Gadi Eisenkot riceve l’incarico di formare il governo. Ma tra veti incrociati, ferite della guerra e contraddizioni della democrazia israeliana, la vera sfida non è soltanto cambiare primo ministro: è cambiare il destino di un Paese.

In Israele potrebbe aprirsi una stagione politica nuova, ma sarebbe prematuro chiamarla primavera. Il presidente Isaac Herzog ha affidato a Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader centrista di Yashar, l’incarico di formare il prossimo governo. Ventotto giorni, eventualmente prorogabili di altri quattordici, per tentare un’impresa che appare quasi più difficile delle campagne militari combattute dal generale: mettere insieme un Paese profondamente diviso, stanco della guerra e prigioniero delle proprie paure.

Le elezioni del 27 ottobre hanno consegnato una fotografia impietosa della società israeliana. Benjamin Netanyahu conserva il primato del Likud come primo partito, ma non dispone più di una maggioranza parlamentare. Eisenkot ha ottenuto 67 raccomandazioni contro le 46 del premier uscente. Eppure, il suo blocco politico conta appena 48 seggi. Gli altri 19 appartengono ai partiti arabi, indispensabili per costruire un’alternativa numericamente solida e, paradossalmente, politicamente difficili da accettare per una parte dei suoi stessi alleati.

È qui che comincia il vero dramma della democrazia israeliana: i voti degli arabi sono sufficientemente legittimi per indicare un primo ministro, ma rischiano di diventare politicamente inaccettabili quando si tratta di sostenerne il governo. Una contraddizione che interroga l’identità stessa di uno Stato che si proclama ebraico e democratico.

Eisenkot non è un uomo qualunque. Figlio di immigrati ebrei marocchini, cresciuto in una famiglia operaia, appartiene a quella componente mizrahi che per decenni ha dovuto conquistarsi uno spazio in una società dominata dalle élite di origine europea. La sua carriera militare lo ha portato ai vertici dell’esercito. Ma è soprattutto la tragedia familiare a conferire alla sua figura una dimensione umana particolare. Suo figlio Gal è stato ucciso a Gaza nel dicembre 2023. Il dolore che attraversa tante famiglie israeliane è entrato anche nella sua casa.

Non è un dettaglio biografico. È una chiave per comprendere un uomo che conosce il prezzo della guerra non soltanto attraverso i rapporti dello Stato maggiore. E tuttavia la sofferenza personale, per quanto autentica, non costituisce automaticamente una garanzia di saggezza politica. La domanda è se Eisenkot saprà trasformare il lutto in una visione capace di risparmiare altre vite.

Perché il generale del cambiamento non è un pacifista. Alla sua esperienza militare viene associata la controversa dottrina Dahiyeh, fondata sull’impiego di una forza devastante contro le infrastrutture delle aree da cui provengono attacchi armati. Eisenkot rimane un uomo dell’apparato di sicurezza israeliano, convinto della necessità di una deterrenza robusta. Inoltre, come Netanyahu, si oppone oggi alla nascita di uno Stato palestinese indipendente. Le divergenze fra i due riguardano soprattutto la gestione politica e militare del conflitto, la legalità degli insediamenti e la responsabilità delle istituzioni.

Sarebbe dunque ingenuo immaginare che l’eventuale uscita di scena di Netanyahu possa automaticamente trasformarsi nella fine del conflitto israelo-palestinese. Il problema è assai più profondo. Riguarda la capacità di riconoscere che la sicurezza non può essere costruita indefinitamente sulla subordinazione politica di un altro popolo.

C’è poi il difficile mosaico delle alleanze. Avigdor Lieberman rifiuta un governo dipendente dai partiti arabi, ma mostra un’inedita disponibilità verso gli ultraortodossi. Questi ultimi, a loro volta, chiedono garanzie sulle esenzioni dal servizio militare, proprio mentre Eisenkot promette una maggiore uguaglianza nei doveri civili. Naftali Bennett, Yair Golan e gli altri protagonisti del fronte anti-Netanyahu devono decidere quali principi siano negoziabili e quali costituiscano la ragione stessa della loro battaglia politica.

L’apertura al Likud senza Netanyahu potrebbe rappresentare una soluzione di stabilità, ma anche rivelarsi un compromesso incapace di interrompere le dinamiche che hanno prodotto la crisi. Un governo di emergenza nazionale non può ridursi a un’operazione parlamentare per cambiare il nome sulla porta del primo ministro.

La questione decisiva è un’altra: quale Israele nascerà dopo Netanyahu, ammesso che il dopo-Netanyahu cominci davvero?

Il Paese porta le ferite del 7 ottobre 2023, della tragedia degli ostaggi, degli anni di combattimenti e di una polarizzazione interna che ha logorato la fiducia nelle istituzioni. Ma dall’altra parte della frontiera ci sono Gaza, le sue devastazioni, le famiglie palestinesi e una popolazione alla quale non può essere negato indefinitamente un futuro politico. La sofferenza israeliana e quella palestinese non sono realtà che si annullano reciprocamente. Sono vite umane che esigono giustizia, protezione e dignità.

Da una prospettiva cristiana, che non pretende di sostituirsi alle responsabilità degli Stati, la pace non coincide semplicemente con l’assenza temporanea delle ostilità. È un ordine fondato sulla giustizia, sul riconoscimento dell’altro e sulla tutela dei diritti. La sicurezza di Israele è un’esigenza legittima e irrinunciabile. Ma non diventa più solida quando si rinuncia a immaginare un orizzonte di libertà e autodeterminazione anche per i palestinesi.

Eisenkot ha parlato di compromessi come segno di autentica leadership. È probabilmente la sua affermazione politicamente più importante. Ma il compromesso non può essere soltanto quello necessario a distribuire ministeri, superare veti o garantirsi la fiducia della Knesset. Deve diventare capacità di abbandonare la convinzione che la forza militare possa risolvere ogni questione politica.

Il fallimento di Netanyahu non si misurerà soltanto nell’eventuale perdita del potere, così come il successo di Eisenkot non potrà coincidere semplicemente con il suo insediamento. Il vero criterio sarà la capacità di ricostruire la credibilità democratica dello Stato, restituire centralità alle istituzioni, riconoscere pienamente la cittadinanza degli arabi israeliani e riaprire una prospettiva politica per la questione palestinese.

Nella terra dei profeti, dove la parola shalom custodisce un significato ben più ricco del semplice silenzio delle armi, la politica continua a misurarsi con una contraddizione antica: si invoca la pace, ma si fatica a riconoscere nell’altro un interlocutore.

Eisenkot ha conosciuto la guerra da generale e da padre. Adesso potrebbe essere chiamato a dimostrare che la grandezza di un leader non consiste soltanto nel saper vincere una battaglia, ma nel comprendere quando occorre impedire che altre battaglie diventino inevitabili.

Israele può cambiare governo senza cambiare storia. La vera svolta comincerà quando saprà distinguere la forza che difende dalla forza che perpetua il conflitto.