Il Dna incrina le accuse contro un uomo condannato nel 1985 nello Utah. Mentre il Tennessee prepara l’esecuzione di Christa Pike, torna la domanda che nessuno Stato può eludere: come può una giustizia fallibile infliggere una pena irreversibile?

Quarantun anni trascorsi aspettando che lo Stato decida il giorno della tua morte. Poi un’analisi genetica mette in discussione le prove che avrebbero dovuto giustificarla. La vicenda di Douglas Stewart Carter, raccontata da Avvenire, porta davanti alla coscienza pubblica l’insostenibile pretesa della pena capitale: attribuire a uomini capaci di sbagliare il potere di rendere definitivo il proprio errore.

C’è qualcosa che nessuna scarcerazione potrà restituire a Douglas Stewart Carter: il tempo. A settantun anni, dopo quarantuno trascorsi nel braccio della morte, un uomo può varcare la soglia del carcere, ma non recuperare le stagioni perdute, gli affetti vissuti a distanza, la quotidianità consumata nell’attesa di un’esecuzione. La libertà arriva dentro una vita profondamente ferita. Ed è una libertà ancora condizionata: Carter è uscito su cauzione, con un dispositivo di controllo elettronico, e dovrà affrontare un nuovo processo. Non è stato definitivamente prosciolto. Questa precisazione è necessaria proprio perché il giudizio sulla pena di morte deve fondarsi sulla verità, senza forzare i fatti nella direzione della nostra indignazione. 

La cronaca pubblicata da Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, il 29 settembre descrive una vicenda che scuote la fiducia nelle istituzioni chiamate a cercare la verità. Condannato nel 1985 per l’uccisione di Eva Olesen, Carter ha sempre contestato una confessione che sostiene gli sia stata estorta. I testimoni decisivi hanno successivamente ritrattato, denunciando pressioni e benefici ricevuti dalla polizia. La Corte suprema dello Utah ha disposto un nuovo processo richiamando le scorrettezze degli investigatori. Ora il Dna lo esclude come fonte delle tracce biologiche analizzate su una maniglia e sull’impugnatura del coltello. L’accusa ha rinunciato a chiedere nuovamente la pena capitale.

Il Dna non pronuncia, da solo, una sentenza sull’intera vicenda. Ma mette a nudo una domanda terribile: che cosa sarebbe accaduto se Carter fosse stato giustiziato prima che quelle prove venissero riesaminate? Avremmo un fascicolo chiuso, un’esecuzione registrata e una verità ancora da cercare. Il procedimento sarebbe terminato; il problema della giustizia sarebbe rimasto intatto. È questo il punto più inquietante della pena di morte: può impedire per sempre di riparare proprio nel momento in cui lo Stato ritiene di aver concluso il proprio compito.

Chi sostiene la pena capitale invoca spesso la certezza della colpevolezza. Il caso Carter mostra quanto possa essere fragile una certezza consacrata da una sentenza e difesa per decenni. Un interrogatorio può essere condotto abusivamente, una testimonianza manipolata, un elemento favorevole all’imputato trascurato. E quando emergono condotte scorrette degli inquirenti, la questione supera l’errore involontario: investe l’uso del potere contro una persona che quel potere avrebbe dovuto proteggere dall’arbitrio. Se persino una condanna a morte può poggiare su fondamenta successivamente incrinate, nessuna solennità processuale autorizza a considerare infallibile chi giudica.

Di fronte a un innocente condannato, l’esecuzione diventa l’uccisione di una persona da parte delle istituzioni incaricate di difenderla. Ma il rifiuto della pena capitale non può dipendere soltanto dalla possibilità di trovare, alla fine, un innocente. Sarebbe una posizione troppo debole: lascerebbe aperta la porta al boia ogni volta che la responsabilità apparisse certa. La questione riguarda anche il colpevole, la sua dignità, i limiti dell’autorità pubblica. Lo Stato deve accertare i reati, proteggere la società e imporre pene adeguate. Deve poterlo fare senza attribuirsi il diritto di cancellare la vita del detenuto.

È la posizione espressa con chiarezza dal Catechismo della Chiesa cattolica: «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona». La dignità umana permane anche dopo crimini gravissimi; la tutela dei cittadini e la responsabilità penale devono essere perseguite attraverso strumenti che non sopprimano il condannato. La Chiesa si impegna per l’abolizione della pena capitale nel mondo. Questa convinzione interpella soprattutto chi rivendica pubblicamente un’identità cristiana e poi considera l’esecuzione un segno di fermezza morale. 

Nello stesso giorno in cui discutiamo della vicenda Carter, il Tennessee ha programmato l’esecuzione di Christa Pike. Condannata per l’assassinio di Colleen Slemmer, commesso quando aveva diciotto anni, Pike dovrebbe diventare la prima donna giustiziata nello Stato in oltre due secoli. La sua difesa ha chiesto clemenza richiamando abusi subiti nell’infanzia, traumi e disturbi psichici. Sono elementi che chiedono attenzione, senza attenuare la gravità del delitto né oscurare la giovane vita spezzata della vittima.

Colleen Slemmer merita memoria, rispetto e giustizia. La sua famiglia merita ascolto e sostegno duraturo. Nessuno dovrebbe usare il dolore dei familiari per impartire lezioni astratte sul perdono, come se fosse un obbligo da esigere da chi ha subito una perdita atroce. Ma proprio lo Stato deve conservare la responsabilità di una decisione che non può essere affidata alla sofferenza di chi è stato colpito. La giustizia pubblica deve riconoscere quel dolore senza trasformarlo nel fondamento di un’altra morte. L’esecuzione non restituisce la vittima, non ricostruisce la sua esistenza, non colma il vuoto lasciato nella famiglia.

Per un cristiano, poi, la croce impedisce ogni disinvoltura davanti al patibolo. Al centro della fede c’è un innocente condannato e messo a morte attraverso un procedimento nel quale il potere, la pressione della folla e la convenienza prevalgono sulla verità. Questa memoria dovrebbe rendere particolarmente vigile la coscienza dei credenti quando un’autorità pretende di chiudere definitivamente la questione della colpa sopprimendo una persona. E il Vangelo mantiene aperta, anche per chi ha commesso il male, la possibilità del pentimento: una possibilità che nessun funzionario può misurare e nessuna sentenza dovrebbe troncare.

Quarantun anni sono già una parte immensa di una vita. Carter dovrà ancora affrontare il giudizio, e la famiglia di Eva Olesen attende ancora una risposta credibile. Entrambi hanno bisogno di un sistema capace di cercare la verità, riconoscere le proprie responsabilità e correggersi. La pena di morte sottrae alla giustizia proprio questa possibilità. Una società dimostra la propria forza quando sa fermare la violenza, proteggere i vulnerabili e punire il colpevole senza ucciderlo. Davanti al rischio di condannare un innocente, il dovere è ancora più netto: nessun prestigio delle istituzioni vale la vita che un errore potrebbe cancellare.

Il caso Carter non è ancora chiuso, ma il suo ammonimento è definitivo: una giustizia che può sbagliare deve poter correggere. La pena di morte elimina questa possibilità e colpisce una dignità che, per la coscienza cristiana, nessun delitto può cancellare.