Un nome di donna
Davanti alla patrona dell’Uruguay il Papa ha deposto la Rosa d’oro e ha ringraziato le madri e le nonne che hanno custodito la fede in un secolo di laicismo. A quelle che oggi piangono figli lontani ha ricordato santa Monica: ciò che hanno seminato non è perduto.
La Rosa d’oro la istituzionalizzò un Leone, il nono, nel 1049. Quasi mille anni dopo, un altro Leone l’ha portata a Florida per deporla davanti a una statuetta di cedro alta trentasei centimetri. È un gioiello d’orafo che i Papi benedicono nella quarta domenica di Quaresima, la domenica Laetare, e che significa la gioia di Cristo risorto. Non è un’incoronazione: la Vergine dei Trentatré è già coronata dal 1961. È un gesto d’affetto, e il Papa lo ha spiegato così: onorare colei che è davvero l’orgoglio della nostra gente, e rendere visibile la sua profezia, «tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48).
Raccontando Casavalle abbiamo ricordato le rose fiorite a dicembre nel mantello di Juan Diego. Oggi una rosa d’oro, ai piedi di un’Immacolata scolpita da mani guaraní. Le Madonne d’America hanno un debole per le rose.
Il Papa è arrivato, ha detto, come pellegrino, nel giorno in cui l’Uruguay cattolico va a Florida in pellegrinaggio nazionale. E ha costruito l’omelia su un’idea semplice, che in questo paese suona come una rivelazione: la fede è arrivata fin qui quasi sempre con un nome di donna.
Due benedizioni
Le letture mettevano accanto due donne lontane di secoli, su cui risuona quasi la stessa benedizione. A Giuditta, dopo la liberazione del suo popolo, dicono: «Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo» (Gdt 13,18). Elisabetta accoglie Maria con le parole che ogni Ave Maria ripete: «Benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42).
Di Giuditta il Papa ha sottolineato due cose. Nell’ora difficile non si lasciò dominare dalla paura, e prese la sua decisione pregando e digiunando: venerdì, ai Vespri, era stata la preghiera col digiuno dei fedeli uruguaiani a riempire di nuovo un seminario vuoto. E quando venne la vittoria non se la attribuì: cantate al mio Dio con i tamburelli. Il popolo allora la salutò con le parole più alte: «Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d’Israele» (Gdt 15,9).
Un francescano riconosce subito quelle parole, perché le canta ogni anno l’8 dicembre. L’antifona Tota pulchra, cara alla tradizione francescana dell’Immacolata, le ha prese proprio dal libro di Giuditta: tu gloria Ierusalem, tu laetitia Israel, tu honorificentia populi nostri. La Vergine dei Trentatré è un’Immacolata. E in Uruguay l’8 dicembre lo Stato lo chiama Giorno delle Spiagge. Stamattina il Papa ha detto davanti a lei le parole della sua antifona, senza bisogno di cantarla.
Lei è rimasta
Poi il 1825. Il Papa ha ricordato che chi lottava per la libertà di questa terra si rivolse anche a Maria, per mettere quell’inizio sotto la sua protezione; e ne ha tratto una frase che in Uruguay pesa più che altrove: nemmeno la storia dei popoli si comprende del tutto quando si prescinde da Dio. Da allora sono passate generazioni, sono cambiate le circostanze, è cambiato persino il rapporto di molti uruguaiani con la fede. Lei è rimasta qui.
Ma il Papa ha aggiunto subito un’altra cosa. Mentre Maria accompagnava la storia del paese, in tante case erano altre donne a custodire la fede e a consegnarla ai figli: le madri che mettevano sulle labbra dei bambini le prime preghiere, li portavano al battesimo, li preparavano ai sacramenti; le nonne che conservavano in casa un piccolo altare e pregavano per i vivi e per i morti. Nel paese dove nel 1919 lo Stato tolse a Dio il calendario, Dio ha trovato riparo sulle mensole delle nonne. Il laicismo aveva le leggi. Loro avevano i rosari.
Loide, Eunice e le altre
Il Papa ha trovato il precedente nella Scrittura. La fede di Timoteo, il più stretto collaboratore di Paolo, aveva dietro due nomi di donna: la nonna Loide e la madre Eunice, nelle quali quella fede sincera aveva abitato prima che in lui (cfr 2Tm 1,5). La Scrittura ne dice pochissimo. Ma dalla fede imparata in casa nacque il discepolo a cui Paolo scrisse due lettere.
Poi tre nomi uruguaiani. Santa Maria Francesca Rubatto, nata a Carmagnola nel 1844, fondatrice delle Suore cappuccine che portano il suo nome: una figlia di san Francesco che dal 1892 scelse di vivere a Montevideo, che vi morì nel 1904 e chiese di essere sepolta in mezzo ai suoi poveri. Giovanni Paolo II la chiamò la prima beata dell’Uruguay; Francesco l’ha canonizzata nel 2022. E le beate Dolores e Consuelo Aguiar-Mella, due sorelle nate a Montevideo, ex alunne delle Scolopie di Madrid. Nel 1936, durante la persecuzione religiosa in Spagna, aiutarono le loro insegnanti perseguitate; il 19 settembre furono uccise alla periferia della città, insieme alla loro antica superiora. Avevano passaporti diplomatici uruguaiani, che non bastarono a salvarle; per quell’assassinio l’Uruguay ruppe le relazioni con la Spagna repubblicana. Giovanni Paolo II le ha beatificate nel 2001: sono le prime nate in Uruguay a salire agli altari.
