Le cinque porte

All’Università Cattolica di Montevideo il Papa ha proposto agli educatori una passeggiata attraverso i cinque sensi. Contemplare, toccare, gustare, odorare, ascoltare: un programma pedagogico che è anche una risposta alla cultura dello scarto e all’idolatria dell’algoritmo.

L’Università Cattolica dell’Uruguay porta il nome di Dámaso Antonio Larrañaga, il prete naturalista che il Papa aveva ricordato venerdì in Plaza Independencia: il primo vicario apostolico della Repubblica, promotore della prima biblioteca pubblica di Montevideo. La fondò nel 1882 Mariano Soler, lo stesso che anni dopo avrebbe fatto incidere a Florida la lapide sulla Vergine dei Trentatré. Riaperta nel 1985 e affidata ai gesuiti, è rimasta per undici anni l’unica università privata del paese. Giovanni Paolo II la visitò nel 1988, quando muoveva i primi passi. Trentotto anni dopo, il Papa agostiniano vi è entrato accolto da un rettore gesuita e da un cardinale salesiano. Tre famiglie religiose per un solo discorso sull’educazione: non poteva esserci uditorio più adatto.

Il discorso è stato un esercizio di metodo, come quello di venerdì davanti al monumento ad Artigas. Allora il Papa aveva girato intorno al piedistallo per vedere tutto il popolo; stasera ha invitato i presenti a una breve passeggiata attraverso i cinque sensi, per riscoprire la bellezza del Vangelo e la grandezza della nostra umanità. Ai Vespri aveva parlato degli occhi, degli orecchi e delle mani di Cristo; ora ha parlato dei nostri. L’Uruguay di Leone XIV comincia a disegnare una vera teologia del corpo.

L’uomo intero

Il presupposto è stato enunciato con la Gaudium et spes: l’uomo è unità di corpo e anima, e ridurre il corpo a un oggetto di cui disporre a piacimento è sempre una negazione della dignità della persona. Bisogna dunque superare le visioni dualiste. La frase ha un destinatario preciso in un paese che ha legalizzato l’eutanasia un anno fa, ma il Papa, ancora una volta, non ha nominato leggi. Ha scelto la strada più lunga e più persuasiva: mostrare quanto è grande ciò che si rischia di disprezzare.

Per un francescano la passeggiata ha un nome antico. San Bonaventura, nell’Itinerarium mentis in Deum, descrive il mondo che entra nell’anima attraverso i cinque sensi come attraverso cinque porte, e insegna che l’anima, credendo, sperando e amando Cristo, recupera dei sensi spirituali: una vista, un udito, un olfatto, un gusto e un tatto interiori. E in una casa dei gesuiti era impossibile non pensare all’applicazione dei sensi degli Esercizi, dove sant’Ignazio chiede di vedere, udire, odorare, gustare e toccare le scene del Vangelo. Il Papa non ha citato né l’uno né l’altro. Ma ha camminato sulla loro strada.

La vista: contemplare

Il primo passo viene dal salmo 8: «Quando vedo i tuoi cieli». Il Papa ne ha tratto l’operazione più alta degli occhi, la contemplazione, e l’ha tradotta in un termine che ogni insegnante conosce fin troppo bene: l’attenzione. Contemplare, ha detto, significa evangelizzare quel processo cognitivo che diventa sempre più difficile. Chi insegna oggi sa che l’attenzione è la materia prima più contesa del pianeta: le piattaforme la estraggono, la frammentano e la rivendono. Simone Weil scriveva che l’attenzione allo stato puro è preghiera. Il Papa ha chiesto che la contemplazione abbia un posto privilegiato nell’opera educativa: non come materia in più, ma come condizione perché bambini e ragazzi trovino la profondità, il silenzio e il dialogo con la coscienza e con Dio di cui hanno nostalgia.

Il tatto: le dita di Dio

Lo stesso salmo prosegue: i cieli sono opera delle tue dita. Il salmista, ha detto il Papa, arriva a vedere le dita di Dio, come quelle di un artista che semina luci, angeli e creature nel cielo, sulla terra e nelle acque. Il Papa eletto sotto la volta della Sistina, dove il dito del Creatore sfiora quello di Adamo, sa di che cosa parla. Delle creature, soltanto l’uomo ha dita che lavorano la terra, salutano, accarezzano, abbracciano. Ma oggi, ha aggiunto citando il proprio discorso all’Unesco, le dita umane producono la più terribile delle opere umane: la guerra. Sono le dita che premono un grilletto, o più spesso un tasto che guida un drone a mille chilometri.

L’antidoto è un abbraccio, anzi due. Lo studente che sente l’abbraccio battesimale ricevuto da piccolo desidererà l’altro, quello del Padre misericordioso che attende nella gloria; e il compito di chi educa è far vivere i ragazzi tra questi due abbracci. Chi si sente abbracciato dal Padre, ha concluso il Papa, diventa inevitabilmente costruttore di pace. Ai Vespri di ieri aveva detto che il cuore assume la forma di ciò che ama. Oggi ha aggiunto che le mani assumono la forma di ciò che le ha strette.

