A pochi passi dalla Grotta di Massabielle, nell’emiciclo intitolato a santa Bernadette dove l’episcopato francese si riunisce ogni anno in assemblea plenaria, Leone XIV ha pronunciato il discorso più programmatico del viaggio. Non più il linguaggio diplomatico dell’Eliseo né quello poetico della Concorde, ma la parola franca di un pastore ai suoi confratelli: incoraggiamento e gratitudine, ma anche consegne precise su laicità, scuola cattolica, abusi, vocazioni e, soprattutto, unità.
Che i vescovi di Francia abbiano scelto Lourdes come sede abituale delle loro assemblee plenarie non è un dettaglio logistico: è una professione di fede. Il Papa lo riconosce fin dalle prime righe e lo condensa in una formula che san Luigi Maria Grignion de Montfort avrebbe sottoscritto, e che san Massimiliano Kolbe ha fatto diventare un programma di vita: non c’è via migliore per giungere a Gesù che passare attraverso Maria. Leone XIV ripercorre poi la storia di un legame unico. Pio XI, nel 1922, chiamò la Francia «Regno di Maria» e proclamò l’Assunta sua patrona principale. Luigi XIII, il 10 febbraio 1638, consacrò alla Vergine il regno. E il Papa confida di aver contemplato, due giorni prima, a Notre-Dame, la rappresentazione scultorea di quel voto dietro l’altare maggiore. Cattedrali, santuari, pellegrinaggi, suppliche esaudite spesso tra le lacrime: è questa, dice il Papa, la fede viva del popolo affidato ai vescovi, una fede che continua «al di là di ogni ostacolo».
Dopo la memoria, l’esortazione. Coraggio, audacia, creatività missionaria. E una frase che, in questa terra ferita, pesa: non lasciatevi scoraggiare dagli errori, dalle incoerenze, dalle cadute. Il Papa non chiede di dimenticarle, ma di riconoscerle con amore della verità e di curare le ferite con la carità del Buon Pastore. Poi l’imperativo: alzatevi con speranza.
Il passaggio sulla voce pubblica della Chiesa è il più netto dell’intero viaggio, e segna un cambio di registro rispetto all’Eliseo. Lì il Papa aveva parlato di «giusta laicità» davanti al presidente. Qui, tra vescovi, è più diretto. La Chiesa ha contribuito all’edificazione stessa della nazione francese ed è parte integrante della sua cultura e della sua identità. Per questo la sua voce ha pieno diritto di essere presente nel dibattito pubblico e possiede, per sua natura, un’autorevolezza profetica. Poi una formula che resterà: anche se non sempre è intesa, è comunque attesa; anche se non sempre è seguita, è necessaria. E il Papa ringrazia esplicitamente i vescovi per il coraggio dimostrato nei dibattiti sul fine vita, incoraggiandoli a perseverare insieme a tutte le persone di buona volontà. La legge è stata promulgata, la battaglia parlamentare è perduta, ma il Papa chiede di non considerare chiusa la questione.
Sulla laicità, il tono si fa vigile. Leone XIV riconosce che il sistema francese, frutto di una storia turbolenta, è oggi pacificato. Ma osserva che quell’equilibrio faticosamente raggiunto viene gradualmente rimesso in discussione, in Francia come altrove in Occidente. Chiede quindi di difendere la libertà della Chiesa di evangelizzare, di educare, di praticare pubblicamente il culto e di esercitare visibilmente la carità nel nome di Cristo. Non si tratta di privilegi, ma di libertà fondamentali, che una laicità ostile tenderebbe a ridurre alla sfera privata.
Lo stesso spirito anima il capitolo sulla scuola cattolica, uno dei nervi scoperti del dibattito francese. Negli ultimi anni alcuni istituti cattolici parigini sono finiti sotto inchiesta per il loro «carattere proprio», e da più parti si chiede che l’insegnamento cattolico sovvenzionato si allinei sempre più alla scuola pubblica. Il Papa loda l’apertura degli istituti cattolici a chi non condivide la fede, nel rispetto della libertà di coscienza. Ma è categorico: l’insegnamento cattolico non può in alcun modo rinunciare al proprio progetto educativo centrato su Cristo. Nessuno deve stupirsi se in una scuola cattolica si offre l’occasione di incontrare Gesù. E aggiunge una frase che dice molto del clima di certe aule francesi: nessun alunno deve essere emarginato nella propria classe semplicemente perché crede in Gesù.
