Le quattro capitali di Leone XIV: bilancio del viaggio in Francia, tra aspettative, sorprese e futuro del cattolicesimo francese
Quattro giorni, quattro città, sedici interventi. Il quinto viaggio apostolico internazionale di Leone XIV, dopo la Turchia, il Libano, Monaco, l’Africa e la Spagna, non è stato una semplice visita pastorale. È stato un atto di cartografia spirituale. Il Papa ha ridisegnato la mappa della Francia cattolica scegliendo quattro capitali che non coincidono con quelle dei libri di testo: la capitale della ragione, quella della gioventù, quella delle ferite e quella delle cicatrici. Il bilancio di un viaggio si legge innanzitutto nei luoghi che ha scelto.
Ogni viaggio papale inizia ben prima del decollo, nel momento in cui viene tracciato l’itinerario. Il cardinale Aveline lo ha raccontato a Metz con preziosa confidenza. Sul tavolo c’erano numerose ipotesi: Ars, Lisieux, altre città ancora. Il Papa ha scelto Metz, e lo ha giustificato con tre parole: «per via dell’Europa». Questa risposta dimostra che nulla, in questo viaggio, è stato frutto del caso. Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz non sono quattro tappe, ma quattro parole di una stessa frase. Per comprenderne il senso, bisogna leggerle una dopo l’altra.
Parigi, capitale della ragione
Parigi era una tappa imprescindibile, ma il Papa l’ha scelta per ciò che rappresenta nella storia dell’intelligenza europea: la città delle scuole catedrali e della Sorbona, dell’Illuminismo e dell’UNESCO. Non è un caso che le prime ventiquattro ore siano state dedicate quasi interamente alla riflessione. All’Eliseo, davanti ai rappresentanti del potere politico; all’UNESCO, davanti alle Nazioni, quarantasei anni dopo il discorso di Giovanni Paolo II; all’Istituto Cattolico, davanti al mondo accademico e sinodale. Leone XIV non si è rivolto alla ragione francese per contestarla, ma per ricordarne le fonti. Libertà, uguaglianza e fraternità sono state ricondotte al Vangelo da cui hanno avuto origine. La laicità è stata reinterpretata come collaborazione e non come esclusione. La tecnica è stata ricondotta alla domanda che nessun algoritmo può porsi: che cosa significa essere umani?
A Parigi, il Papa ha anche rivelato un aspetto inaspettato di sé stesso: si è dimostrato un fine conoscitore della Francia. Ha citato Bernanos, Madeleine Delbrêl, Paul Ricœur; ha confidato che frate Lorenzo della Resurrezione, umile cuoco carmelitano del XVII secolo, aveva segnato il suo cammino di fede, e ha ricordato le sue radici familiari normanne e bearnesi. Il Papa americano non è venuto in Francia come un ospite straniero, ma come un parente lontano che torna a casa conoscendo i propri libri.
Saint-Denis, capitale della gioventù
La seconda capitale è la più sorprendente e, forse, la più simbolica. Saint-Denis ospita la basilica dove riposano quasi tutti i re di Francia, la necropoli di una monarchia cristiana caduta sotto la ghigliottina. A poche centinaia di metri di distanza sorge lo Stade de France, dove ottantamila giovani hanno gridato insieme al Papa: «Eccomi, Signore!». Da un lato, le tombe di una Francia che era cristiana per nascita; dall’altro, i giovani di una Francia che torna a essere cristiana per scelta. La geografia ha fatto da omelia. E questa gioventù non proviene dai quartieri borghesi: Saint-Denis è il cuore della periferia più giovane, più povera e più multietnica del Paese. Il Papa ha voluto che la sua prima grande festa popolare si svolgesse proprio lì, e non ai piedi della Torre Eiffel.
