Dopo i segnali di apertura, Washington respinge la proposta iraniana per riaprire lo Stretto di Hormuz. Teheran insiste sulla diplomazia ma non arretra sul nucleare. Intanto navi, petrolio e mercati restano ostaggio di una guerra nella quale annunci di pace e minacce militari si alternano a distanza di ore.
Per qualche ora è sembrato che la porta della pace si fosse finalmente socchiusa. Poi Donald Trump l’ha richiusa. L’Iran aveva fatto filtrare la disponibilità a riaprire lo Stretto di Hormuz in cambio dell’allentamento della pressione militare americana e del blocco dei porti iraniani. Washington ha respinto la proposta. Teheran risponde che la soluzione può essere soltanto diplomatica, ma ribadisce di non voler fare concessioni sul programma nucleare. Nel frattempo Hormuz, attraversato prima della guerra da una delle più importanti arterie energetiche del pianeta, è diventato il termometro di una crisi nella quale nessuno sembra riuscire a distinguere definitivamente la trattativa dall’ultimatum.
Si potrebbe ormai chiamarlo lo Stretto di Trump. Non perché Donald Trump ne possieda una sola goccia d’acqua, naturalmente, ma perché da mesi gran parte della politica internazionale, del prezzo del petrolio e perfino della sicurezza energetica europea sembra passare attraverso le dichiarazioni del presidente americano su quei pochi chilometri di mare che separano l’Iran dalla penisola arabica.
Hormuz è geograficamente stretto. Politicamente è diventato immenso.
Il 22 settembre Trump, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, aveva dipinto un quadro durissimo: isolamento economico dell’Iran, nessuna possibilità che Teheran possa dotarsi dell’arma nucleare e prospettiva di un accordo che, secondo le sue parole, avrebbe potuto attendere persino il periodo successivo alle elezioni americane di midterm. Lo stesso giorno, tuttavia, il presidente affermava che i contatti con l’Iran continuavano e si diceva convinto che prima o poi un’intesa sarebbe stata raggiunta.
Pace e minaccia. Dialogo e isolamento. Negoziazione e forza.
È la diplomazia del pendolo.
Il 25 settembre i mercati avevano persino respirato. Il petrolio era sceso di circa il 2% sulle aspettative di una possibile tregua fra Stati Uniti e Iran. Bastano queste oscillazioni per comprendere quanto una parola pronunciata a Washington o a Teheran possa trasformarsi, nel giro di qualche ora, nel prezzo pagato da un automobilista italiano alla pompa di benzina o da un’impresa europea per trasportare le proprie merci.
Poi è arrivata un’altra frenata.
L’Iran aveva proposto una formula per la riapertura dello Stretto di Hormuz, legandola a una riduzione della pressione militare americana e all’allentamento delle misure contro i propri porti. Trump ha respinto la proposta. Il 27 settembre Teheran ha ribadito che il conflitto con Stati Uniti e Israele non può avere una soluzione puramente militare e che occorre tornare alla diplomazia. Ma contemporaneamente un alto funzionario iraniano ha dichiarato che sul programma nucleare non vi sarebbe disponibilità a concessioni e che Hormuz sarebbe rimasto chiuso finché non fossero state soddisfatte le condizioni iraniane.
Ed eccoci nuovamente al punto di partenza.
Non c’è ancora una pace. Non c’è una tregua stabile. Non c’è una soluzione condivisa per Hormuz. Ci sono invece aperture, controproposte, minacce, bombardamenti, pause militari e nuove ripartenze.
Ma una guerra non è una partita di poker.
Dietro ogni dichiarazione ci sono persone. Marinai bloccati. Famiglie. Popolazioni che convivono con l’angoscia delle sirene. Stati del Golfo che temono di essere trascinati definitivamente nello scontro. Economie che dipendono da un passaggio marittimo attraverso il quale, in condizioni normali, transita una quota enorme delle forniture mondiali di petrolio.
Il dato sul traffico navale rende meglio di cento discorsi la gravità della situazione. Prima dell’escalation del conflitto attraversavano quotidianamente lo Stretto circa 125 grandi navi commerciali; il 22 settembre i dati preliminari ne registravano appena due. Nei giorni successivi il traffico è leggermente risalito, ma è rimasto molto al di sotto della normalità.
Questo significa che Hormuz non è soltanto un problema iraniano.
È un collo di bottiglia dell’economia mondiale.
E proprio per questo utilizzarlo come strumento di pressione comporta conseguenze che vanno molto al di là dei contendenti. Il petrolio che non passa da Hormuz diventa inflazione altrove. Diventa costo dei trasporti, produzione industriale più cara, bollette, carburanti, difficoltà per i Paesi più poveri che devono importare energia.
La guerra moderna funziona così: viene combattuta a migliaia di chilometri di distanza, ma presenta il conto alla cassa del supermercato.
