Crimini d’odio in crescita, giovani di seconda generazione che denunciano discriminazioni e un linguaggio pubblico sempre più aggressivo. Ma il problema non si risolve con le etichette: la politica deve tornare a governare immigrazione e sicurezza senza trasformare lo straniero nel nemico. Per un cristiano la dignità della persona viene prima di ogni appartenenza.


Dire che l’Italia sia semplicemente “più razzista” di quindici anni fa sarebbe troppo facile e, sul piano scientifico, persino impreciso: già nel 2009-2010 le indagini descrivevano un Paese con fortissime diffidenze verso l’immigrazione. Eppure alcuni segnali di oggi non possono essere ignorati. Il Censis registra un forte aumento dei crimini d’odio rispetto al 2015; molti giovani con background migratorio raccontano discriminazioni concrete; il Consiglio d’Europa segnala un discorso pubblico sempre più xenofobo e divisivo. Il punto politico, allora, non è stabilire chi possa vantare il monopolio della tolleranza. È capire che cosa accade quando la paura diventa un capitale elettorale.

C’è qualcosa di troppo semplice nella frase: l’Italia è diventata più razzista. Semplice perché sembra spiegare tutto con una sola parola, e invece la realtà italiana è molto più contraddittoria. Siamo il Paese nel quale milioni di cittadini stranieri lavorano, fanno impresa, frequentano le scuole, curano anziani, pagano tasse e tengono in vita intere aree interne segnate dallo spopolamento. Ma siamo anche un Paese nel quale una parte crescente della popolazione percepisce l’immigrazione come minaccia, nel quale il linguaggio pubblico si è fatto più aspro e nel quale discriminazioni che un tempo si nascondevano sembrano oggi essere pronunciate con minore imbarazzo.

I numeri non consentono una sentenza sommaria, ma obbligano a porre la domanda. Il Censis, nel suo rapporto del 2024, rilevava che il 58,5 per cento degli italiani intervistati riteneva il razzismo in aumento; tra i giovani di seconda generazione la percentuale saliva al 64,4 per cento. Il 62,4 per cento di questi ragazzi dichiarava di avere subito comportamenti discriminatori e il 26 per cento affermava di subirli ancora. Lo stesso Censis segnalava inoltre che i crimini d’odio registrati erano passati da 555 nel 2015 a 1.393 nel 2022, mentre quelli classificati come razzisti o xenofobi erano cresciuti da 369 a 1.105.

Sono dati seri. Ma vanno letti con cautela. Più denunce possono significare anche maggiore consapevolezza, migliori strumenti di rilevazione e minore disponibilità delle vittime a tacere. E soprattutto non bisogna dimenticare che l’Italia non partiva da un paradiso della tolleranza. Già nel 2009 più di otto italiani su dieci dicevano di volere controlli più rigidi sull’immigrazione e nel 2007 il 73 per cento giudicava negativamente l’impatto degli immigrati sul Paese.

Dunque il problema non è inventare un’età dell’oro che non è mai esistita. Il problema è un altro: ciò che un tempo veniva percepito come pregiudizio privato rischia oggi di essere trasformato in un linguaggio politico legittimo.

Ed è qui che entra in scena la politica.

La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha scritto nel suo rapporto sull’Italia che il discorso pubblico è diventato negli ultimi anni più xenofobo e che la comunicazione politica ha assunto toni più divisivi e antagonistici, soprattutto nei confronti di migranti, richiedenti asilo, rifugiati e cittadini con origine migratoria. La stessa Commissione ha sottolineato come dichiarazioni provenienti anche da figure pubbliche di alto livello contribuiscano alla banalizzazione del linguaggio d’odio.

Questo non significa che esista una sola parte politica responsabile, né che criticare l’immigrazione equivalga a essere razzisti. Sarebbe una semplificazione speculare e altrettanto sbagliata.

Uno Stato ha il diritto e il dovere di controllare le proprie frontiere. Ha il dovere di contrastare l’immigrazione clandestina, il traffico di esseri umani, la criminalità e ogni forma di illegalità. Può discutere legittimamente numeri, quote, rimpatri, cittadinanza, integrazione e sostenibilità dei flussi. La prudenza politica non è razzismo.

Ma esiste una linea che non dovrebbe essere oltrepassata.

Si oltrepassa quando una persona cessa di essere giudicata per ciò che fa e viene giudicata per ciò che è. Quando il criminale non è più un criminale ma diventa “l’immigrato”. Quando un fatto di cronaca viene utilizzato per attribuire a un’intera comunità la colpa di un singolo. Quando il colore della pelle, il cognome, la religione o il luogo di nascita diventano una categoria morale.

È in quel passaggio che la politica smette di governare la paura e comincia a sfruttarla.

La paura, del resto, è una materia elettorale potentissima. È più facile dire a una persona spaventata chi deve temere che spiegare perché il salario è basso, perché la casa costa troppo, perché una periferia non ha servizi, perché la sanità non funziona o perché un giovane non trova lavoro. Lo straniero diventa allora il volto visibile di problemi che hanno spesso cause molto più complesse.

Ed ecco il paradosso.