Sugli abusi, il Papa ringrazia i vescovi per le misure adottate dopo il rapporto della CIASE, fatte di ascolto, verità, giustizia, riparazione e prevenzione. Riconosce che alcuni momenti sono stati «molto difficili» per la Conferenza e chiede di proseguire con la massima vigilanza. È una parola di incoraggiamento, pronunciata nello stesso giorno e nello stesso santuario in cui il Papa incontra in forma riservata alcune vittime. Da giornalista, non posso tacere che non tutti la ascolteranno allo stesso modo: il collettivo di Bétharram, a pochi chilometri da qui, attende ancora di sentirsi davvero accolto. La gratitudine verso i pastori e l’ascolto delle vittime non si escludono, ma vanno tenuti insieme.
Accanto a questo, una sollecitudine esplicita per i sacerdoti, spesso soli, anziani, sovraccarichi. Il Papa chiede che siano sostenuti e incoraggiati, e osserva che le vocazioni nascono solo dove il prete è desiderato, accolto, amato, e dove la sua identità configurata a Cristo è chiara. Poi un accento di dolore sincero: la chiusura, recente o imminente, di antiche e prestigiose comunità monastiche che hanno segnato la storia. La Francia di Cluny e di Cîteaux, di Solesmes e della Grande Chartreuse vede spegnersi alcuni dei suoi fari contemplativi. Il rimedio, per Leone XIV, sta a monte: nelle famiglie cristiane, dove si imparano la vita comune, il dono gratuito di sé e lo spirito di sacrificio. Forse, dice il Papa, è questa la sfida principale: che Gesù viva pienamente nelle famiglie cattoliche di Francia.
Ma la parola decisiva del discorso è un’altra: unità. La Chiesa in Francia, dice il Papa con realismo, è un «piccolo gregge» che deve unire le proprie forze per la missione, e le divisioni ideologiche renderebbero vana la sua testimonianza. L’unità, precisa, non è uniformità piatta. Ogni sensibilità autenticamente cattolica deve convergere nella comune professione di fede, nell’obbedienza ai pastori legittimi e al successore di Pietro, principio visibile di unità secondo la Lumen gentium. Poi la frase che, a tre mesi da Écône, suona come una chiave di lettura dell’intero pontificato: un’unità dinamica che si nutre della Tradizione della Chiesa, «dai Padri fino al Concilio Vaticano II», e del Magistero postconciliare. È una formula calibrata con cura, che respinge al tempo stesso due tentazioni simmetriche: quella di chi vorrebbe fermare la Tradizione prima del Concilio e quella di chi vorrebbe ricominciare la Chiesa dopo. Né rottura né museo, ma continuità viva, arricchita dal dialogo sinodale.
Dentro tutte queste consegne, il Papa indica un solo programma, «sempre lo stesso»: far conoscere e amare Gesù Cristo, con autenticità e passione, «ancora e ancora». Chi ha familiarità con gli scritti di Kolbe ritrova in queste parole l’ardore della Milizia dell’Immacolata: nessuna strategia sostituisce l’amore per Cristo, e la via più sicura per diffonderlo passa per la Madre.
Il congedo è pieno di calore, quasi paterno. La Chiesa di Francia è cara al cuore del Papa, che vorrebbe trasmettere ai vescovi l’entusiasmo e la speranza che prova pensando a loro. Comunità vivaci, una gioventù ardente, un’eredità che sostiene e insieme impegna: tutto ciò, conclude, permetterà al popolo di Dio in Francia di continuare la missione, «perché il mondo abbia la vita». Il motto del viaggio, pronunciato qui, a due passi dalla Grotta, suona come una consegna affidata direttamente all’Immacolata.
Nell’emiciclo Sainte-Bernadette, il Papa consegna ai vescovi di Francia il suo discorso più programmatico. La voce della Chiesa nel dibattito pubblico è necessaria anche quando non è ascoltata, con un ringraziamento per il coraggio sul fine vita. Vigilanza su una laicità che si irrigidisce, difesa del carattere proprio della scuola cattolica, prosecuzione della lotta agli abusi, sostegno ai preti e dolore per i monasteri che chiudono. E soprattutto l’unità di un «piccolo gregge», nella Tradizione che va dai Padri al Vaticano II.
