Da Pontida alle classi con il tetto agli studenti stranieri, fino alla nuova destra raccolta attorno a Roberto Vannacci: nell’Italia che si prepara alla prossima stagione elettorale crescono simboli, provocazioni e identità contrapposte. Ma dietro il burqa da togliere sul palco, il passaporto dell’alunno e la parola “remigrazione” ci sono persone, dati e contraddizioni che la propaganda non riesce a contenere.

Quattro donne salgono sul palco di Pontida completamente velate. Dalla folla parte il coro: «Levalo». Il velo cade e arriva la parola liberatoria: «Libertà». Funziona. Applauso assicurato, fotografia assicurata, video assicurato. Manca soltanto una cosa, forse troppo noiosa per un comizio: capire davvero di che cosa stiamo parlando. Perché tra l’hijab, il niqab e il burqa c’è una differenza enorme; tra fede islamica e usanze sedimentate in determinate società ce n’è un’altra ancora maggiore. E quando la politica comincia a fare teologia attraverso un balletto, sarebbe prudente controllare almeno il vocabolario.

A Pontida, il 20 settembre, l’eurodeputata leghista Anna Maria Cisint è effettivamente salita sul palco con quattro esponenti del collettivo francese Nemesis coperte integralmente; dopo il coro «levalo» le donne hanno tolto il velo inneggiando alla libertà. Le cronache hanno utilizzato alternativamente i termini burqa e niqab, segno già abbastanza eloquente della confusione terminologica che accompagna il dibattito.

Eppure basterebbe aprire i testi anziché agitare i costumi di scena. Nei due passi coranici normalmente richiamati sul modo di vestire femminile, Corano 24,31 e 33,59, compaiono i termini khimār e jilbāb. Le loro forme concrete, la loro estensione e perfino le conseguenze normative sono oggetto di una lunga storia interpretativa islamica. Il burqa e il niqab, così come oggi li conosciamo, non sono semplicemente parole che si possano prendere dal Corano e mettere su un cartello elettorale.

Ancora più curioso è trasformare qualsiasi copertura del capo femminile in prova dell’alterità irriducibile dell’Islam. Le donne cristiane del Mediterraneo tardoantico e poi dell’Europa medievale conoscevano ampiamente veli e copricapi. San Paolo stesso discute del capo coperto in 1Cor 11. Naturalmente chiamare hijab il velo di una cristiana medievale sarebbe un anacronismo. Ma sostenere implicitamente che la copertura del capo sia un corpo estraneo piombato sull’Europa da un altro pianeta significa semplicemente dimenticare la nostra storia. La ricerca contemporanea mostra, peraltro, che l’uso del velo nel mondo cristiano antico fu molto meno uniforme di quanto certe ricostruzioni schematiche lascino intendere.

Si può e si deve discutere della libertà della donna. Si può giudicare incompatibile con determinati contesti pubblici l’occultamento completo del volto. Si può contrastare qualsiasi imposizione familiare o comunitaria. Ma un conto è liberare una donna da una costrizione, un altro è prendere quattro donne, coprirle per finta, scoprirle al momento stabilito e chiamare l’operazione emancipazione. La libertà femminile diventa piuttosto misera se ha bisogno di una coreografia.

E qui esplode una delle contraddizioni del nostro tempo. Da una parte denunciamo il patriarcato. Dall’altra rischiamo continuamente di definire la donna attraverso i centimetri di stoffa che porta addosso: troppa stoffa è oppressione, poca stoffa diventa provocazione, la gonna lunga tranquillizza qualcuno, quella corta inquieta qualcun altro. Proprio a Pontida Susanna Ceccardi ha ironizzato sulla lunghezza della propria gonna rivendicando il diritto delle donne di vestirsi come vogliono. È un principio ragionevole. E allora dovrebbe valere sul serio: contro chi obbliga una donna a coprirsi, ma anche contro chi pretende di stabilire politicamente quanto debba scoprirsi per dimostrare di essere libera.

Neppure il dramma dei femminicidi merita di finire nello stesso frullatore ideologico. Dire “patriarcato” può indicare una struttura culturale e relazionale che molti studiosi utilizzano per interpretare forme di dominio maschile; trasformare però quella parola nella spiegazione universale di ogni omicidio di donna rischia di non spiegare più nulla. Ma non sarebbe più serio sostituirla con la caricatura dell’uomo contemporaneo “castrato” dall’emancipazione femminile. I dati sono abbastanza terribili senza bisogno di psicologie da bar: nel 2024 l’Istat ha stimato 106 femminicidi su 116 donne uccise; 62 donne sono state uccise da partner o ex partner. Nella rilevazione sulla violenza del 2025, partner ed ex partner risultano responsabili di quote molto elevate delle forme più gravi di violenza. Il problema esiste dentro le relazioni, dentro il possesso, dentro l’incapacità di accettare la libertà altrui. Ridurlo a uno slogan significa ancora una volta usarlo invece di comprenderlo.

