La Procura di Pavia chiude nuovamente le indagini su Andrea Sempio. La scarpa, il DNA, l’impronta 33 e soprattutto le contro-analisi sui pedali della bicicletta di Stasi aprono interrogativi che vanno oltre un singolo imputato. Quando la giustizia torna sui propri passi non perde autorevolezza: la perde soltanto se ha paura di cercare la verità.

A Garlasco non c’è soltanto un delitto da spiegare. C’è ormai una domanda che riguarda la giustizia stessa. Diciannove anni dopo l’uccisione di Chiara Poggi, mentre Alberto Stasi resta l’uomo condannato in via definitiva per quel delitto, la Procura di Pavia ha chiuso per la seconda volta le indagini su Andrea Sempio. E gli ultimi atti consegnano un quadro che impone prudenza, ma rende impossibile liquidare tutto come semplice rumore mediatico.

Il primo dovere, davanti a Garlasco, dovrebbe essere quello che troppo spesso abbiamo dimenticato: tacere qualche minuto davanti a Chiara Poggi. Perché mentre televisioni, social network, criminologi, avvocati, opinionisti e investigatori veri o improvvisati hanno trasformato per anni questa vicenda in una gigantesca arena nazionale, al centro rimane una ragazza di ventisei anni assassinata nella propria casa il 13 agosto 2007. Non un “caso”. Non un format televisivo. Una persona. E una famiglia che da diciannove anni porta un dolore al quale nessuna sentenza, qualunque sia il suo esito, potrà restituire ciò che è stato tolto.

Proprio per questo, però, cercare la verità fino in fondo non significa mancare di rispetto a una sentenza definitiva. Significa prendere terribilmente sul serio la giustizia.

Il 28 settembre la Procura di Pavia ha notificato ad Andrea Sempio un secondo avviso di conclusione delle indagini. L’accusa resta quella gravissima di omicidio aggravato. Non siamo davanti a una condanna e neppure ancora a un rinvio a giudizio: Sempio è un indagato e, come tale, deve essere considerato innocente fino a un eventuale giudizio definitivo. Ma i nuovi accertamenti spiegano perché gli inquirenti ritengano di dover proseguire.

C’è innanzitutto la famosa impronta della scarpa con la suola “a pallini”. Secondo la nuova consulenza acquisita dalla Procura, una scarpa Frau numero 42 sarebbe compatibile con le misure del piede di Sempio. È un dato che acquista particolare delicatezza perché quell’impronta, nel percorso giudiziario che portò alla condanna definitiva, era stata riferita ad Alberto Stasi. La difesa di Sempio contesta la portata dell’accertamento e avrà ora venti giorni per presentare memorie, consulenze e chiedere eventualmente l’interrogatorio dell’indagato.

Rimane poi il capitolo del materiale genetico rinvenuto sotto le unghie di Chiara. I consulenti della Procura hanno esaminato le osservazioni della difesa di Sempio e le hanno contestate; l’incidente probatorio aveva ricondotto quel materiale alla linea paterna della famiglia Sempio, ma resta controversa la possibilità di stabilire quando e in quali circostanze quella traccia sia stata depositata. Ed è esattamente qui che il giornalismo dovrebbe smettere di sostituirsi ai laboratori: “compatibile” non significa automaticamente “colpevole”, così come una traccia biologica, senza la ricostruzione delle modalità del suo deposito, non racconta da sola un omicidio.

Ma l’elemento forse più inquietante emerso in queste ore riguarda Alberto Stasi e i pedali della sua bicicletta. Dai dati grezzi recuperati dal RIS di Parma risultano due corse elettroforetiche del 20 settembre 2007 relative al campione prelevato dai pedali, entrambe negative. Il giorno precedente, invece, un’analisi dello stesso reperto aveva portato all’attribuzione alla vittima del profilo genetico rilevato. Secondo il procuratore Fabio Napoleone, delle due contro-analisi negative non è stata rinvenuta traccia negli atti del procedimento e del processo celebrato contro Stasi. I consulenti della Procura hanno confermato l’esistenza di quelle corse negative e hanno osservato che la discordanza avrebbe meritato allora un approfondimento che, allo stato delle nuove indagini, non risulta effettuato.

