Salvini annuncia il superamento della legge Fornero, ma la manovra 2027 restringe la rivalutazione degli assegni. Secondo lo Spi Cgil, le perdite cumulate potrebbero raggiungere i 100 miliardi entro il 2036. Dietro i numeri, la dignità di milioni di anziani e una questione di giustizia sociale.
C’è una singolare contraddizione nella politica previdenziale italiana: si promette di liberare i lavoratori dalla legge Fornero mentre si riduce progressivamente il potere d’acquisto di chi in pensione c’è già. Matteo Salvini annuncia con fiducia la cosiddetta Quota 64, presentandola come l’inizio di una svolta storica. Ma tra le dichiarazioni politiche e i conti dello Stato si apre una distanza che nessuno slogan può colmare.
La legge di Bilancio per il 2027 prevede un fondo di 850 milioni di euro annui per il triennio 2027-2029, destinato a interventi di accompagnamento all’uscita dal lavoro. Non istituisce però un diritto generalizzato alla pensione a 64 anni. Servirà un successivo provvedimento per stabilire destinatari e requisiti. La riforma Fornero, dunque, rimane sostanzialmente in piedi, mentre la maggioranza discute ancora su come impiegare risorse inevitabilmente limitate.
Nel frattempo, a pagare una parte del prezzo della prudenza finanziaria sono i pensionati. Il governo interviene nuovamente sul meccanismo di rivalutazione degli assegni, limitando il recupero dell’inflazione per determinate fasce di reddito. Una scelta che può apparire tecnicamente marginale, ma che produce conseguenze destinate a protrarsi negli anni. Perché una rivalutazione mancata non impoverisce soltanto il presente: abbassa la base sulla quale saranno calcolati gli aumenti futuri.
Secondo uno studio dello Spi Cgil, gli effetti cumulati delle restrizioni approvate durante questa legislatura, sommati alle conseguenze previste nei prossimi anni, potrebbero sottrarre ai pensionati fino a 100 miliardi di euro entro il 2036. Una proiezione sindacale, non un consuntivo, che tuttavia merita una seria valutazione. Per un pensionato con 2.700 euro lordi mensili, la perdita netta complessiva stimata tra il 2023 e il 2027 sfiora i 4.900 euro.
Non stiamo necessariamente parlando di persone facoltose. Ci sono insegnanti, operai specializzati, tecnici, funzionari pubblici e lavoratori che hanno trascorso decenni versando contributi. Persone che oggi sostengono economicamente figli precari, aiutano nipoti negli studi o impiegano una parte crescente della pensione per visite mediche e assistenza.
È il paradosso di un Paese nel quale la pensione dei nonni è diventata spesso l’ammortizzatore sociale delle difficoltà dei nipoti.
La politica dovrebbe ricordare che le pensioni non sono semplicemente una voce del bilancio pubblico. Sono il risultato di una vita lavorativa, di contributi versati e di aspettative costruite sulla fiducia nelle istituzioni. Naturalmente non tutti gli assegni sono uguali, e una perequazione più generosa per chi dispone di meno risorse è giustificabile. Ma altra cosa è trasformare sistematicamente il contenimento della rivalutazione in uno strumento per riequilibrare i conti.
Il governo rivendica la necessità di rispettare i vincoli finanziari, e non senza ragioni. L’invecchiamento demografico, la denatalità e la diminuzione relativa della popolazione attiva impongono scelte previdenziali responsabili. Sarebbe demagogico promettere pensionamenti anticipati indiscriminati, ignorandone i costi sulle generazioni future.
Ma la responsabilità dei conti pubblici non può essere invocata soltanto quando si tratta di chiedere sacrifici. Deve tradursi anche nella capacità di individuare priorità, combattere gli sprechi, sostenere l’occupazione stabile e costruire un sistema fiscale realmente equo.
La dottrina sociale della Chiesa offre un criterio che dovrebbe precedere ogni calcolo ragionieristico. San Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, ricorda che il lavoro possiede una dignità soggettiva perché al centro vi è sempre la persona. Se questo principio vale durante la vita lavorativa, non perde significato quando termina l’attività professionale.
Anche la vecchiaia appartiene alla dignità del lavoro. Una pensione adeguata non rappresenta una benevola concessione dello Stato, ma una componente essenziale di quel patto sociale che tiene unite le generazioni.
Papa Francesco ha più volte denunciato la cultura dello scarto che considera gli anziani un peso, anziché riconoscerli come custodi di memoria, esperienza e relazioni. Non si tratta di trasferire automaticamente un insegnamento morale in una particolare formula previdenziale, ma di ricordare quale debba essere il criterio ultimo della politica: la persona prima dell’indicatore economico.
C’è poi una questione di credibilità democratica. Quando le promesse elettorali si scontrano ripetutamente con provvedimenti di segno diverso, la sfiducia cresce. Non perché i cittadini pretendano miracoli finanziari, ma perché chiedono trasparenza. Se una riforma universale non è sostenibile, lo si dica. Se occorrono sacrifici, si spieghi perché e come siano distribuiti. Non si annunci una rivoluzione quando si dispone soltanto delle risorse per un intervento circoscritto.
La sfida, del resto, non è mettere gli anziani contro i giovani. Gli uni e gli altri hanno bisogno di un medesimo patto di solidarietà. Senza lavoro dignitoso e contributi regolari oggi, non ci saranno pensioni sufficienti domani. Senza tutela del reddito degli anziani, saranno le famiglie più fragili a sopportare un ulteriore impoverimento.
Una società giusta non chiede ai padri di impoverirsi per dare un futuro ai figli, né condanna i figli alla precarietà per sostenere le pensioni dei padri. Cerca invece di garantire dignità a entrambi.
Per questo la vera riforma delle pensioni non comincerà con una nuova quota numerica, ma quando la politica saprà ricostruire la fiducia tra cittadini e istituzioni. Perché la pensione non è un privilegio da tollerare, né un salvadanaio al quale attingere quando i conti non tornano.
È una promessa di sicurezza sociale che accompagna il lavoratore fino all’ultima stagione della vita.
E uno Stato che chiede fiducia ai cittadini deve cominciare dal rispettare quella che esso stesso ha promesso.
