A pochi giorni dalle presidenziali brasiliane, Lula denuncia interferenze straniere mentre Flávio Bolsonaro raccoglie sostegni internazionali e mantiene un rapporto privilegiato con il trumpismo. Sullo sfondo restano la condanna di Jair Bolsonaro senior, le divisioni del Paese e una strategia americana che rivendica apertamente la preminenza degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.
Il Brasile torna alle urne con una domanda che riguarda molto più del Brasile: può ancora l’America Latina scegliere il proprio destino senza diventare il terreno di competizione delle grandi potenze? Lula accusa Washington di interferenza; Flávio Bolsonaro si presenta come l’erede politico del padre e guarda apertamente all’asse con Donald Trump, Javier Milei e Benjamin Netanyahu. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno riportato ufficialmente la Dottrina Monroe al centro della propria strategia continentale. Non siamo ancora davanti alla vecchia America delle repubbliche delle banane, ma la tentazione di considerare il Sud del continente come il proprio “cortile di casa” è tornata a essere esplicita.
Il Brasile sta andando verso le elezioni di ottobre in un clima che ricorda più una resa dei conti nazionale che una normale alternanza democratica. Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente uscente, figura storica della sinistra latinoamericana, interprete di una politica sociale e redistributiva che ha segnato profondamente il Paese negli ultimi vent’anni. Dall’altra Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, senatore, volto della continuità politica e simbolica con il bolsonarismo, sostenuto da una parte significativa della destra religiosa, conservatrice e securitaria. I sondaggi descrivono una competizione serrata, ma il punto decisivo non è soltanto chi vincerà. È il tipo di Brasile che ciascuno propone e, soprattutto, il grado di autonomia che il Paese riuscirà a conservare rispetto alle pressioni esterne.
Lula arriva a questa elezione con un bagaglio enorme di consenso storico e altrettanto grandi contestazioni. I suoi governi hanno legato il proprio nome all’espansione delle politiche sociali, al rafforzamento di programmi come Bolsa Família e a una visione internazionale fondata sulla multipolarità, sulla centralità dei BRICS e sulla ricerca di una maggiore autonomia del Sud globale. Il suo attuale governo ha continuato a puntare sulla protezione sociale e sulla presenza dello Stato nell’economia, ma affronta una crescita più debole del previsto, problemi seri di sicurezza e critiche per una gestione talvolta considerata eccessivamente politicizzata dei rapporti con le istituzioni giudiziarie e con gli alleati parlamentari. Nel settembre 2026 lo stesso governo ha ridotto la previsione di crescita al 2 per cento, mentre la violenza criminale resta una delle questioni più sensibili della campagna.
Flávio Bolsonaro presenta un’impostazione quasi speculare. Il suo campo insiste sull’ordine pubblico, sulla lotta alla criminalità, su una lettura più conservatrice dei temi etici e familiari, su una maggiore vicinanza agli Stati Uniti di Trump e a governi come quello argentino di Milei. È una destra che vuole apparire meno complessata rispetto al padre, più istituzionale nei modi, ma che conserva l’impianto culturale del bolsonarismo: forte critica alla sinistra, al sistema giudiziario, alla regolazione statale e a quello che definisce un eccesso di potere delle élite istituzionali. Flávio porta però con sé anche problemi propri: è sotto indagine nell’ambito del caso Banco Master, per presunte ipotesi di corruzione e riciclaggio, accuse che egli nega.
Poi c’è il padre.
Jair Bolsonaro senior non è un personaggio secondario di questa campagna. È il fantasma politico che aleggia su ogni comizio. La sua eredità divide il Brasile quasi geometricamente. Per i suoi sostenitori resta il presidente che ha rotto con il sistema, sfidato la sinistra e dato voce a un Brasile conservatore che si sentiva marginalizzato. Per i suoi avversari rappresenta invece la stagione della polarizzazione estrema e, soprattutto, il tentativo di delegittimare il risultato elettorale del 2022. La sua condanna per il tentativo di sovvertire quell’esito ha reso il bolsonarismo contemporaneamente più fragile sul piano istituzionale e più coeso sul piano identitario.
