L’isola della Carità
Nella prima Messa in terra uruguaiana il Papa ha proposto tre simboli del litorale: il ponte, la palma, il mate. Ma la chiave di tutti e tre sta in un’isola del fiume Uruguay, dove nel 1864 un prete si piantò tra due eserciti di fratelli.
Paysandú, per gli uruguaiani, è «la Heroica». Il titolo le viene da un assedio: dal 2 dicembre 1864 al 2 gennaio 1865 la città, difesa dal generale Leandro Gómez, resistette alle truppe di Venancio Flores e alla squadra navale dell’Impero brasiliano che le sosteneva. Cadde dopo un’ultima battaglia di tre giorni, e Gómez fu fucilato senza processo. Fu il preludio della guerra della Triplice Alleanza, la più sanguinosa della storia sudamericana. Stamattina, nella città che porta nel nome una resistenza fino alla morte, Leone XIV ha celebrato la sua prima Messa in terra uruguaiana, e dall’altra sponda del fiume molti sono venuti attraversando il ponte. A Colón, in Argentina, il municipio aveva allestito una trasmissione per chi non poteva passare la frontiera, sotto un motto che pareva scritto per l’omelia: la fede ci unisce al di là dei confini.
Il Papa ha aperto con le parole dell’angelo ai pastori, il motto del viaggio, e le ha applicate ai missionari che portarono il Vangelo sulle terre del Río de la Plata. Poi ha scelto, tra tutti, un nome: il beato Jacinto Vera, il «vescovo gaucho» che andava a cavallo a visitare i malati e attraversò tre volte il paese. E ha raccontato un episodio che contiene, in germe, tutta l’omelia.
L’isola
Durante l’assedio di Paysandú, Vera, allora vicario apostolico, si stabilì su un’isola del fiume Uruguay, di fronte alla città, per soccorrere i rifugiati e i feriti dei due fronti. Vi rimase fino alla fine, supplicando in nome di Dio che gli eserciti dei fratelli si scambiassero l’abbraccio della pace. Non lo fecero.
La data merita una sosta. Fu l’8 dicembre 1864 che una tregua permise alle famiglie e agli stranieri di lasciare la città assediata e di rifugiarsi su quell’isola, sotto giurisdizione argentina, chiamata da allora della Carità. Era la festa dell’Immacolata, il giorno che lo Stato uruguaiano avrebbe poi ribattezzato Giorno delle Spiagge. E lo stesso giorno, a Roma, nel decimo anniversario del dogma, Pio IX pubblicava la Quanta cura con il Sillabo. Mentre il Papa elencava gli errori del secolo, un suo prete, sul fiume Uruguay, curava le ferite che il secolo apriva. Non erano due Chiese. Erano le due mani della stessa, e quel giorno la mano della carità portava il nome di Maria.
Un’isola in mezzo al fiume è il contrario di una trincea: non appartiene a nessuna delle due rive e può accogliere entrambe. È, a ben vedere, il primo dei tre simboli che il Papa avrebbe proposto poco dopo. Nel 1864, a Paysandú, non c’era un ponte. C’era un prete.
Il ponte
Oggi il ponte c’è, e porta il nome di Artigas. Inaugurato nel dicembre 1975, unisce Paysandú a Colón con oltre due chilometri di campate sopra il fiume Uruguay. Il Papa vi ha visto la vocazione di ogni cristiano: costruire ponti, rafforzare legami, comunicare. A chi insegna comunicazione sociale la parola suona familiare, e non per caso. Communicare significa mettere in comune un dono; e il titolo più antico del Papa, Pontifex, secondo l’etimologia classica vuol dire costruttore di ponti. Il primo saluto di Leone XIV dalla Loggia era stato la pace di Cristo per tutti. A Paysandú il Pontefice ha parlato di ponti davanti a un ponte.
Ma ha aggiunto un’osservazione da ingegnere. Un ponte deve avere buone fondamenta, perché le correnti più impetuose non lo travolgano; come la casa costruita sulla roccia, che regge alla tempesta (cfr Mt 7,24-27). Il pilone, per il Papa, è la formazione cristiana: essere pronti a rendere ragione della propria fede (cfr 1Pt 3,15) e non lasciarsi trascinare da dottrine estranee. In un paese dove la scuola pubblica ha smesso di insegnare la religione già nel 1909, l’osservazione non è astratta. Un ponte gettato senza piloni dura il tempo di una piena.
La palma
Secondo simbolo, le palme. In Uruguay la palma yatay cresce soltanto nell’ovest, nei dipartimenti di Paysandú e di Río Negro: è una pianta di questa sponda e di quella di fronte. Il Papa ha citato il salmo: «il giusto fiorirà come palma» (Sal 92,13). Resiste al vento, affonda le radici, sale diritta verso la luce e dà un frutto dolce. Radicati in Cristo, principio e fine, i cristiani portano frutto rimanendo uniti a Lui.