Nelle aree interne italiane, secondo il Censis, mentre la popolazione italiana diminuisce, quella straniera contribuisce in diversi territori ad attenuare lo spopolamento. Eppure proprio chi lavora, paga contributi, manda i figli a scuola e tiene aperti servizi essenziali può continuare a essere percepito come qualcuno che “non appartiene”.

È una contraddizione politica prima ancora che culturale.

Perché l’integrazione non avviene soltanto attraverso le leggi. Avviene attraverso le parole con le quali una nazione decide chi può essere chiamato “noi”.

Qui un giornale cattolico deve avere il coraggio di dire qualcosa che non appartiene né alla destra né alla sinistra.

Il cristianesimo non obbliga a sostenere una determinata politica migratoria. Non stabilisce il numero di ingressi, non scrive i decreti flussi, non sostituisce il governo nella gestione delle frontiere. Ma stabilisce un limite morale invalicabile: nessun essere umano può essere ridotto alla sua origine etnica, al colore della pelle o alla sua condizione di straniero.

Il forestiero nella Scrittura non è un problema statistico. È una persona.

Cristo non domanda il passaporto prima di riconoscere un uomo come prossimo.

Questo non significa confondere misericordia e ingenuità. Significa ricordare che sicurezza e dignità non sono concetti opposti. Una politica seria deve garantire entrambe. L’accoglienza senza regole può creare disordine e sfruttamento; le regole senza umanità possono creare ingiustizia.

Ed è proprio questo equilibrio che oggi sembra più difficile.

Il dibattito pubblico tende a dividersi fra due caricature. Da una parte chi considera qualunque controllo dell’immigrazione come disumano; dall’altra chi sembra considerare qualunque immigrato come un sospetto. Nel mezzo dovrebbe esserci la politica: quella vera, capace di distinguere, amministrare, integrare, espellere chi non ha diritto a restare e includere chi invece vive, lavora e cresce nel nostro Paese.

Ma la politica del tempo presente sembra preferire spesso la semplificazione.

Perché un nemico mobilita più facilmente di un problema.

C’è poi un dato particolarmente interessante che riguarda i giovani. Un’indagine UNICEF del 2024 mostrava un quadro tutt’altro che uniforme: l’85 per cento dei ragazzi intervistati considerava gli scambi interculturali un’esperienza positiva, e la maggioranza aveva rapporti diretti di amicizia con coetanei di origini diverse. Allo stesso tempo il 93 per cento dichiarava di avere assistito o sperimentato discriminazioni.

Questa forse è l’Italia reale.

Non un Paese interamente razzista. Non un Paese definitivamente guarito dal razzismo.

Un Paese che vive insieme molto più di quanto il dibattito politico faccia immaginare e che, nello stesso tempo, porta dentro di sé paure, diffidenze e ferite non risolte.

Per questo le parole contano.

Quando un uomo politico parla, non descrive soltanto la realtà. Contribuisce a costruirla. Se per anni una categoria di persone viene associata quasi esclusivamente alla criminalità, all’invasione, alla minaccia o al degrado, non ci si può stupire se quella rappresentazione finisce per produrre conseguenze sociali.

Il linguaggio non è mai neutrale. Lo sapevano bene i totalitarismi del Novecento, che prima di perseguitare gli uomini cominciavano sempre cambiando il modo di nominarli. E dovrebbe saperlo ancora meglio un cristiano. Perché il Vangelo utilizza la parola non per togliere dignità, ma per restituirla. Il samaritano resta samaritano, lo straniero resta straniero, il peccatore resta peccatore. Cristo non falsifica la realtà. Ma davanti a ciascuno vede prima di tutto una persona. Forse è precisamente questo lo sguardo che oggi manca alla politica italiana.

Non servono prediche moralistiche né accuse collettive agli italiani. Servirebbe una politica meno interessata a eccitare le paure e più capace di governarle. Servirebbe la fermezza di dire che chi delinque deve rispondere dei propri atti, indipendentemente dal colore della pelle, e insieme la stessa fermezza nel dire che chi è innocente non può essere trasformato in colpevole perché appartiene alla stessa etnia di chi ha commesso un reato.

È una distinzione elementare, eppure sembra diventata rivoluzionaria.Forse l’Italia non ha bisogno di sentirsi dire ogni mattina che è razzista. Ha bisogno di non diventarlo.

E questa è una responsabilità che riguarda tutti: giornalisti, insegnanti, famiglie, Chiesa e cittadini. Ma riguarda soprattutto chi possiede il privilegio della parola pubblica.

Perché la politica può trasformare la paura in odio, oppure può trasformarla in responsabilità. La scelta tra queste due strade non è soltanto elettorale.

È morale.

I dati non autorizzano slogan semplicistici, ma raccontano una società attraversata da discriminazioni reali e da un linguaggio pubblico più aggressivo. Controllare le frontiere non è razzismo, chiedere sicurezza non è razzismo, discutere le politiche migratorie non è razzismo. Lo diventa quando lo straniero smette di essere una persona e diventa una categoria da temere. Per la politica è una tentazione elettorale. Per un cristiano è un confine che non può essere superato.