Il problema del Brasile è proprio questo: il Paese non discute più soltanto di politiche pubbliche, ma dell’identità stessa della Repubblica.
Lula descrive la sfida come una contrapposizione fra democrazia e negazionismo; il campo bolsonarista replica accusando Lula, il Supremo Tribunale Federale e una parte dell’establishment di utilizzare le istituzioni contro gli avversari. Sono narrazioni contrapposte, entrambe mobilitanti, che hanno finito per trasformare l’elezione in una scelta esistenziale.
Ed è qui che Donald Trump entra nella scena brasiliana, non come semplice osservatore.
Già a giugno Lula aveva detto pubblicamente che Trump aveva diritto ad avere una preferenza, ma doveva “stare fuori” dalle elezioni brasiliane. Il problema non era soltanto retorico. A luglio l’amministrazione americana aveva imposto nuovi dazi sulle merci brasiliane, una misura che Reuters descrisse come capace di irrompere direttamente nella campagna elettorale. Lula accusò la famiglia Bolsonaro di aver contribuito a favorire quella pressione economica; i Bolsonaro lo negarono. Flávio stesso andò a Washington per chiedere che almeno parte dei dazi fosse rinviata a dopo il voto, nel tentativo di evitare che l’operazione si ritorcesse contro di lui.
Poi è arrivato un episodio ancora più delicato. Il governo brasiliano ha negato il visto a due funzionari americani che Washington intendeva inviare nel Paese. Secondo fonti brasiliane citate da Reuters, la missione avrebbe avuto l’obiettivo di mettere in discussione il sistema elettorale e incidere sulla campagna. Lula ha definito quei funzionari persone mandate a “immischiarsi” nelle elezioni. Washington ha naturalmente una lettura differente, ma il solo fatto che si sia arrivati a un rifiuto dei visti dice quanto grave sia diventata la frattura diplomatica.
Al Palazzo di Vetro dell’ONU, il 22 settembre, Lula ha allora pronunciato la frase che sintetizza il problema: il Brasile “non è il cortile di casa di nessuno”. Non ha fatto il nome di Trump, ma il destinatario era evidente. Ha denunciato interferenze straniere nel processo elettorale e ha respinto l’idea che gli Stati Uniti possano assumere direttamente compiti di sicurezza in territorio brasiliano.
Questa affermazione acquista un peso ancora maggiore se viene letta insieme alla nuova strategia americana, perché la Dottrina Monroe non è soltanto un ricordo dei manuali di storia.
La National Security Strategy dell’amministrazione Trump ha esplicitamente rilanciato una versione aggiornata di quella dottrina, tanto che negli ambienti conservatori americani è stata ribattezzata “Donroe Doctrine”. La formula è brutale nella sua chiarezza: riaffermare la preminenza americana nell’emisfero occidentale, impedire a potenze esterne di acquisire posizioni strategiche e utilizzare, se necessario, anche la forza militare per difendere gli interessi americani. Trump lo ha ribadito il 22 settembre alle Nazioni Unite, rivendicando la disponibilità a impiegare una “potenza militare senza pari” contro minacce percepite nel continente.
Qui il discorso brasiliano smette di essere provinciale.
Il Brasile è la maggiore potenza dell’America Latina. È membro dei BRICS, intrattiene forti rapporti commerciali con la Cina, difende una politica estera autonoma e possiede dimensioni territoriali, risorse naturali e peso demografico che rendono impossibile trattarlo come una piccola repubblica satellite.
Proprio per questo lo scontro con Washington è inevitabilmente simbolico.
Gli Stati Uniti guardano alla crescente presenza cinese nel continente come a una sfida strategica. L’amministrazione Trump non fa mistero di voler ridurre quella presenza. Da questo punto di vista, sostenere governi latinoamericani politicamente più vicini a Washington e contrastare quelli percepiti come più autonomisti rientra in una visione coerente della politica di potenza americana.
