La locanda di tutti

Nel quartiere più povero di Montevideo, il Papa ha benedetto le case costruite dalla parrocchia di Guadalupe e ha raccontato il buon samaritano. Poche ore dopo, allo stadio, avrebbe detto che a Betlemme non c’era posto. Luca, per le due locande, usa due parole diverse.

Per molto tempo l’Uruguay si è chiamato la Svizzera d’America. A Casavalle il soprannome non è mai arrivato. Il quartiere, nella periferia nord di Montevideo, è tra i più poveri del paese e ha fama di essere tra i più pericolosi: vicoli di terra battuta, case precarie, bande legate al narcotraffico. I dati nazionali dicono il resto. Nel 2025 viveva sotto la soglia di povertà il 16,6 per cento degli uruguaiani, ma il 29,1 per cento dei bambini sotto i sei anni. In un paese che invecchia, la povertà è giovane.

Ieri pomeriggio, tra la Messa di Paysandú e l’incontro all’Università Cattolica, Leone XIV è venuto qui, nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe. Ha percorso le strade, ha visto le opere, e ha detto la frase più personale del viaggio: guardandole, si sentiva come a casa, ricordando le comunità che visitava quando viveva in Perù. Chi lo ha visto a Chiclayo sa che non era una formula. Poi ha ringraziato il parroco, padre Pablo Coimbra, e tre testimoni: Angélica, Alan e Katherine.

La piccola casa

La parrocchia è dedicata alla Guadalupana, e il Papa ha confidato di nutrire per lei un affetto particolare: fu ordinato vescovo nella cattedrale di Chiclayo il 12 dicembre 2014, nel giorno della sua festa. Ha ricordato i titoli che i suoi predecessori le hanno dato, patrona dell’America Latina e imperatrice delle Americhe. Ma la storia di Guadalupe comincia con una richiesta molto più modesta di un impero.

Secondo il Nican Mopohua, il racconto in lingua nahuatl delle apparizioni del 1531, la Vergine chiese all’indio Juan Diego di andare dal vescovo e domandargli di costruirle, sul colle del Tepeyac, una piccola casa sacra: lì avrebbe mostrato il suo amore a tutti gli abitanti di quella terra. Il vescovo era fra Juan de Zumárraga, un francescano. Chiese un segno, e il segno furono le rose nel mantello di un povero. La Madre di Dio, in America, ha cominciato chiedendo una casa.

A Casavalle la parrocchia che porta il suo nome ha costruito delle case per famiglie in difficoltà economica, e il Papa vi ha contribuito con i fondi della Papal Foundation. Ha chiesto che fossero molto più di un tetto: una vera casa, dove crescere nella dignità, nella pace e nella speranza. La differenza tra un tetto e una casa la conosce chiunque sia stato sfrattato. Il tetto ripara dalla pioggia. La casa è il luogo da cui nessuno ti può mandare via.

Mezzo morto

Poi il Papa ha raccontato una storia che, ha detto, tutti conoscono: il buon samaritano. Un uomo cade nelle mani dei briganti, che lo spogliano, lo feriscono e lo lasciano mezzo morto. Alla violenza si aggiunge l’indifferenza di chi lo vede e passa oltre. Poi arriva un samaritano, si commuove, gli si avvicina, lo cura, lo porta in una locanda e paga per lui.

La parabola, ha detto Leone, si ripete ogni giorno nell’insicurezza e nella violenza che minacciano i quartieri e la vita delle persone care, e a cui la società risponde troppo spesso con indifferenza. Poi tre frasi che non hanno bisogno di commento. Non possiamo passare oltre quando in Uruguay ci sono bambini che non vanno a scuola per paura di non tornare più. Non possiamo far tacere la coscienza davanti a una madre che non ha di che sfamare i figli. Un figlio di questo paese, così ricco di risorse, non dovrebbe andare a dormire senza aver mangiato.

La prima frase non è un’iperbole. Già tre anni fa, nella stampa di Montevideo, un amministratore locale raccontava che dopo le sparatorie notturne i bambini, la mattina, non vanno a scuola; e nel 2013 una scuola di Casavalle fu evacuata per uno scontro tra bande. Il Papa che venerdì aveva parlato di laicità ai rappresentanti dello Stato, ieri ha parlato alle madri di figli che hanno paura di uscire di casa. Non ha cambiato argomento. Ha mostrato dove finisce, in concreto, il bene comune quando nessuno se ne occupa.

Il prete della lamiera

Il samaritano, a Casavalle, ha un nome. Il Papa lo ha pronunciato con l’affetto che il quartiere gli riserva: padre Cacho, che ha saputo gettare ponti, abbattere muri e favorire l’incontro. Isidro Rubén Alonso era un sacerdote salesiano, nato a Montevideo nel 1929. Negli anni Settanta scelse di andare a vivere in un cantegril, come in Uruguay si chiamano le baraccopoli: una baracca di lamiera nella zona di Aparicio Saravia. Lavorò con i clasificadores, le famiglie che vivono raccogliendo e separando i rifiuti della città. Con le famiglie sfrattate avviò cooperative di mutuo aiuto per costruire case; da quel lavoro è nata l’Organización San Vicente, che ancora oggi si occupa di abitazioni, di asili e di lavoro.

