La stella più debole
Nello stadio del primo Mondiale, Leone XIV ha portato il Natale nel paese che non lo chiama Natale. Betlemme, piccola ma non insignificante, è la parabola di una Chiesa che impara a essere minoranza: per illuminare molto non serve essere molti.
Venerdì scrivevamo che domenica, a Florida, sarebbe stato per qualche ora Natale in novembre. Ci sbagliavamo di un giorno. Il Natale è arrivato stasera, in uno stadio. Lo Stadio del Centenario fu inaugurato il 18 luglio 1930 per il primo Mondiale della storia, e il suo nome ricorda il centenario della Costituzione giurata nel 1830. Quella Costituzione dichiarava la religione cattolica religione dello Stato; quando lo stadio fu inaugurato, la riforma entrata in vigore nel 1919 aveva già stabilito che lo Stato non sostiene alcuna religione. Il monumento al centenario di una Costituzione confessionale ha accolto stasera un Papa che ha parlato ai cattolici uruguaiani come a una minoranza, e ha spiegato loro perché non è una disgrazia.
Prima del discorso, tre testimonianze: una giovane catechista, Federica; un neobattezzato, Giovanni; una famiglia, i Gutiérrez Hernández. Il Papa li ha ringraziati e ha allargato il grazie a chi sta dietro di loro: le famiglie che hanno trasmesso la fede, i preti e i consacrati, i laici che reggono le comunità. Dietro ciò che si vede in una visita breve, ha detto, ci sono anni interi di fedeltà, e forse molto del frutto resta proprio dove noi non riusciamo a vederlo.
Una Chiesa di minoranza
Poi il tema della serata, affrontato senza giri di parole: la secolarizzazione e un’indifferenza religiosa sempre più estesa. La fede non si trasmette più con la naturalezza delle generazioni precedenti, e cresce il numero di chi attraversa buona parte della vita senza un rapporto abituale con la Chiesa. I credenti uruguaiani, ha detto il Papa, hanno dovuto imparare a vivere e ad annunciare la fede in questo scenario; e proprio per questo la loro esperienza può aiutare i fratelli di altre parti del mondo che cominciano a scoprire che cosa significa essere minoranza.
La frase è rivolta a Montevideo, ma il destinatario abita più a nord. L’Uruguay ha separato la Chiesa dallo Stato nel 1919 e ha ribattezzato le feste quell’anno stesso: vive da un secolo ciò che l’Europa comincia appena a sperimentare. Benedetto XVI, in volo verso Praga nel 2009, parlava di minoranze creative che decidono il futuro. Leone XIV ha indicato dove osservarne una all’opera. E ha elencato chi persevera: genitori che pregano con i figli, insegnanti che testimoniano, giovani che seguono Cristo anche quando si sentono soli, preti che percorrono grandi distanze per portare i sacramenti. Chi ha letto il nostro primo editoriale ricorderà Celina, la bambina di Melo che nel 1988 rispose a Giovanni Paolo II che a casa sua si pregava ogni sera. È di gente come lei che il Papa parlava.
Piccola, non insignificante
Pensando a tutto questo, ha confidato il Papa, gli tornava in mente una piccola città biblica. Michea chiama Betlemme piccola tra i clan di Giuda; Matteo, citandolo, la dice in nessun modo la più piccola. Eppure, ha osservato Leone, Betlemme era rimasta piccola: nulla era cambiato nella sua grandezza né nel suo peso politico. Quando siamo pochi, quando le forze diminuiscono, quando la nostra presenza sociale non è più la stessa, c’è il rischio di giudicarci con criteri molto umani. Dio ha scelto Betlemme, e questa scelta basta perché non si confonda la piccolezza con l’insignificanza.
Nessun popolo dovrebbe capirlo meglio di quello che riempiva le gradinate. Qui, nel 1930, l’Uruguay batté l’Argentina in finale e diventò il primo campione del mondo; vent’anni dopo zittì il Maracanã. Un paese che ancora oggi non arriva a tre milioni e mezzo di abitanti ha vinto due Mondiali. Gli uruguaiani sanno per esperienza che piccolo non vuol dire insignificante. Il Papa ha chiesto loro di applicare alla fede ciò che sanno del calcio.
E ha portato l’argomento fino all’Eucaristia: il Signore dell’universo presente sotto le umili apparenze del pane e del vino. Un francescano riconosce la frase. Nella prima delle sue Ammonizioni, Francesco d’Assisi scrive che Cristo ogni giorno si umilia come quando scese dal trono regale nel grembo della Vergine, e ogni giorno viene a noi in umile apparenza. La logica di Betlemme è la logica dell’altare.
Non c’era posto
Il passaggio più penetrante è venuto da Luca: non c’era posto per loro nell’alloggio. Tutto era occupato. Il Papa vi ha visto un’immagine dell’indifferenza di oggi: la vita si riempie di occupazioni, affetti, progetti e distrazioni, finché l’assenza di Dio smette di essere sentita come assenza. Non è l’anticlericalismo militante dei tempi di Batlle, che almeno combatteva Dio e quindi lo prendeva sul serio. È qualcosa di più sottile: un’assenza che non fa più male.