Il gusto: sapere e sapore

Il terzo passo viene da Pietro: avete gustato quanto è buono il Signore. Il gusto, ha detto il Papa, evoca il sapore e la sapienza che nasce dall’esperienza, dal ruminare, dal degustare. Isidoro di Siviglia lo aveva fissato nell’etimologia: il sapiente prende nome dal sapore, perché come il palato distingue i cibi, così lui distingue le cose e le loro cause. Non è sapiente, ha detto Leone, chi accumula informazioni senza discernere, senza riflettere, senza conoscere il contesto.

Qui il discorso è entrato nel tema del pontificato: l’intelligenza artificiale. L’educazione deve insegnare un uso sapiente delle tecnologie, mettendo la persona prima dell’algoritmo. Detta in Uruguay, la frase ha un peso particolare. Questo è il paese che per primo al mondo, con il Plan Ceibal, consegnò un computer portatile a ogni bambino della scuola pubblica. Ha già fatto l’esperimento di mettere la tecnologia nelle mani di tutti. Il Papa gli chiede ora di fare il passo successivo: insegnare il gusto, cioè il discernimento.

L’olfatto: il profumo e lo scarto

Il passaggio più originale riguarda il senso che nessuno nomina mai in un discorso sull’educazione. A Betania, scrive Giovanni, la casa si riempì del profumo dell’unguento versato da Maria sui piedi di Gesù. Il Papa ha citato sant’Agostino, il suo padre spirituale: il mondo si è riempito della buona fama, perché il buon odore è la buona fama. E ha rovesciato l’immagine sul presente. La reputazione dell’uomo di oggi ha subito innumerevoli colpi, al punto che scartare, rifiutare e disprezzare sono diventati un odore nauseabondo che il nostro olfatto ha finito per accettare.

È la diagnosi più amara della giornata, e la più esatta. Ci si abitua alla puzza come ci si abitua all’ingiustizia: dopo un po’ non si sente più. Il Papa ha ripreso dal discorso all’Unesco il paradosso del nostro tempo: mentre attribuiamo intelligenza ai sistemi informatici, fatichiamo a riconoscere la dignità delle persone, che giudichiamo secondo l’efficienza e scartiamo quando non sono più produttive. Ma a Betania qualcuno aveva già ragionato così. Giuda guardò il profumo versato e calcolò quanto si sarebbe potuto ricavare vendendolo. Fu il primo a giudicare un gesto d’amore con il criterio dell’efficienza.

Contro quel criterio il Papa ha chiesto di difendere il buon odore della persona umana, fondato sul buon odore del Messia: la parola significa l’Unto, l’uomo cosparso d’olio profumato. E ha detto senza perifrasi ciò che venerdì aveva lasciato intendere: la vita umana si rispetta in tutte le sue fasi e in tutte le sue condizioni. Nessuno può essere scartato.

L’udito: un circuito aperto

L’ultimo passo è il più semplice: chi ha orecchi, ascolti. Il Papa ha ricordato con la propria lettera apostolicaDisegnare nuove mappe di speranza che Agostino, innestando la sapienza biblica sulla tradizione greco-romana, capì che il vero maestro suscita il desiderio della verità ed educa la libertà ad ascoltare la voce interiore. Poi ha tratto una conseguenza che nel paese della laicità suona come una dichiarazione di metodo. L’educazione cattolica non può chiudersi in un circuito chiuso: deve ascoltare le famiglie, la società civile, le autorità politiche, il mondo del lavoro. Chi ascolta riconosce l’altro come un bene, non come una minaccia.

Venerdì il Papa aveva chiesto allo Stato di non confinare la fede nel privato. Stasera ha chiesto alla Chiesa di non confinare le proprie scuole in un recinto. È la stessa laicità vista dai due lati, e funziona soltanto se nessuno dei due si chiude.

Non ci è permesso fermarci

Il congedo ha riassunto tutto con la Gaudium et spes: educare l’uomo intero, corpo e anima, cuore e coscienza, intelligenza e volontà. Poi una frase breve: non ci è permesso fermarci. L’ha pronunciata un uomo di settantun anni che venticinque giorni fa era in sala operatoria, alla fine di una giornata cominciata con la Messa di Paysandú. Appena uscito dall’aula magna si è affacciato a una finestra per benedire chi aspettava nel cortile, e poi è salito in papamobile verso lo Stadio Centenario. Non si è fermato, appunto.

Ha affidato il mondo dell’educazione a Maria, Sede della Sapienza. Ieri sera aveva ricordato che nel suo grembo si formarono gli occhi, gli orecchi e le mani del Figlio. Stasera ha chiesto agli educatori di formare i sensi dei figli degli altri. Le porte dell’anima sono cinque, diceva Bonaventura. A Montevideo il Papa ha chiesto di tenerle aperte tutte, e di non lasciar passare il mondo da una sola, quella dello schermo.