Una italiana venuta a morire tra i poveri di Montevideo, due uruguaiane morte a Madrid per le proprie maestre. Lo scambio, attraverso l’oceano, è avvenuto in entrambe le direzioni. In tutte e tre, ha detto il Papa, c’è una fedeltà portata fino all’estremo.
Il figlio di tante lacrime
La maggior parte di questa storia, però, non sta nei libri. Quando ci si chiede da dove venga la fede che si porta dentro, ha detto il Papa, spesso compare il nome di una donna concreta: una madre, una nonna, una madrina, una suora, una catechista. Forse non ricordiamo le loro parole, ma ricordiamo come pregavano.
E qui il passaggio più umano dell’omelia. Il Papa sa che molte di queste donne portano un dolore preciso. Hanno insegnato ai figli a pregare, e i figli non pregano più. Andavano insieme a Messa, e da anni non entrano in chiesa. Hanno parlato di Dio ai nipoti, e non sanno se è rimasta qualche traccia. A volte si chiedono se hanno sbagliato qualcosa.
A loro Leone XIV, agostiniano, ha raccontato la storia della propria famiglia spirituale: santa Monica, che pregò per anni per un figlio sempre più lontano da Dio. Nelle Confessioni Agostino ricorda la risposta che un vescovo diede a sua madre in lacrime: non è possibile che vada perduto il figlio di tante lacrime. Quel figlio divenne vescovo, e dalla sua regola è nata la famiglia religiosa che, sedici secoli dopo, ha dato alla Chiesa il Papa che stamattina parlava a Florida. Monica non lo ha visto. Il seme cresce, ha ricordato Leone citando Marco, senza che il seminatore sappia come (cfr Mc 4,27).
Poi la frase da ritagliare e appendere sopra quei piccoli altari domestici: ci sono porte che voi non potete aprire, ma Dio sì.
I padri in ginocchio
Il Papa non ha lasciato fuori gli uomini. Ai padri e ai nonni ha chiesto di imitare san Giuseppe, e di lasciarsi vedere dai figli mentre pregano, si confessano, trattano con rispetto le mogli, chiedono perdono. Poi una frase che nella terra del gaucho ha un suono preciso: un figlio impara molto vedendo che suo padre può inginocchiarsi davanti a Dio senza sentirsi meno uomo. In una società dove la pratica religiosa è stata a lungo cosa da donne, è una piccola rivoluzione domestica.
Un solo mediatore
Il passaggio teologicamente più denso è arrivato con la seconda lettura. Davanti al santuario nazionale, il Papa ha citato Paolo: uno solo è Dio e «uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5). Maria non trattiene la lode di Elisabetta, ma la trasforma nel Magnificat; a Cana rimanda al Figlio. Tutta la grandezza di Maria, ha detto il Papa, nasce dal suo rapporto con Cristo: lo accoglie, vive di Lui e conduce gli altri a Lui.
Un francescano può firmare la frase con la penna di Duns Scoto. Fu proprio dall’unica mediazione di Cristo che il Dottor Sottile trasse l’argomento decisivo per l’Immacolata Concezione: un mediatore perfettissimo deve esercitare, almeno verso una persona, la mediazione più perfetta possibile, cioè preservarla dal peccato invece di liberarla dopo. L’Immacolata non fa concorrenza al Mediatore. Ne è il capolavoro. Davanti a una piccola Immacolata, il richiamo all’unico mediatore non toglie nulla a Maria: spiega da dove le viene tutto.
E l’unico mediatore si è dato per tutti. Per questo Paolo chiede di pregare per i re e per quanti stanno al potere. Nel paese più laico d’America il Papa ha chiesto di pregare per chi governa, perché cerchi con rettitudine il bene di tutti. È la laicità vista dalla parte della preghiera.
In fretta
Infine la Visitazione. Maria, dopo aver concepito il Figlio, «si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39): non aspettò che Elisabetta andasse da lei, entrò nella sua casa portando il Signore. Non possiamo aspettare sempre, ha detto il Papa, che chi si è allontanato torni da solo. E poi il grido della mattinata: Uruguay, bisogna mettersi in cammino, entrare di nuovo nelle case, avvicinarsi alle persone, ascoltare le loro domande e portare Cristo.
Ieri sera, allo stadio, aveva detto che la gioia deve andare a cercare i pastori nella loro notte. Oggi ha indicato a chi tocca: a ciascuno, che sa verso chi deve fare quel passo. La statuetta originale non lascia più il santuario; una sua copia percorre il paese ed entra nelle case. È l’immagine giusta della missione che il Papa ha chiesto: una Madonna che non aspetta, ma visita.
La rosa
L’omelia si è chiusa con una consacrazione. Il Papa ha affidato di nuovo la nazione a Maria, Capitana e Guida di questo popolo, e ha chiesto a Dio che, per sua intercessione, spezzi le opere del demonio e preservi l’Uruguay da tutto ciò che vuole allontanarlo da Cristo. Per un figlio spirituale di Massimiliano Kolbe sono parole di casa. L’Immacolata è colei che schiaccia il capo del serpente, e la consacrazione a Lei non è una devozione privata, ma un atto che riguarda un popolo intero.
Poi la Rosa d’oro, con un augurio: che ricordi ai figli di Maria di amare Cristo come Lei lo ha amato e di portarlo agli altri come Lei lo ha portato. Tutte le generazioni la chiameranno beata, anche quelle che oggi non pregano più. Ci penseranno le nonne. E se un giorno uno di quei nipoti si chiederà da dove gli viene la fede, troverà, come ha detto il Papa, un nome di donna. Forse due.
