Le prime elezioni parlamentari della Regione autonoma musulmana del Mindanao hanno consegnato il gruppo più consistente al Bangsamoro Federalist Party, seguito dallo United Bangsamoro Justice Party legato al MILF. Affluenza oltre l’84 per cento. La transizione è finita: adesso la riconciliazione deve diventare governo.
Il Bangsamoro ha finalmente votato e, due settimane dopo, il quadro è chiaro. Alle prime elezioni parlamentari della storia della Regione autonoma musulmana del Mindanao hanno partecipato 2.018.478 elettori, pari all’84,34 per cento degli aventi diritto. Nei 40 seggi assegnati con il voto di lista il Bangsamoro Federalist Party ha ottenuto 16 posti, lo United Bangsamoro Justice Party 15, la BARMM Grand Coalition 8 e il Raayat Democratic Party uno. È un risultato senza un padrone assoluto e proprio per questo politicamente interessante: dopo decenni di guerra e anni di transizione, il Bangsamoro entra nella fase adulta della democrazia, quella nella quale nessuno può governare soltanto in nome della propria storia.
A Mindanao le armi non sono scomparse dalla memoria, ma il 14 settembre sono state le urne a decidere chi avrebbe avuto il diritto di parlare a nome del Bangsamoro. È questa la vera notizia, adesso che i risultati sono stati proclamati e l’entusiasmo della giornata storica può lasciare spazio alla politica vera.
Il dato più forte è innanzitutto la partecipazione. Più di due milioni di persone sono andate a votare, l’84,34 per cento degli elettori registrati. Per una regione attraversata per decenni da separatismo, guerriglia, repressione militare e diffidenza verso Manila non è un particolare statistico: è una dichiarazione di fiducia, almeno provvisoria, nel metodo democratico.
Poi vengono i numeri politici. Nei 40 seggi parlamentari assegnati attraverso le liste regionali, il Bangsamoro Federalist Party ha conquistato 16 posti; lo United Bangsamoro Justice Party, espressione politica storicamente legata al Moro Islamic Liberation Front, ne ha ottenuti 15; la BARMM Grand Coalition 8 e il Raayat Democratic Party.
Non c’è dunque un vincitore capace di imporsi da solo. E forse, per il Bangsamoro, è la migliore fotografia possibile della sua nuova stagione.
Per decenni la politica di questa terra è stata costruita attorno a contrapposizioni assolute: Manila contro l’autonomia musulmana, esercito contro guerriglia, Stato contro separatisti. Il nuovo Parlamento nasce invece da un equilibrio più frastagliato, nel quale ex combattenti, partiti nuovi, coalizioni tradizionali e gruppi locali dovranno imparare non soltanto a convivere, ma a trattare.
Il BFP, guidato dall’attuale Chief Minister Abdulraof Macacua, ha ottenuto il primo posto nel voto regionale e Macacua stesso è stato eletto anche in un distretto. Lo UBJP conserva però una presenza fortissima e resta il principale soggetto politico riconducibile alla tradizione del MILF, l’organizzazione che nel 2014 firmò con il governo filippino l’accordo destinato a cambiare il destino della regione.
Ed è proprio qui che queste elezioni diventano qualcosa di più di una consultazione locale.
Il Bangsamoro Autonomous Region in Muslim Mindanao nacque dal lungo processo avviato dopo l’accordo di pace del 2014. La Bangsamoro Organic Law del 2018 e il plebiscito del 2019 trasformarono quell’intesa in un nuovo assetto istituzionale, con un’autonomia politica ed economica assai più ampia rispetto al passato. Da allora la regione è stata governata da un’autorità transitoria incaricata di costruire le istituzioni e accompagnare ex combattenti e comunità verso la normalizzazione politica.
Il 14 settembre quella parentesi si è chiusa.
Il primo Parlamento regolarmente eletto è stato proclamato il 16 settembre e entrerà formalmente in funzione il 30 ottobre. Saranno i suoi 80 componenti a scegliere il prossimo Chief Minister.
È qui che comincia la parte più interessante.
Finché il Bangsamoro viveva nella transizione, il collante principale era la pace da costruire. Ora arriveranno bilanci, maggioranze, opposizioni, interessi provinciali, ambizioni personali e compromessi. Arriverà, in altre parole, la politica quotidiana. Ed è proprio questa normalità, assai più delle solenni firme agli accordi, che dirà se la riconciliazione ha veramente funzionato.