Poi Erode, incapace di sopportare un regno che non controlla. Qualcosa di Betlemme, ha detto il Papa, continua a ripetersi: Dio considerato inutile e la fede confinata nell’ambito privato, come se non avesse nulla da dare alla vita comune. Venerdì, in Plaza Independencia, aveva detto la stessa cosa con il linguaggio del diritto; stasera l’ha detta con quello del Vangelo. E ha aggiunto una frase che lega le giornate uruguaiane in un unico ragionamento: quando si pretende di costruire un mondo senza Dio, si rischia di lasciare senza posto anche l’uomo. Ieri agli educatori aveva detto che nessuno può essere scartato; stasera ha spiegato da dove nasce lo scarto.
Nel testo spagnolo c’è un dettaglio che merita l’attenzione di chi insegna comunicazione. Vi si legge che quel Bambino viene a salvar-nos, con un trattino che stacca il pronome: in quel «ci» siamo tutti, perché l’indifferenza può entrare a poco a poco anche nella vita di chi crede. Un trattino per dire che nessuno è al riparo.
I Magi e i pastori
La domanda di Betlemme, ha detto il Papa, è semplice: c’è posto per Lui? Nel nostro tempo, nelle nostre case, nella nostra logica. Poi due figure del Natale, che sono anche due modi di non credere ancora. I Magi avevano visto una stella da lontano: non erano esperti di Scritture, non sapevano dove sarebbe finito il viaggio e non sapevano spiegare che cosa cercassero, ma quella luce li mise in cammino. Molti, intorno a voi, non apriranno mai una Bibbia; ma vedendo voi potranno domandarsi: perché vive così? Da dove prende questa libertà? Perché si amano tanto? È la domanda che Tertulliano metteva in bocca ai pagani del suo tempo, ed è la stessa che il Papa aveva consegnato al clero ai Vespri: da dove nasce quell’amore?
E qui la frase che dà il titolo a queste righe. La stella dei Magi non era la meta: la sua missione era condurre a Betlemme. Per illuminare molto, ha detto il Papa, non serve essere molti; basta riflettere la luce del Signore. Lo storico Carlos Real de Azúa definì l’Uruguay la stella più debole del firmamento cattolico latinoamericano. Stasera il Papa gli ha risposto senza nominarlo. Una stella debole basta, se si ferma sopra la casa giusta. I Padri vedevano nella luna l’immagine della Chiesa: non ha luce propria, e illumina la notte riflettendo il sole.
Poi i pastori. Loro non seguono stelle e non cercano niente: sono nel mezzo della loro vita, a fare ciò che fanno ogni notte. Ed è lì che Dio va a cercarli: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). Da questo annuncio, ha detto il Papa, è nato il motto della visita. E ha sottolineato le ultime parole: di tutto il popolo. Non per chi aspettava, non per i perfetti. Alcuni, come i Magi, cercano già, e vanno accompagnati; altri, come i pastori, non cercano niente, e la gioia deve andare a trovarli nella loro notte. In un paese dove la maggioranza non è ostile ma semplicemente altrove, è forse la distinzione pastorale più utile di tutto il viaggio.
La gioia da gridare
Che cosa annunciare, il Papa lo ha detto con un elenco che vale un catechismo. Il peccato può essere perdonato. Possiamo accompagnare chi muore e dirgli che la sua vita non finirà nel nulla: detta nel paese che un anno fa ha legalizzato l’eutanasia, la frase non ha bisogno di commenti. Possiamo portare pane e vino all’altare. Possiamo dire a chi è caduto: alzati, puoi ricominciare. La società, ha aggiunto, può trovare in altre istituzioni molte cose preziose, ma nessuna può sostituire l’annuncio che l’amore di Dio è più forte della morte, dell’odio, della violenza, della guerra e del peccato.
Poi le consegne, concrete fino alla sfrontatezza. Ai giovani: sposatevi, non abbiate paura del per sempre. Agli sposi: aprite la casa alla vita, anche quando il mondo dice che un figlio è un peso. A chi sente la chiamata: non ignoratela per paura di perdere altre possibilità. E a tutti: quando essere onesti ha un prezzo, pagatelo; quando perdonare sembra una sconfitta, perdonate. Infine la parola che riassume la serata: siate santi. Il Papa ha chiesto vite capaci di rendere antojable, desiderabile come una voglia improvvisa, un sì pieno all’amore e alla verità. È spagnolo d’America, quello delle strade di Chiclayo più che delle aule di Roma.
Casa del pane
I pastori, dopo aver visto il Bambino, tornarono agli stessi campi, agli stessi lavori, probabilmente agli stessi problemi. Ma non erano più gli stessi. Che si veda, ha detto il Papa, che siamo stati a Betlemme. E ha ricordato che Betlemme significa casa del pane: lì nacque chi si sarebbe dato come Pane di vita, e lo si incontra ancora in ogni tabernacolo. Nel Natale del 1223, a Greccio, Francesco volle vedere con gli occhi del corpo la povertà di Betlemme, e fece celebrare la Messa sopra la mangiatoia. Tommaso da Celano scrisse che quella notte Greccio era diventata una nuova Betlemme. Stasera lo è diventato uno stadio.
L’ultima parola è andata alla Vergine dei Trentatré, invocata come Stella del mattino: la stella che compare quando la notte non è ancora finita e annuncia un sole che non si vede. Domani il Papa si fermerà davanti a lei a Florida. Nel paese che chiama il 25 dicembre Giorno della Famiglia, il Natale è arrivato il 7 novembre, senza chiedere permesso a nessun calendario.