Ma c’è un confine che una democrazia non dovrebbe attraversare. Avere alleati è legittimo. Coltivare relazioni politiche è normale. Esprimere preferenze è inevitabile. Cercare di determinare dall’esterno la scelta degli elettori di un altro Paese è un’altra cosa.
La Dottrina Monroe nacque nel 1823 con l’obiettivo dichiarato di impedire nuove ingerenze coloniali europee nelle Americhe. Nel corso della storia fu però progressivamente interpretata come affermazione di una speciale sfera d’influenza degli Stati Uniti sull’intero continente. È questo passaggio che ha lasciato in America Latina una memoria dolorosa fatta di colpi di Stato, interventi, pressioni economiche, dittature sostenute in funzione anticomunista e sovranità nazionali ridotte spesso a variabili della sicurezza americana.
Trump oggi propone una versione contemporanea di quella logica. La differenza è che non la nasconde.
Ed è qui che una lettura cristiana della politica internazionale può offrire qualcosa che manca tanto al nazionalismo trumpiano quanto a certe retoriche antiamericane della sinistra latinoamericana.
La Chiesa non insegna che le nazioni debbano essere isolate. Insegna l’interdipendenza, la cooperazione, la solidarietà fra i popoli.
Ma cooperazione non significa subordinazione.
Il principio di sussidiarietà vale anche nelle relazioni internazionali: ciò che un popolo può decidere legittimamente da sé non dovrebbe essere deciso da una potenza superiore. La sovranità non è un idolo, ma è una garanzia contro la trasformazione delle nazioni più deboli in strumenti delle più forti.
Per questo non serve santificare Lula per difendere la sovranità brasiliana.
Lula ha i suoi limiti, le sue contraddizioni e le proprie responsabilità politiche. Il suo governo deve rispondere della crescita modesta, della sicurezza, dell’efficienza della spesa pubblica e delle ambiguità che talvolta accompagnano la sua politica internazionale. Ma la valutazione del suo operato spetta anzitutto agli elettori brasiliani.
Allo stesso modo, non serve demonizzare Flávio Bolsonaro.
Una parte consistente del Brasile si riconosce nella sua richiesta di sicurezza, nei valori conservatori, nella critica alla sinistra e nel desiderio di un rapporto più stretto con Washington. Questa parte del Paese possiede pieno diritto di esprimersi democraticamente.
Il punto non è decidere da Roma chi debba governare Brasilia, il punto è stabilire chi debba deciderlo. La risposta è semplice: i brasiliani.
Né Trump, né Xi Jinping, né l’Europa, né i BRICS. Ed è questa la vera posta in gioco.
Il Brasile deve evitare due tentazioni opposte. La prima è diventare un satellite americano. La seconda è costruire la propria autonomia semplicemente sostituendo Washington con Pechino.
Una nazione libera non cambia padrone. Non ne ha bisogno.
Il cristianesimo politico, se vuole ancora avere qualcosa da dire alle relazioni internazionali, dovrebbe ricordare proprio questo: la potenza non crea il diritto. Il più forte non acquisisce una particolare autorità morale solo perché possiede più portaerei, più dollari o più tecnologia.
La politica internazionale non può essere la versione planetaria della legge del più forte e il Sud America non può essere considerato il “cortile di casa” di nessuno.
Nemmeno di chi abita nella casa più grande.
Lula e Flávio Bolsonaro rappresentano due idee profondamente diverse del Brasile, e sarà l’elettorato brasiliano a scegliere fra esse. Ma intorno a quella scelta si muove ormai una partita più grande: dazi americani, pressioni diplomatiche, sostegni internazionali e il ritorno esplicito della Dottrina Monroe nella strategia di Washington. Il Brasile non deve diventare né una pedina di Trump né una pedina della Cina. Per una visione cristiana delle relazioni internazionali, la sovranità non significa chiusura, ma libertà responsabile. L’America Latina può essere alleata degli Stati Uniti. Non deve tornarne a essere il cortile.
