da cinque paesi. Messe una dopo l’altra, le loro domande tracciano una mappa delle angosce dell’Occidente: gli abusi all’interno della Chiesa, il confine tra fede e politica, l’alloggio che diventa un lusso, la guerra alle porte dell’Europa, le macchine che potrebbero sfuggirci di mano, il ritorno degli estremismi. Le risposte, più che le singole frasi, rivelano un metodo: quello di un pastore che distingue prima di giudicare.

La conferenza stampa in volo è diventata, nel corso degli ultimi decenni, un genere a sé stante nel giornalismo dei vaticanisti. È il luogo in cui il Papa si esprime senza il filtro dei testi scritti, rispondendo in diretta a domande che non conosce in anticipo. È proprio per questo motivo che i vaticanisti vi cercano le frasi che fanno notizia, e talvolta le trovano. Papa Francesco vi ha pronunciato alcune delle sue parole più famose e controverse. Leone XIV ha uno stile diverso: meno repliche taglienti, più ragionamenti. Durante il volo tra Metz e Roma, rispondendo in inglese e in spagnolo, non ha cercato di finire sui titoli dei giornali. Ha fatto qualcosa di più raro: ha mostrato come ragiona.

La prima domanda: la parola «sistemico»

Il primo a interrogarlo è stato un giornalista francese dell’agenzia I-Media, che ha riportato una dichiarazione rilasciata il giorno prima dalle vittime incontrate a Lourdes: il Papa avrebbe riconosciuto insieme a loro il carattere «sistemico» degli abusi all’interno della Chiesa. È una parola dal peso enorme. Dire che un male è sistemico significa dire che non dipende solo dagli individui, ma dalla struttura stessa che lo ha reso possibile e lo ha coperto.

La risposta di Leone XIV è un esercizio di precisione. Egli non contraddice le vittime e precisa fin dall’inizio che non intende contraddire nessuno. Riconosce che molte di loro hanno usato questo termine e che lui stesso ha evocato con loro alcune realtà ecclesiali che, in certi momenti, hanno funzionato proprio come un sistema abusivo. Ma preferisce un’altra formulazione per la Chiesa nel suo insieme. L’abuso, spiega, è innanzitutto un problema umano, che riguarda l’intera società. Quando si verifica all’interno della Chiesa, tuttavia, assume una dimensione aggiuntiva e più grave, poiché ferisce e talvolta distrugge la vita di fede delle persone. Da qui deriva questa duplice responsabilità: la Chiesa è stata percepita, in alcuni casi, come responsabile del male, ma deve anche partecipare alla guarigione.

Si può discutere sulla scelta di non adottare questo termine, e le vittime lo faranno. Ma la risposta non è evasiva. È la risposta di chi rifiuta sia la negazione che la generalizzazione, e soprattutto di chi ha chiesto a queste sette persone di aiutarlo a far sapere a tutte le altre vittime che la Chiesa vuole ascoltarle e camminare insieme a loro.

Seconda domanda: i limiti della laicità

Il secondo giornalista francese, del settimanale Le Pèlerin, ha posto la domanda più tipicamente francese di tutte. Il Papa ha parlato della fine della vita in più della metà dei suoi discorsi, arrivando addirittura a dire a Lourdes che ciò che è legale non è necessariamente morale. Ha quindi oltrepassato i limiti della laicità? E se sì, lo ha fatto in nome della coscienza?

La risposta ribalta il presupposto di partenza. Il Papa sostiene di non aver oltrepassato alcun limite, poiché difendere la vita non significa fare politica, ma applicare il Vangelo alla vita delle persone. Si è recato in Francia per annunciare Cristo, e annunciare Cristo implica dire ciò che la Chiesa crede riguardo alla dignità di ogni esistenza, anche quella segnata dalla malattia, dalla disabilità o dalla sofferenza. Poi, con un pizzico di ironia disarmante, aggiunge in sostanza: se questo significa fare politica, allora l’ho fatto, ma non per immischiarmi nella politica francese, bensì per insegnare ciò in cui la Chiesa crede veramente.

È la sintesi perfetta della «laicità giusta» proposta all’Eliseo. Lo Stato non è confessionale, ma la fede non può essere confinata alla sfera privata. Il Papa non chiede privilegi: rivendica il diritto di esprimersi. E rimanda i giornalisti alla sua enciclica Magnifica humanitas, dove la dottrina sociale è presentata non come un programma di partito, ma come il Vangelo incarnato.

La terza domanda: una donna di Madrid

La domanda più concreta è venuta da El País. Il giornalista ha raccontato la storia di Mari Carmen, una madrilena di ottantasette anni, affetta da disabilità, sfrattata dalla sua abitazione dopo che l’affitto era stato quintuplicato. Ha poi chiesto al Papa cosa ne pensasse della crisi abitativa che allontana gli anziani dalle città e impedisce ai giovani di accedere alla proprietà.

La risposta rivela un tratto poco comune tra i leader: il Papa ammette di non conoscere questo caso. Ma lo trasforma immediatamente in una domanda che interpella tutti. Come può accadere una cosa del genere? Quale falla del sistema la rende possibile? Mette in causa i vicini, la parrocchia, la diocesi, lo Stato e riconosce con realismo che la Chiesa, da sola, non può risolvere il problema degli alloggi. Chiede però di esigere risposte dalle autorità politiche e di smettere di reagire solo in caso di emergenza, cercando invece le cause strutturali. È la cultura dell’esclusione, denunciata più volte nel corso del viaggio, che assume un volto e una direzione.