È necessario fermarsi qui prima di pronunciare parole enormi come “depistaggio”, “occultamento” o “errore giudiziario”. Quelle parole esigono prove, non suggestioni. Anche su questo punto sono arrivate contestazioni da chi partecipò agli accertamenti dell’epoca, mentre l’ex comandante del RIS Luciano Garofano ha difeso l’onestà del lavoro dei suoi uomini e ricordato che le analisi furono effettuate alla presenza dei consulenti delle parti.

Ma proprio la prudenza impedisce anche l’atteggiamento opposto: far finta che nulla sia accaduto.

Perché se un dato scientifico potenzialmente rilevante non entrò effettivamente nel patrimonio conoscitivo del processo, bisognerà capire perché. Se invece vi è una spiegazione tecnica capace di ridimensionarne completamente il significato, dovrà essere resa altrettanto chiaramente. Non per riabilitare preventivamente Stasi né per trasformare preventivamente Sempio nel nuovo colpevole, ma perché una giustizia degna di questo nome non può avere paura delle proprie carte.

La famiglia Poggi continua a sostenere che non vi siano elementi nuovi capaci di mettere in discussione il quadro giudiziario consolidato e auspica che la questione venga esaminata dalla competente Corte d’Appello. La difesa di Stasi, al contrario, considera quanto emerso potenzialmente rilevante per una revisione. La Procura di Pavia ha precisato di non avere rivolto alla Procura generale alcuna richiesta finalizzata a una proposta di revisione della condanna di Stasi. Anche questo è importante: la revisione non è avvenuta e l’attuale sentenza resta pienamente efficace.

Ed è forse questo il punto più difficile da raccontare nell’epoca del processo permanente sui social: possono convivere una sentenza definitiva e nuovi accertamenti che sollevano interrogativi su quella vicenda. Lo Stato di diritto possiede strumenti precisamente per affrontare questa eventualità. Una sentenza definitiva va rispettata; ma l’ordinamento contempla la revisione proprio perché nessuna istituzione umana può proclamarsi infallibile.

Per un cristiano tutto questo possiede anche una profondità ulteriore. La giustizia non è vendetta e la verità non è una clava. «La verità vi farà liberi» non significa che la verità ci darà sempre ragione. Significa, semmai, che dobbiamo essere disposti a lasciarci correggere da essa.

Garlasco ha già prodotto troppo tifo. C’è stato il partito degli innocentisti e quello dei colpevolisti; oggi rischiamo semplicemente di sostituire un nome con un altro. Sarebbe l’ennesimo errore. Andrea Sempio non può essere condannato nei salotti televisivi per riparare a un’eventuale ingiustizia subita da Alberto Stasi. E Stasi non può essere dichiarato innocente dai social perché l’inchiesta del 2026 ha aperto nuovi interrogativi. Sono i giudici, nel contraddittorio tra accusa e difesa, a dover valutare prove e responsabilità.

Il compito dell’informazione è un altro: vigilare. Fare domande. Pretendere che nessun documento venga ignorato, nessuna contraddizione scientifica venga nascosta dietro il linguaggio degli specialisti, nessun indagato venga trasformato in un mostro prima della sentenza e nessuna sentenza venga trasformata in dogma quando l’ordinamento stesso consente di verificarla nuovamente.

Diciannove anni dopo, dunque, Garlasco ci consegna una lezione scomoda. La credibilità della giustizia non dipende dal fatto che essa non sbagli mai. Dipende dalla sua capacità di riconoscere, verificare e, quando necessario, correggere i propri errori. Se le vecchie conclusioni saranno confermate, dovranno esserlo dopo avere risposto alle nuove domande. Se invece qualcosa non torna, lo Stato avrà il dovere di dirlo fino in fondo.

Perché in quella villetta di via Pascoli non è morto un “caso Garlasco”. È morta Chiara Poggi. Ed è a lei, prima ancora che alle nostre fazioni televisive, che la giustizia deve la verità.

Una sentenza definitiva, un nuovo indagato e reperti riletti diciannove anni dopo. La fede cristiana non chiede né colpevoli da offrire alla folla né verità convenienti: chiede giustizia. E la giustizia, quando emergono nuove domande, ha il dovere di non voltarsi dall’altra parte.