Perché trasformare un movimento armato in una forza politica non significa semplicemente cambiare uniforme. Significa accettare che il proprio avversario abbia lo stesso diritto di concorrere al potere. Significa vincere senza poter eliminare chi ha perso e, soprattutto, perdere senza tornare alle armi.
La democrazia comincia esattamente nel momento in cui la sconfitta smette di essere considerata un’umiliazione da vendicare.
Il voto non è stato peraltro privo di ombre. Alla vigilia e durante la giornata elettorale si sono registrati episodi di violenza che hanno causato almeno tre morti e quindici feriti; la Commissione elettorale aveva posto Cotabato City sotto il proprio diretto controllo. Sono stati inoltre segnalati problemi logistici e casi di schede già segnate, pur in un quadro che le autorità hanno definito nel complesso gestibile.
Sarebbe quindi ingenuo raccontare il 14 settembre come la favola di un conflitto improvvisamente dissolto.
Le armi possono tacere e le vecchie logiche sopravvivere. Le milizie possono essere smobilitate mentre restano fortissimi i clan politici. Un’istituzione democratica può nascere senza riuscire immediatamente a liberarsi dai sistemi clientelari che l’hanno preceduta.
Ma proprio per questo il dato dell’affluenza acquista valore.
Due milioni di cittadini hanno deciso che valeva la pena entrare in un seggio.
È un gesto semplicissimo soltanto per chi vive in Paesi nei quali votare è diventato routine. In una terra nella quale per mezzo secolo si è discusso di autonomia anche con i fucili, mettere una croce su una scheda significa riconoscere che il potere può cambiare senza che debba scorrere sangue.
Questa è la rivoluzione silenziosa del Bangsamoro.
E riguarda anche il rapporto tra musulmani e cristiani nel Mindanao. Il lungo conflitto non è stato mai riducibile a una semplice guerra religiosa, perché ha intrecciato terra, identità, autonomia, povertà, clan, rivendicazioni storiche e rapporti con il governo centrale. Ma cristiani e musulmani hanno comunque vissuto per generazioni dentro una geografia della diffidenza.
Per questo la riconciliazione non può limitarsi a una redistribuzione istituzionale del potere. Deve diventare convivenza concreta.
Il nuovo Parlamento avrà l’onere di dimostrare che l’autonomia significa scuole migliori, infrastrutture, investimenti, sicurezza e opportunità. La regione conta circa 4,5 milioni di abitanti e, pur mostrando una crescita economica del 5 per cento nel 2025 e un miglioramento di alcuni indicatori sociali, rimane una delle aree più fragili delle Filippine.
Se la pace non migliora la vita, prima o poi qualcuno ricomincerà a chiedersi a cosa sia servita.
È qui che la responsabilità degli eletti diventa enorme. Perché la guerriglia poteva attribuire ogni problema a Manila. Il governo autonomo non potrà più farlo nello stesso modo. Con l’autogoverno arriva anche la responsabilità dell’autogoverno.
Ed è probabilmente questa la conquista più importante del 14 settembre.
Il Bangsamoro non è più soltanto una questione che il governo filippino deve risolvere. Diventa una comunità politica chiamata a rispondere delle proprie scelte.
La prima fotografia uscita dalle urne racconta dunque pluralismo più che egemonia. Il BFP parte con il blocco più consistente, lo UBJP gli è immediatamente alle spalle e la BGC conserva un peso notevole. Saranno necessari accordi e mediazioni per trasformare quei numeri in una maggioranza funzionante.
E forse non è un male.
Una terra che ha sofferto troppo per le verità assolute dovrà imparare la virtù del compromesso.
Il 14 settembre non ha chiuso il processo di pace. Ha semplicemente cambiato la domanda. Per molti anni ci si è chiesti se i combattenti avrebbero deposto le armi. Da oggi bisognerà chiedersi se gli eletti sapranno governare.
È una domanda meno drammatica.
Ma è assai più difficile.
Il risultato del 14 settembre non consegna il Bangsamoro a una sola forza: 16 seggi di lista al BFP, 15 allo UBJP, 8 alla BGC e uno al Raayat Democratic Party, con un’affluenza dell’84,34 per cento. È la fotografia di una regione che esce dalla tutela della transizione ed entra nella politica delle maggioranze e dei compromessi. Dopo mezzo secolo di conflitto, il successo non sarà avere un vincitore assoluto. Sarà scoprire che per governare non serve più un fucile.