È lì che si è verificata la prima grande sorpresa del viaggio: la portata del rinnovamento. Si conoscevano le cifre: oltre tredicimila battesimi di adulti a Pasqua, ovvero il triplo rispetto a dieci anni fa. Ma vedere i loro volti è tutta un’altra cosa. Chloé che anima le notti di adorazione nei quartieri popolari, François che organizza pellegrinaggi in mountain bike in Borgogna, i catecumeni dell’Istituto Cattolico che confessano la loro paura del «vuoto dopo il battesimo». Il Papa ne ha tratto un’espressione destinata a entrare nel vocabolario pastorale francese: una Chiesa «in stato di iniziazione». E ha osato dire ciò che non si sentiva più da tempo durante un raduno di giovani: un appello esplicito alle vocazioni sacerdotali e religiose.
Lourdes, capitale delle ferite
La terza capitale è quella del dolore. Lourdes è la città dei malati, dei barellieri, delle sedie a rotelle in prima fila. Ed è lì che il Papa ha portato tutte le ferite della Francia. Quella della malattia, di fronte alla legge sull’«aiuto a morire», con la frase più incisiva del viaggio: ciò che è legale non è necessariamente morale. Quella degli abusi, con l’incontro privato con sette vittime e quelle parole sulla Chiesa chiamata a convertirsi in primo luogo. Quella della divisione, con l’appello rivolto ai vescovi a favore dell’unità di un «piccolo gregge», nella Tradizione che va dai Padri al Concilio Vaticano II. E quella di un mondo in guerra, con l’invito a recitare il Rosario per tutto il mese di ottobre affinché cessino i conflitti.
La scelta di Lourdes riveste un significato che va oltre la semplice devozione. A Massabielle, la Vergine fece a Bernadette la promessa meno allettante della storia delle religioni: non la felicità in questo mondo, ma nell’altro. Portarvi il dibattito francese sulla fine della vita significava trasporlo su un altro piano. Non la vita contro la libertà, ma la speranza contro la disperazione. «Voi non siete un peso», ha detto il Papa ai malati. Con quattro parole, ha smorzato l’argomento più doloroso di chi chiede di morire.
Metz, capitale delle cicatrici
L’ultima capitale è quella di confine. Metz ha cambiato bandiera quattro volte in settant’anni, e la Lorena è una terra di cimiteri militari e trincee trasformate in boschi. Il Papa non si è recato nelle capitali istituzionali d’Europa – Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo – ma in una città dove l’Europa ha cicatrizzato le sue ferite più profonde. È questa la differenza tra una ferita e una cicatrice: la seconda è una ferita che ha imparato a guarire. Metz mostra al mondo che la riconciliazione è possibile, ed è per questo che il Papa l’ha scelta come conclusione del suo viaggio.
È lì che si è verificata la sorpresa politica più significativa. Emmanuel Macron, che aveva disertato le messe dopo le polemiche su Notre-Dame, ha raggiunto il Papa a Metz, ha riconosciuto le radici giudaico-cristiane dell’Europa e lo ha salutato con una battuta: «felice come Leone XIV da noi». La tensione del giorno prima si è dissipata. Ma il Papa non ha rinunciato alla sua schiettezza. Di fronte al presidente che rivendicava un’«Europa della difesa», ha messo in guardia contro le «illusioni del riarmo». E nella cattedrale, sotto le vetrate di Chagall, ha lasciato il testamento di questo viaggio: non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona.
Le aspettative e il bilancio
Alla vigilia della visita, la stampa francese si aspettava soprattutto uno scontro. Lo scontro con l’Eliseo sul protocollo, quello sulla legge relativa alla fine della vita, quello con le vittime di abusi, quello con i tradizionalisti dopo Écône. Nessuna di queste aspettative è stata del tutto delusa, ma nessuna si è concretizzata nella forma prevista. Leone XIV ha messo in pratica un’arte che si potrebbe definire «fermezza cortese». Non ha evitato alcun argomento delicato, ma non ha mai cercato di attirarsi gli applausi di una fazione contro l’altra. Ha ringraziato Macron per Notre-Dame prima di parlargli di «morte programmata». Si è congratulato con i vescovi per il loro lavoro sugli abusi e, subito dopo, ha chiesto loro «la massima vigilanza». Ha difeso la bellezza della liturgia e ha esigito la comunione con Pietro al di là delle «sensibilità personali».
