Washington chiude la missione militare, ma resta il conto dell’invasione del 2003. Per gli iracheni si apre una prova decisiva: trasformare la vittoria sul terrorismo in sovranità, sicurezza e ricostruzione.
Gli Stati Uniti lasciano l’Iraq, ma nessuna partenza può cancellare ciò che una guerra ha spezzato. La conclusione della missione militare, annunciata il 30 settembre, apre una nuova stagione per Baghdad e impone un bilancio a Washington: la potenza che prometteva di rifondare il Medio Oriente consegna agli iracheni il compito di ricomporre un Paese attraversato dalle conseguenze di quella promessa.
Il fallimento americano in Iraq ha una misura più profonda di un contingente che si ritira. È la distanza fra l’ambizione di decidere il destino di un popolo e la capacità di comprenderlo. Nel 2003 si immaginò che abbattere Saddam Hussein consentisse di costruire, quasi per successione automatica, uno Stato democratico e un nuovo equilibrio regionale. La caduta del dittatore fu reale; l’automatismo era un’illusione. Una società non è un edificio da sgomberare, demolire e ricostruire secondo il progetto del vincitore. Possiede memorie, appartenenze, ferite, legami religiosi e familiari che nessuna superiorità tecnologica permette di ignorare senza conseguenze.
La brutalità del regime di Saddam non assolve gli errori dell’occupazione. Sciogliere l’esercito significò privare lo Stato di una struttura essenziale e lasciare moltissimi uomini senza reddito, riconoscimento e prospettive. Alla repressione precedente si sovrapposero il disordine, la violenza settaria e gli abusi degli occupanti. Abu Ghraib rimane il nome di una contraddizione morale insanabile: pretendere di insegnare la libertà mentre si umilia la persona. La democrazia perde credibilità quando chi la proclama considera negoziabile la dignità di coloro ai quali vorrebbe offrirla.
Da una prospettiva cristiana, il giudizio parte precisamente da qui. Prima degli equilibri strategici vengono le vite: chi non è tornato a casa, chi ha perso un figlio, chi ha dovuto abbandonare il proprio villaggio, chi porta una mutilazione che nessun comunicato potrà archiviare. La guerra continua nel corpo dei sopravvissuti quando è già terminata nei discorsi dei governanti. E il dolore degli iracheni ha lo stesso peso morale di quello delle famiglie americane: nessuna geografia autorizza una gerarchia fra i morti.
Occorre però distinguere le responsabilità. Il fallimento del progetto politico inaugurato nel 2003 non cancella il contributo della coalizione internazionale alla lotta contro l’ISIS. La conclusione della missione viene presentata dai governi coinvolti come il passaggio a una sicurezza guidata dalle istituzioni irachene, dopo il rafforzamento delle loro capacità e il recupero di servizi essenziali. È un risultato da riconoscere, senza trasformarlo in un’assoluzione retroattiva dell’invasione.
Soprattutto, la vittoria contro il dominio territoriale dell’ISIS appartiene anche agli iracheni che hanno combattuto, resistito e ricominciato. Ridurli a beneficiari dell’intervento straniero significa sottrarre loro, ancora una volta, la parte attiva della propria storia. Alla ferocia jihadista hanno risposto soldati, comunità, famiglie e persone che hanno continuato a custodire un futuro quando sembrava impossibile immaginarlo. La rinascita dell’Iraq comincia da questa ostinazione: poter vivere senza che ogni giornata sia organizzata attorno alla paura.
Ricostruire, tuttavia, richiede più del cemento. Una città può riavere strade e palazzi e restare divisa dalla diffidenza. Per questo la sorte dei cristiani, degli yazidi e delle altre comunità vulnerabili costituisce una misura della ripresa nazionale. Il ritorno deve essere possibile e sicuro; la cittadinanza deve proteggere ciascuno senza chiedergli di rinunciare alla propria identità. Un Iraq capace di custodire il suo pluralismo smentirebbe concretamente il progetto dell’ISIS, che voleva cancellarlo attraverso la persecuzione.
La sovranità ritrovata resta, però, una promessa esigente. Le milizie sostenute dall’Iran conservano un potere che sfida l’autorità pubblica; nel Kurdistan il ritiro alimenta timori per la sicurezza. Sarebbe quindi imprudente confondere la partenza americana con la soluzione di tutti i problemi. La fine di una presenza militare straniera acquista valore se consente allo Stato di proteggere i cittadini e sottrae il Paese alla competizione fra potenze e gruppi armati.
Qui si trova la prova più difficile per Baghdad: impedire che la liberazione da una tutela diventi dipendenza da un’altra. E qui resta una responsabilità per Washington: accompagnare la cooperazione con il rispetto delle istituzioni irachene, riconoscendo quanto sia costata la pretesa di sostituirsi a esse. Si può giudicare fallimentare una guerra senza augurarsi il fallimento del Paese che l’ha subita. Anzi, proprio quel giudizio impone di sostenerne la ricostruzione.
L’Iraq non deve diventare il monumento alla sconfitta americana. Ha diritto a essere la casa degli iracheni. La sua rinascita sarà compiuta quando un bambino potrà crescere senza imparare prima il linguaggio delle armi, quando una famiglia potrà tornare senza temere chi controlla la strada, quando appartenere a una minoranza non significherà vivere sotto minaccia. È su questa libertà concreta che si misurerà il futuro. Ed è davanti a essa che la retorica delle guerre salvifiche rivela tutta la propria povertà.
La partenza americana chiude una missione, non le ferite dell’invasione. Dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS, Baghdad può scrivere una storia nuova: la condizione è che il futuro appartenga ai cittadini, anziché alle milizie e alle potenze straniere.

