Una fotografia dell’ANSA, i rilievi balistici del 1978 e le nuove indagini della magistratura riaprono gli interrogativi sulla strage di via Fani. Tra possibili presenze non identificate, zone d’ombra dei servizi segreti e il caso Casimirri, la ricerca della verità non può fermarsi alle versioni consolidate. Ma nemmeno trasformare ogni sospetto in una sentenza.
Ci sono fotografie che raccontano la storia e altre che, a distanza di quasi mezzo secolo, sembrano chiedere alla storia di essere riscritta. Quella scattata dal fotografo dell’ANSA Antonio Ianni, pochi minuti dopo l’agguato di via Fani del 16 marzo 1978, appartiene forse alla seconda categoria. L’Alfetta bianca della scorta di Aldo Moro, il corpo senza vita dell’agente Giulio Rivera, gli sportelli aperti e, soprattutto, quei fori sulla fiancata destra che potrebbero contribuire a chiarire una dinamica ancora controversa.
A richiamare l’attenzione sull’immagine è il giornalista Roberto Chiodi, autore del libro Spari da destra, che propone una rilettura dell’azione terroristica. La sua ipotesi è che durante l’agguato abbiano operato anche tiratori non identificati, collocati in posizioni differenti rispetto a quelle attribuite ai brigatisti. Un’interpretazione che, se confermata da nuovi accertamenti, imporrebbe di riconsiderare aspetti importanti della ricostruzione giudiziaria.
Ma una fotografia, per quanto significativa, non è ancora una sentenza. Mostra ciò che è stato impresso sulla pellicola; per stabilire da dove siano partiti i colpi e chi abbia premuto il grilletto occorrono riscontri balistici, documentali e testimoniali. Soprattutto, non basta dimostrare l’eventuale presenza di un altro sparatore per attribuirgli automaticamente un’appartenenza ai servizi segreti o a strutture clandestine dello Stato.
La verità non ha bisogno di scorciatoie, nemmeno quando le scorciatoie sembrano condurre nella direzione più suggestiva.
E tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato liquidare ogni nuova domanda come l’ennesima manifestazione del complottismo nazionale. La storia del caso Moro è attraversata da reticenze, contraddizioni, documenti emersi tardivamente e ricostruzioni che non sempre hanno trovato piena convergenza.
Già i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta avevano evidenziato divergenze tra alcune perizie balistiche e la ricostruzione della Polizia scientifica, prendendo in considerazione anche l’eventualità di altri assalitori. Gli interrogativi sui colpi provenienti da destra, dunque, non nascono oggi. La nuova attenzione dedicata alla fotografia può però offrire un’occasione per esaminare nuovamente elementi conosciuti e verificarne la compatibilità.
È significativo che nel giugno 2026 il giudice per le indagini preliminari Francesco Patrone abbia disposto ulteriori approfondimenti, respingendo la richiesta di archiviazione del procedimento. Si tratta di accertare eventuali presenze non ancora identificate, riesaminare elementi balistici e approfondire testimonianze che potrebbero contribuire a definire meglio l’organizzazione dell’agguato.
Non significa che sia stata dimostrata l’esistenza di un complotto istituzionale. Significa che la magistratura ritiene necessario verificare questioni ancora aperte. E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere considerato un esercizio di responsabilità, non una minaccia alla stabilità delle istituzioni.
Nel frattempo, altre piste riportano l’attenzione sulla geografia romana del sequestro. L’ospitalità offerta al brigatista Prospero Gallinari dall’ufficiale dell’Aeronautica Fabio Milioni, i possibili collegamenti nell’area di via Massimi e la mappa rinvenuta nel covo di via Gradoli, oggetto anche di un’inchiesta di RaiNews24, alimentano interrogativi sulle reti logistiche utilizzate durante la prigionia dello statista.
L’ipotesi di una prima detenzione in un luogo diverso dall’appartamento di via Montalcini, eventualmente nell’area della Loyola University, rimane però da dimostrare. La vicinanza geografica di luoghi e persone non costituisce, da sola, prova di una collaborazione criminale. Ma quando più elementi convergono su uno stesso territorio, il dovere degli investigatori è verificarne le eventuali connessioni.