La quarta domanda: il prezzo della pace

La giornalista dell’ANSA ha posto la domanda più difficile. A Metz il Papa ha parlato delle illusioni del riarmo e della volontà di rinunciare a qualcosa per la pace. Cosa significa questo, concretamente, per l’Ucraina? E come si può negoziare con uno Stato che aggredisce e minaccia l’Europa, nonostante gli emissari del Vaticano, da monsignor Gallagher al cardinale Zuppi?

Qui il Papa, rispondendo in spagnolo, non affronta la questione di eventuali concessioni territoriali o politiche, ed è forse la risposta più prudente che potesse dare. Indirizza piuttosto il dibattito verso l’economia della guerra. Denuncia un’industria militare che arricchisce una manciata di persone, mentre le somme colossali destinate alle armi consentirebbero di combattere la fame, le condizioni abitative precarie e la disoccupazione. Osserva che il mondo è alla ricerca di una voce capace di indicare una via alternativa alla corsa agli armamenti. E conclude con una frase che riassume tutta la difficoltà della diplomazia vaticana: la Chiesa non può obbligare nessuno a sedersi al tavolo dei negoziati; a volte la sua voce può sembrare inutile, ma continuerà a farsi sentire e a lanciare appelli. È la pazienza di chi sa che la pace raramente nasce da un colpo di scena, ma il più delle volte dalla perseveranza.

La quinta domanda: le macchine e il sonno del Papa

Il giornalista del National Catholic Reporter ha chiesto se il Papa temesse che l’intelligenza artificiale rappresentasse un rischio catastrofico per l’umanità, dopo gli attacchi informatici attribuiti ad agenti artificiali fuori controllo. La risposta è improntata a un buon senso quasi agostiniano. Il Papa non è in preda al panico, dice, e di notte dorme. Ma prende sul serio le preoccupazioni degli esperti e respinge l’idea che si tratti di allarmismo di parte.

Segue poi un’osservazione ironica e pertinente. Cita il dirigente di una grande azienda tecnologica americana che dichiara di aver trovato il modo di porre dei limiti all’intelligenza artificiale, ma che, allo stesso tempo, rifiuta qualsiasi regolamentazione pubblica. La contraddizione non ha bisogno di commenti. Il Papa annuncia che il Vaticano ha istituito una propria commissione sull’intelligenza artificiale e che, dopo Magnifica humanitas, si sono fatti avanti numerosi interlocutori. Si dice «relativamente ottimista», a condizione di uscire dalla logica del «primo arrivato» e di porre l’essere umano al centro. Chiudere gli occhi, conclude, sarebbe la scelta meno responsabile.

La sesta domanda: oltre il confine

L’ultima domanda è arrivata dalla Germania e ha chiuso il cerchio di Metz. Il giornalista della KNA ha chiesto quando il Papa avrebbe attraversato il Reno e cosa ne pensasse del declino della Chiesa tedesca e dell’ascesa dei partiti estremisti. Leone XIV ricorda con umiltà che è Papa da poco più di un anno, che ha ricevuto un invito ma che non ha ancora un calendario, e che per il prossimo anno l’unico viaggio certo sono le Giornate Mondiali della Gioventù in Corea.

Poi pronuncia la frase più incoraggiante di tutta la conferenza stampa. Anche della Francia si diceva che la Chiesa stesse morendo, e abbiamo visto cosa è successo nel corso di questi quattro giorni. È il bilancio del viaggio riassunto in una riga: il risveglio francese diventa una profezia per tutta l’Europa. Per quanto riguarda i movimenti estremisti, il Papa è categorico senza essere di parte. Riprende le posizioni dei vescovi cattolici e dei responsabili evangelici tedeschi, secondo cui certe commistioni tra estremismo politico e religione non sono espressioni autentiche del cristianesimo. Il Vangelo, ricorda, non parla di odio né di divisione, ma di comprensione e di accompagnamento. E invita i cristiani a impegnarsi anche politicamente per il bene comune.

Lo stile di un pontificato

Cosa rimane di questa mezz’ora ad alta quota? Non una frase da prima pagina, ma un metodo. Di fronte agli abusi, il Papa opera una distinzione. Di fronte alla laicità, ribalta la questione. Di fronte a Mari Carmen, ammette di non sapere e risale alle cause. Di fronte alla guerra, smaschera gli interessi. Di fronte all’intelligenza artificiale, respinge sia il panico che l’indifferenza. Di fronte al declino tedesco, contrappone l’esperienza francese. È lo stile di un agostiniano che ha fatto il mestiere di missionario: ascoltare, discernere, rispondere senza fretta.

L’ultima parola, del resto, non è stata una risposta, ma un ringraziamento. Il Papa ha tenuto a menzionare le persone che lavorano dietro le quinte, quelle che non ricevono gli applausi riservati a lui quando passa: i funzionari della Santa Sede, i vescovi francesi, numerosi laici volontari. In un’epoca in cui la comunicazione premia chi è sotto i riflettori, è un piccolo gesto che la dice lunga. Sull’aereo di ritorno dalla Francia, Leone XIV ha ricordato che nessun viaggio papale, così come nessuna Chiesa, si basa su un solo uomo.

Sull’aereo di ritorno da Metz, Leone XIV risponde a sei giornalisti provenienti da cinque paesi. Fa una distinzione sugli abusi, senza negare né generalizzare. Nega di aver violato la laicità: difendere la vita è Vangelo, non politica. Parte dal caso di un’anziana espulsa dalla sua abitazione a Madrid per denunciare le cause strutturali della crisi abitativa. Mette in discussione l’industria degli armamenti e afferma di non temere l’intelligenza artificiale, ma di prenderla sul serio. Alla Germania che si crede in declino, ricorda che si diceva la stessa cosa della Francia. E conclude ringraziando coloro che lavorano senza ricevere applausi.