Poi l’osservazione più bella, quella che solo chi ha guardato davvero il paesaggio poteva fare. Qui le palme non crescono isolate: formano palmeti, tante, vicine, mai sole. Così la Chiesa: una comunità che beve alla stessa sorgente della Parola, dei Sacramenti, della preghiera e della carità, e leva lo sguardo insieme verso Cristo, il sole che sorge dall’alto. Il Papa ha preso l’immagine dal Benedictus, il cantico del mattino, e l’ha consegnata a una Messa del mattino. Chi ha letto l’Apocalisse sa dove finisce il palmeto: in quella moltitudine immensa, di ogni nazione e lingua, che sta davanti al trono con le palme in mano (cfr Ap 7,9). Una palma sola è un ornamento. Un palmeto è un popolo.
Il mate
Il terzo simbolo era il più atteso, e il Papa lo ha trattato con l’umiltà dell’ospite: il suo significato profondo, ha detto, voi potete spiegarlo meglio di me. Ha ragione. Gli uruguaiani ne bevono circa dieci chili di yerba a testa ogni anno, il consumo pro capite più alto del mondo. Poi un sorriso: «Anche a Roma è arrivato il mate!». Chi ricorda Francesco accettare la zucca dalle mani di un pellegrino in piazza San Pietro ha capito l’allusione.
La yerba ha una genealogia che la Chiesa conosce bene. Erano i guaraní a berla, prima di ogni conquista; furono i gesuiti delle riduzioni i primi a farne germogliare i semi e a coltivarla, tanto che in Europa la si chiamò il tè dei gesuiti. Come la piccola Vergine dei Trentatré, scolpita da mani guaraní, anche il mate è arrivato all’Uruguay passando per le mani degli indios e dei missionari.
Il Papa ne ha descritto il rito: un segno di familiarità e di incontro, in cui si dialoga senza parole e ogni dettaglio ha un significato. Chi conosce il rito sa quale dettaglio conta di più. Nella ronda c’è una sola zucca e una sola bombilla, e c’è uno che versa l’acqua e serve tutti, a turno. Il primo mate, il più amaro, lo beve lui, perché agli altri arrivino i migliori. Il Papa non l’ha detto. Ma un popolo che ogni giorno affida il sorso più amaro a chi serve ha già capito, senza saperlo, qualcosa del calice del Getsemani.
E c’è il mate solitario, quello del silenzio. Il Papa ha pensato a chi lo beve da solo, all’alba o a notte fonda, affidando a Dio preoccupazioni e sogni. Ha chiesto comunità di preghiera che parlino con il Signore come un amico parla con un amico: è la formula del colloquio degli Esercizi di sant’Ignazio, che a sua volta ricorda Mosè, con cui Dio parlava faccia a faccia. Il Papa agostiniano ha preso in prestito le parole del fondatore dei gesuiti, gli stessi che coltivarono la yerba: la ronda si chiude.
Le cose di poco conto
La chiave stava nel Vangelo del giorno: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti» (Lc 16,10). Paolo, nella lettura, ringraziava i Filippesi: nella povertà, Dio era tutta la sua ricchezza, e la Provvidenza gli arrivava attraverso i fratelli. Vera visse così. Lo chiamavano padre dei poveri, perché dava loro tutto ciò che aveva, e alla sua morte lo lodarono anche gli avversari. Quando si spense, nel 1881, la notizia non la diede soltanto la Chiesa: un bollettino dell’Associazione Rurale annunciò che il capo della Chiesa nazionale era morto sulla sierra di Pan de Azúcar, durante una delle missioni che faceva senza sosta per le campagne. Il mondo delle estancias salutava il vescovo che ne aveva percorso i campi a cavallo.
Il messaggio, ha ricordato il Papa, non ci appartiene: lo portiamo in vasi d’argilla (cfr 2Cor 4,7). Ieri sera, ai Vespri, aveva parlato dell’argilla plasmata e animata dallo Spirito. Oggi l’argilla è diventata un vaso, e il vaso contiene un tesoro che non è nostro.
Per un francescano la frase sulle cose di poco conto ha il sapore della regola. I minori sono tali perché hanno scelto il poco: la ronda prima della cattedra. La fede, ha detto il Papa, appartiene al popolo uruguaiano fin dalle sue origini, e va trasmessa alle nuove generazioni con coraggio creativo. Il coraggio che ha chiesto, però, è di quelli quotidiani: formare i bambini e i giovani, accompagnare le famiglie, sostenere gli anziani, praticare la carità. Nessuna strategia, nessun piano. Le cose di poco conto, appunto, quelle da cui dipende tutto il resto.
Paysandú si chiama la Heroica per una resistenza fino all’ultimo uomo, e quella memoria merita rispetto. Ma stamattina il Papa ha ricordato un altro eroismo, vissuto negli stessi giorni dall’altra parte dell’acqua: quello di un prete che non difese nessuna trincea e curò i feriti di entrambe le parti. Non ha cambiato l’esito dell’assedio. Ha cambiato il nome di un’isola.
Alla fine il Papa è passato dal plurale al singolare: Cristo conta su di voi, e poi «Cristo conta su di te!». Nella ronda del mate nessuno viene saltato: prima o poi la zucca arriva nelle mani di ciascuno. Il Papa, stamattina, l’ha passata.