Poi arriviamo alla scuola. Giorgia Meloni ha annunciato il 20 settembre un tetto al numero degli studenti stranieri nelle classi, insieme a misure linguistiche per alcune famiglie immigrate e al divieto di burqa e niqab negli istituti. Il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli ha riconosciuto il problema didattico delle concentrazioni, ma ha posto la domanda concreta che buca il palloncino della propaganda: se in un quartiere gli studenti stranieri sono molti, dove li mandiamo? La scuola dell’infanzia o primaria accoglie innanzitutto i bambini del territorio. Le percentuali sulla carta non ricostruiscono magicamente le città.

Qui la Costituzione usa quattro parole che valgono più di molti comizi: la scuola è aperta a tutti. L’integrazione non significa certamente lasciare che si formino classi nelle quali una parte consistente degli alunni non comprende la lingua d’insegnamento. Sarebbe abbandono educativo. Ma nemmeno la cittadinanza scritta sul passaporto coincide automaticamente con la conoscenza dell’italiano. Il bambino con cittadinanza straniera nato a Torino può parlare italiano meglio del coetaneo formalmente italianissimo appena rientrato dopo anni trascorsi all’estero. Se il problema è linguistico, si misuri la competenza linguistica. Se è sociale, si intervenga sul disagio. Se è urbanistico, si affrontino i quartieri-ghetto. Il passaporto è uno strumento amministrativo, non una diagnosi pedagogica.

E forse dovremmo avere il coraggio di guardarli, questi quartieri, invece di stupirci della loro composizione soltanto quando dobbiamo formare una prima elementare. L’Italia ha avuto nel 2025 appena 355 mila nascite e un saldo naturale negativo di circa 296 mila persone; la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Le migrazioni hanno praticamente compensato quel deficit demografico. Nei primi sei mesi del 2026 le nascite hanno continuato a diminuire. Lo straniero non ha provocato la denatalità italiana: arriva dentro un Paese che i figli li fa sempre meno.

Lo stesso paradosso si vede nel lavoro. Possiamo gridare contro l’immigrazione la domenica e il lunedì affidare nostro padre non autosufficiente a una badante straniera. Non è una caricatura: nel 2025 il 68,9% dei lavoratori domestici registrati dall’INPS era straniero e, per la prima volta dal 2024, le badanti hanno superato le colf come tipologia prevalente. Le imprese, nel gennaio 2026, prevedevano personale straniero per oltre un quinto delle assunzioni programmate, con percentuali ancora più alte nell’agricoltura, nel tessile e nell’edilizia.

Contemporaneamente gli italiani continuano ad andarsene. Nel solo 2025 gli espatri sono stati 109 mila e il saldo migratorio dei cittadini italiani è rimasto negativo per 53 mila persone. Ancora più impressionante è il dato sul Mezzogiorno: tra il 2019 e il 2025 ha perso 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni, soprattutto verso il Centro-Nord ma anche verso l’estero. Prima di domandarsi ossessivamente chi debba “tornare a casa”, sarebbe forse utile domandarsi perché tanti ragazzi cresciuti e formati qui la propria casa sono costretti a cercarsela altrove.

Dentro questa temperatura politica si inserisce il fenomeno Vannacci. Nello stesso fine settimana di Pontida e della festa giovanile di Fratelli d’Italia, Futuro Nazionale ha riunito a Orvieto esponenti e simpatizzanti attorno a temi come remigrazione, sovranità, opposizione al cosiddetto woke, rapporti con Bruxelles e guerra in Ucraina. Il nome di Benito Mussolini è riemerso più volte nella convention e sul palco è intervenuto anche il pronipote Caio Giulio Cesare Mussolini. Era presente Gianni Alemanno, uscito dal carcere di Rebibbia il 24 giugno 2026 dopo avervi trascorso un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni in seguito alla vicenda giudiziaria legata a “Mondo di Mezzo”, e successivamente confluito nell’area di Futuro Nazionale. Sono fatti. Ciascuno ne tragga le proprie valutazioni politiche.