Il bilancio, in termini numerici, è evidente: stadi gremiti, centinaia di migliaia di fedeli alla Concorde, le campane che hanno suonato in tutta la Francia. Ma il vero bilancio va misurato altrove. Non tutto è stato risolto. Le vittime di Bétharram non si sono sentite accolte, la legge sull’eutanasia rimane in vigore, le parole del Papa sulla laicità hanno diviso i responsabili politici. Eppure, qualcosa è cambiato. La Chiesa di Francia, che da anni parlava di sé stessa in termini di declino, ha sentito il Papa usare un altro vocabolario: grazia imprevedibile, fiamma, seme, fonte. Il cattolicesimo francese è stato considerato non come un malato da curare, ma come un giardino che ricomincia a fiorire.
Gli appelli che rimangono
Si giudica un viaggio anche da ciò che resta da fare. Leone XIV ha lasciato alla Francia una sorta di agenda. Accompagnare i nuovi battezzati oltre la notte di Pasqua, con padrini e madrine provenienti dalla comunità e una solida formazione. Preservare il «carattere proprio» della scuola cattolica, affinché nessun alunno sia emarginato a causa della sua fede. Sviluppare le cure palliative e sostenere i medici fedeli alla loro vocazione di curare. Accogliere i migranti «come in famiglia». Recitare il Rosario in ottobre per la pace. E ai giovani ha rivolto l’invito più controcorrente di tutti: non abbiate paura di fondare una famiglia e di mettere al mondo dei figli.
Il futuro del cattolicesimo in Francia
Cosa ne resterà? Il Papa ha dato la risposta più lucida ai vescovi di Lourdes, con una formula realistica e senza illusioni: la Chiesa in Francia è un «piccolo gregge». Il cristianesimo sociologico di un tempo, quello dei battesimi per abitudine e delle processioni di tutto il paese, non tornerà. Ma può nascere qualcosa di diverso: una Chiesa minoritaria e creativa, composta da credenti per scelta, da giovani, spesso provenienti da lontano, assetati di bellezza liturgica e di una solida dottrina. È una Chiesa che deve imparare tre cose. La prima è l’unità, perché le divisioni ideologiche la renderebbero sterile. La seconda è l’ospitalità, affinché i nuovi arrivati non si trovino di fronte a porte chiuse. La terza è la trasparenza, affinché la luce del Vangelo possa passare senza ostacoli.
È l’immagine con cui il Papa ha concluso il suo viaggio, e che ne custodisce il significato più profondo. Nella cattedrale di Metz, ha detto, i costruttori hanno ridotto al minimo le pareti affinché la luce potesse entrare. Senza vetrate, quelle finestre sarebbero solo aperture accecanti; con le vetrate, diventano libri che raccontano storie di santità. La Chiesa di Francia di domani non dovrà essere né una fortezza, né uno spazio vuoto inondato di luce, ma una vetrata: un popolo che lascia passare la luce di Cristo, colorandola con i volti, le lingue e le storie di coloro che la abitano.
Quattro capitali, quindi, e un’unica missione. Da Parigi, riflettere. Da Saint-Denis, rinascere. Da Lourdes, guarire. Da Metz, riconciliarsi. Affinché il mondo abbia la vita.
Il quinto viaggio internazionale del pontificato letto attraverso i luoghi: Parigi, capitale della ragione; Saint-Denis, della gioventù; Lourdes, delle ferite; Metz, delle cicatrici.
Le aspettative della vigilia e la «fermezza cortese» del Papa, le sorprese (dall’ampiezza del risveglio dei catecumeni alla riconciliazione con Macron a Metz), le frasi che rimarranno e l’agenda affidata alla Chiesa di Francia. E il futuro di un «piccolo gregge» chiamato a non essere una fortezza, ma una vetrata.