Esiste poi una contraddizione più profonda. Da mesi ciascuno dei protagonisti sostiene, con parole differenti, di volere la pace. Ma ciascuno pretende che la pace arrivi dopo che l’altro avrà accettato condizioni che considera inaccettabili.
Trump afferma che l’Iran non dovrà mai possedere l’arma nucleare. Teheran sostiene che non intende rinunciare ai diritti che rivendica sul proprio programma nucleare. Washington pretende libertà di navigazione attraverso Hormuz. L’Iran considera invece lo Stretto una delle principali leve negoziali rimastegli.
E così la pace viene continuamente annunciata un metro prima di raggiungerla.
C’è anche qualcosa di singolare nel metodo trumpiano. Il presidente americano fa dell’imprevedibilità uno strumento negoziale. Apre, minaccia, sospende, rilancia, lascia intravedere un accordo e poi ne respinge le condizioni. Non è necessario attribuirgli intenzioni nascoste per constatare il risultato: alleati, avversari e mercati sono costretti a interpretare continuamente quale delle dichiarazioni rappresenti una posizione definitiva e quale invece sia una mossa negoziale.
Il problema è che l’imprevedibilità può avere un valore tattico quando si compra un immobile.
Quando in gioco ci sono portaerei, missili, centrali nucleari e milioni di barili di petrolio, il margine d’errore diventa spaventosamente più piccolo.
E dall’altra parte sarebbe altrettanto semplicistico trasformare Teheran nella parte passiva di questa storia. L’Iran utilizza Hormuz come leva strategica e continua a mantenere una posizione rigida sul dossier nucleare. La chiusura o la grave limitazione di una delle principali arterie commerciali del pianeta non può essere considerata una questione interna iraniana. Coinvolge il diritto della navigazione, le economie asiatiche ed europee e la stabilità dell’intero Golfo.
Il rischio più serio, quindi, non è soltanto che uno dei contendenti voglia davvero una guerra ancora più grande.
È che una guerra ancora più grande possa nascere mentre tutti dichiarano di non volerla.
Una nave colpita. Un missile interpretato male. Una rappresaglia sproporzionata. Un comandante che deve prendere una decisione in pochi minuti. La storia insegna che le grandi escalation non sono sempre il prodotto di un piano lucidissimo; talvolta sono una successione di decisioni dalle quali diventa progressivamente impossibile tornare indietro.
Ed è qui che la voce cristiana sulla politica internazionale non può ridursi né al pacifismo delle formule né alla benedizione automatica della forza.
La pace non consiste semplicemente nell’assenza momentanea dei bombardamenti. Richiede giustizia, sicurezza, rispetto del diritto internazionale, garanzie verificabili e soprattutto la capacità di riconoscere che anche il nemico rimane un uomo.
San Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, comprese qualcosa che l’era atomica rende ogni giorno più attuale: nelle relazioni internazionali la forza non può sostituire indefinitamente la ragione. Sessant’anni dopo, con missili ipersonici, droni e intelligenza artificiale applicata alla guerra, questa non è diventata una pia esortazione. È diventata una questione di sopravvivenza.
Perché il vero scandalo di Hormuz non è che il petrolio costi qualche dollaro in più.
È che l’umanità continui a comportarsi come se possedesse infiniti tentativi.
Non li possiede.
Trump può respingere una proposta perché la giudica insufficiente. L’Iran può rifiutare condizioni che considera incompatibili con i propri interessi. Entrambe sono decisioni politiche che appartengono ai rispettivi governi. Ma ogni volta che un negoziato fallisce dovrebbe essere immediatamente sostituito da un altro negoziato, non dalla convinzione che qualche nuovo bombardamento renderà automaticamente più semplice quello successivo.
Perché alla fine qualcuno dovrà comunque sedersi a un tavolo.
La domanda è quanti morti, quante navi colpite, quanti miliardi bruciati e quante nuove inimicizie saranno necessarie prima che ciò accada.
Hormuz significa “stretto”. Mai nome geografico è sembrato più appropriato.
In questo momento non è stretto soltanto il passaggio tra l’Oman e l’Iran. È stretto lo spazio rimasto alla diplomazia. È stretto il margine d’errore. È stretto il tempo disponibile per evitare che il Medio Oriente precipiti in un conflitto ancora più vasto.
E forse è proprio per questo che bisognerebbe finalmente allargare una cosa sola: lo spazio della ragione.
Trump respinge la proposta iraniana, Teheran non arretra sul nucleare e Hormuz resta semiparalizzato. La tregua che sembrava avvicinarsi torna lontana. Ma nello Stretto non passa soltanto il petrolio: passa una parte della stabilità mondiale. Quando diplomazia e minaccia militare vengono alternate come mosse di una trattativa, il rischio è che prima o poi qualcuno sbagli il calcolo. E nelle guerre, diversamente dai social e dai tavoli negoziali, non esiste il tasto “annulla”.