Ma proprio i fatti mostrano quanto sia diventata centrale la rappresentazione. Pontida mostra il velo che cade. Orvieto rilancia parole identitarie e simboli storici controversi. Fenix annuncia percentuali di stranieri nelle classi. Le opposizioni rispondono con i propri slogan. Tutti hanno bisogno di una scena semplice perché la realtà è terribilmente complicata.

Ed è qui che un cristiano dovrebbe diventare particolarmente scomodo. Non perché possieda il programma politico perfetto, ma perché non può permettersi una morale a geometria variabile. La Chiesa non insegna che le frontiere non esistano né che ogni politica migratoria sia equivalente. Fratelli tutti parla insieme di integrazione, identità culturale e dignità inalienabile dello straniero; Leone XIV, nel messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2026, ha scelto precisamente i minori migranti ricordando che ogni bambino possiede una dignità che precede qualsiasi documento.

E soprattutto il cristiano non può diventare selettivamente “pro vita”. Il Catechismo condanna senza ambiguità l’aborto diretto; lo stesso Catechismo afferma senza ambiguità che i non combattenti devono essere rispettati e che la distruzione indiscriminata di città e popolazioni è un crimine contro Dio e contro l’uomo. Non esistono bambini cristiani degni di pianto e bambini musulmani, ebrei, palestinesi, ucraini o russi trasformabili in effetti collaterali. La vita umana non acquista dignità alla frontiera e non la perde sotto una bandiera diversa dalla nostra.

Questo dovrebbe essere il confine cristiano più netto di tutti: prima viene la persona, poi viene la propaganda. Prima il bambino e poi la percentuale della sua classe. Prima la donna concreta e poi il pezzo di stoffa che abbiamo deciso di trasformare nel simbolo di una civiltà. Prima l’anziano accudito dalla badante e poi il comizio sulla remigrazione. Prima il giovane laureato che parte con una valigia e poi l’enfasi sulla patria. Prima la memoria storica e poi la nostalgia, qualunque colore abbia.

Il problema non è discutere d’immigrazione, identità nazionale, sicurezza, Islam o integrazione. Bisogna discuterne. Anche duramente. Il problema nasce quando per non affrontare le nostre responsabilità costruiamo un antagonista abbastanza semplice da poter essere fischiato da un palco. È molto più facile contare gli stranieri di una classe che chiedersi perché interi quartieri siano stati lasciati diventare periferie segregate. Più facile indignarsi per il velo di una musulmana che finanziare servizi, insegnanti e mediatori. Più facile accusare chi arriva che interrogarsi su un Paese che non fa figli, perde giovani qualificati e affida pezzi importanti del proprio welfare e della propria economia proprio agli immigrati.

Il Vangelo conosce bene questo meccanismo. Ai tempi di Gesù il forestiero aveva altri nomi: samaritano, pagano, pubblicano. Erano categorie perfette finché Cristo non ebbe la pessima idea di raccontare che l’uomo lasciato mezzo morto lungo la strada era stato soccorso proprio dal samaritano.

Duemila anni dopo continuiamo a preferire le categorie.

Ogni tanto, però, la cronaca rovina la sceneggiatura. Il 18 settembre, a Roma, una professoressa è stata accoltellata da un alunno tredicenne italiano. A fermare l’aggressore e a soccorrere l’insegnante è stato un compagno di tredici anni originario della Repubblica Democratica del Congo, arrivato in Italia senza i genitori e ospitato in una casa famiglia. La stessa docente aveva espresso sui social posizioni favorevoli alla remigrazione; dopo essere stata salvata dal ragazzo congolese ha ribadito le proprie idee, precisando che quel ragazzo aveva pieno diritto di stare in Italia.

Non dimostra che gli immigrati siano buoni e gli italiani cattivi. Sarebbe una stupidaggine uguale e contraria.

Dimostra qualcosa di molto più serio: le persone sono sempre più grandi delle categorie nelle quali la propaganda tenta di infilarle.

E forse, mentre ci avviciniamo alle urne e i palchi diventano sempre più rumorosi, sarebbe già una piccola rivoluzione cristiana ricordarselo.

 L’Italia ha problemi reali di integrazione, sicurezza, denatalità, violenza e coesione sociale. Proprio per questo merita qualcosa di più di un burqa da sfilare a comando o di una percentuale da gridare dal palco. Il cristianesimo non chiede di abolire frontiere, identità e regole: chiede qualcosa di assai più difficile alla politica, cioè di non sacrificare mai la persona alla convenienza di una rappresentazione.