C’è poi il capitolo internazionale. Il Nicaragua continua a sottrarsi alle richieste italiane di estradizione di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato definitivamente per il sequestro Moro e la strage della scorta. Nel luglio scorso le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno provocato una crisi diplomatica culminata nella decisione di Managua di interrompere le relazioni con Roma.
È un fatto che rivela quanto il caso Moro continui a proiettare le proprie conseguenze oltre i confini italiani. Ma soprattutto ricorda che la giustizia non può considerarsi pienamente soddisfatta quando uno dei condannati continua a sottrarsi all’esecuzione della pena.
Rimane, sullo sfondo, il problema più inquietante: quello delle possibili protezioni, delle omissioni e delle conoscenze che potrebbero non essere state condivise con l’autorità giudiziaria. Il sospetto di responsabilità occulte non autorizza ad accusare indistintamente lo Stato, ma impone allo Stato il massimo della trasparenza.
Perché le Brigate Rosse furono responsabili del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, come stabilito dalle sentenze definitive. Questo dato non può essere cancellato da interpretazioni alternative. Un’altra cosa, però, è ritenere che ogni aspetto operativo, ogni complicità e ogni possibile omissione siano stati definitivamente chiariti.
Il 16 marzo 1978 non furono uccisi soltanto cinque servitori dello Stato: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Fu colpita una concezione della politica che cercava di ricomporre le fratture ideologiche del Paese attraverso il dialogo e la responsabilità democratica.
Moro rappresentava il tentativo, discusso e contrastato, di rendere possibile un nuovo equilibrio tra culture politiche fino ad allora contrapposte. Un progetto che non era privo di ambiguità, ma che riconosceva alla mediazione un valore superiore alla sterile contrapposizione.
In questo senso, il suo assassinio non fu soltanto l’eliminazione fisica di un uomo politico. Fu anche un trauma per la maturazione democratica della Repubblica.
La formazione cristiana dello statista democristiano aggiunge a questa vicenda una dimensione morale che non dovrebbe essere trascurata. Per Moro, pur nell’autonomia delle scelte politiche, la persona umana non poteva essere ridotta a strumento di una strategia. È la stessa convinzione che rende moralmente inaccettabile il terrorismo: nessuna ideologia può rivendicare il diritto di sacrificare vite innocenti per accelerare la storia.
E nessuna ragion di Stato, qualora venissero accertate responsabilità ulteriori, potrebbe giustificare l’occultamento della verità.
A quasi cinquant’anni dalla tragedia, la tentazione più grande è duplice: credere che tutto sia già stato spiegato oppure sostenere che nulla di ciò che sappiamo sia vero. Entrambe le posizioni impediscono di conoscere. La prima chiude prematuramente le domande; la seconda dissolve anche le certezze conquistate attraverso processi e indagini.
Occorre invece una ricerca paziente, rigorosa, capace di distinguere fatti, testimonianze, deduzioni e ipotesi. Il giornalismo d’inchiesta può contribuire a questo percorso, purché non confonda la forza di una rivelazione con la sua definitiva dimostrazione.
La fotografia dell’Alfetta è allora qualcosa di più di un’immagine d’archivio. È un richiamo al dovere di conservare, verificare e rendere accessibili le prove. Perché la memoria pubblica non può vivere soltanto di commemorazioni, corone di fiori e discorsi solenni.
La Repubblica onora davvero Aldo Moro e gli uomini della sua scorta quando non teme di interrogare la propria storia, anche nelle sue pagine più dolorose.
La verità non è di destra né di sinistra. E quei colpi ancora discussi, qualunque sia stata la loro provenienza, non devono diventare munizioni per nuove battaglie ideologiche, ma ragioni per continuare a cercare. Perché una democrazia non si indebolisce quando indaga sui propri misteri: si indebolisce quando smette di volerli chiarire.

L’inchiesta fotografica di Roberto Chiodi è stata ripresa dall’ANSA il 7 novembre.
La relazione parlamentare della Commissione Moro documenta già nel 2015 le divergenze sulle traiettorie balistiche e le ipotesi di ulteriori assalitori, senza dimostrare il coinvolgimento di Gladio.
L’inchiesta Spotlight sulla mappa della Loyola University risale al 13 ottobre 2025.
La crisi diplomatica con il Nicaragua è confermata dal comunicato della Farnesina del 16 luglio 2026.