Morì di cancro nel 1992. I clasificadores portarono la sua bara fino al Cementerio del Norte sui loro carretti, quelli con cui ogni giorno raccoglievano i rifiuti. Un corteo funebre più eloquente di qualsiasi omelia. Nel 2017 l’arcidiocesi ha aperto la sua causa di beatificazione, e oggi è servo di Dio. Il cardinale che ieri accoglieva il Papa, Daniel Sturla, è anch’egli un salesiano: la famiglia di don Bosco, a Casavalle, ha piantato radici profonde.

Il viaggio uruguaiano sta disegnando una piccola geografia della santità. Venerdì il beato Jacinto Vera nella sua tomba in cattedrale; sabato mattina lo stesso Vera sull’isola della Carità, tra i feriti dei due eserciti; sabato pomeriggio padre Cacho nel suo cantegril. Tutti e due fuori posto, secondo i criteri del mondo: un vescovo su un’isola, un prete in una baraccopoli. Tutti e due esattamente dove dovevano essere.

Un francescano non può leggere questa storia senza pensare al Testamento di Francesco, che racconta l’inizio della sua conversione: il Signore lo condusse tra i lebbrosi, e ciò che gli sembrava amaro gli fu cambiato in dolcezza dell’anima e del corpo. A Paysandú il Papa aveva parlato del mate; abbiamo ricordato che il primo sorso, il più amaro, spetta a chi serve. Padre Cacho lo bevve per vent’anni.

Né supplenza né assenza

Poi il passaggio politico, nel senso più alto. Dobbiamo lavorare uniti, ha detto il Papa: la Chiesa, la società civile e lo Stato. Sta a noi decidere se costruire una città nuova in cui nessuno sia escluso, o restare comodamente immersi ciascuno nei propri affari. Ha citato Francesco: ogni giorno siamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani o viandanti indifferenti (Fratelli tutti, 69). E ha citato la propria enciclica Magnifica humanitas: la Chiesa si accosta alle ferite dell’umanità con discrezione e prossimità, sapendo che ciò che nasce da una necessità immediata non può diventare norma, né sostituire le responsabilità proprie della comunità civile.

È la sussidiarietà detta con le parole del samaritano, e in Uruguay ha un peso preciso. Venerdì il Papa aveva chiesto allo Stato di non confinare la fede nel privato; ieri ha chiarito che la Chiesa non intende confinare lo Stato fuori dalle periferie. Il samaritano non fonda un ospedale: porta il ferito alla locanda, paga, e promette di tornare. La carità non sostituisce le istituzioni. Ma non può nemmeno aspettarle, quando c’è un uomo mezzo morto sul ciglio della strada.

Alan, ha ricordato il Papa, oggi offre gratuitamente ciò che a sua volta ha ricevuto. È il Vangelo nella sua forma più breve: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8). Ed è la regola di ogni quartiere che si rialza. Nessuna politica funziona senza persone così, e nessuna persona così basta senza una politica.

Le due locande

C’è un dettaglio che lega il pomeriggio di Casavalle alla sera dello Stadio del Centenario. Allo stadio il Papa ha citato Luca: a Betlemme non c’era posto per loro nell’alloggio. La parola greca è katályma, la stanza degli ospiti, quella che si riempie e poi chiude la porta. Ma quando, nella parabola, il samaritano porta il ferito a una locanda, Luca usa un’altra parola: pandochéion, che alla lettera significa il luogo che accoglie tutti.

Lo stesso evangelista, dunque, conosce due locande. Una piena, che non ha posto per Dio; un’altra aperta a chiunque, dove un uomo mezzo morto viene curato a spese di uno sconosciuto. I Padri della Chiesa leggevano la parabola così: il samaritano è Cristo, il ferito è l’umanità, la locanda è la Chiesa. Agostino, padre spirituale di questo Papa, ricordava che il nome stesso di samaritano significa custode. Il Papa non ha citato la parola greca. Ma ieri ha mostrato le due locande nella stessa giornata: nel pomeriggio quella che accoglie tutti, la sera quella che non aveva posto.

Una parrocchia, ha detto a Casavalle, deve essere come un faro che indica la presenza di Cristo. Si potrebbe aggiungere: deve essere un pandochéion. Non una stanza riservata agli ospiti abituali, ma una locanda per tutti, che non chiede al ferito da dove viene né in che cosa crede. Il parroco di Casavalle lo aveva detto nei giorni scorsi: la visita fa sentire importanti persone che si sono sempre sentite emarginate, qualunque sia la loro religione.

La parabola si chiude con un ordine: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10,37). Il Papa lo ha consegnato al quartiere e poi lo ha affidato alla Guadalupana, chiedendole di proteggere tutti con il suo manto. Nel Nican Mopohua la Vergine dice a Juan Diego, angosciato per lo zio moribondo, una frase che a Casavalle suona come scritta per le madri dei bambini che hanno paura di uscire di casa: non sono forse qui io, che sono tua madre? Cinque secoli fa chiese una piccola casa per mostrare a tutti il suo amore. Ieri, in un quartiere dove la casa è l’unico luogo sicuro, una parrocchia che porta il suo nome ha ricambiato: ha dato una casa a chi non l’aveva.