CNN esclusa anche dal pool televisivo dopo il bando dalla Casa Bianca insieme a Politico e MS NOW. Trump accusa le testate di “fake news” e copertura ostile. Ma se il potere decide quali giornalisti meritano di assistere al potere in base a ciò che scrivono, il problema non è più la simpatia per una rete televisiva: è la libertà d’informazione.

Donald Trump non ama alcuni giornali. Fin qui nulla di scandaloso: è un diritto persino del presidente degli Stati Uniti cambiare canale. Il problema comincia quando, invece del telecomando, usa le chiavi della Casa Bianca. CNN, MS NOW e Politico sono state escluse dal complesso presidenziale dopo che Trump le ha accusate di diffondere “fake news”; ai loro giornalisti sono state disattivate o ritirate le credenziali. Ora CNN è stata cancellata anche dal turno del pool televisivo che avrebbe dovuto seguire il presidente a New York. Se un giornale deve piacere al presidente per poterlo controllare, non abbiamo più una stampa libera. Abbiamo un ufficio stampa particolarmente affollato.

Il 18 settembre Trump ha annunciato il bando di CNN, MS NOW e Politico dalla Casa Bianca, motivandolo con il carattere a suo giudizio falso e sistematicamente negativo della loro copertura. Il giorno successivo giornalisti delle tre testate sono stati effettivamente respinti all’ingresso e le loro credenziali disattivate o confiscate. Il 21 settembre le tre organizzazioni hanno annunciato un’azione giudiziaria federale sostenendo che l’esclusione viola il Primo Emendamento e il diritto al due process.

Poi è arrivato un passaggio ancora più significativo. CNN avrebbe dovuto svolgere questa settimana il proprio turno nel pool televisivo della Casa Bianca, il meccanismo attraverso il quale le grandi reti si alternano nel seguire da vicino il presidente e distribuiscono immagini anche alle altre organizzazioni giornalistiche. Nella programmazione diffusa dalla Casa Bianca per lunedì il network non figurava più come pool televisivo principale proprio mentre Trump si preparava a recarsi a New York per gli appuntamenti collegati all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Bisogna essere molto chiari su un punto. Nessuno sta sostenendo che CNN, Politico o MS NOW possiedano il sacramento dell’infallibilità giornalistica. Possono sbagliare. Possono essere faziosi. Possono pubblicare servizi scadenti. Possono avere orientamenti editoriali riconoscibili. Possono perfino nutrire un’antipatia feroce per Donald Trump. Il giornalismo non diventa costituzionalmente protetto perché è buono, elegante o simpatico.

È protetto precisamente perché deve poter essere scomodo.

La libertà di stampa inventata dagli americani non consiste nel diritto del presidente di ricevere recensioni positive. Il Primo Emendamento non dice che il Congresso proteggerà i giornalisti purché questi abbiano cura dell’autostima dell’inquilino della Casa Bianca. Protegge la parola precisamente dal potere politico. E la White House Correspondents’ Association ha ricordato il 18 settembre che tale protezione non può dipendere dall’apprezzamento presidenziale per una testata, dalle domande che pone o dalle conclusioni cui giunge. Il giorno successivo l’associazione ha definito la revoca dell’accesso una violazione del Primo Emendamento e ha richiamato i precedenti secondo cui un accesso concesso alla stampa non può essere tolto arbitrariamente sulla base del contenuto della copertura.

Naturalmente c’è anche l’argomento della Casa Bianca, ed è giusto riportarlo. L’amministrazione Trump sostiene da tempo che l’accesso agli spazi più ristretti del presidente — Oval Office, Air Force One, eventi con posti limitatissimi — comporti inevitabilmente una selezione e che l’esecutivo disponga di un margine significativo nel decidere chi possa entrare. Nel precedente contenzioso con Associated Press i legali dell’amministrazione hanno insistito proprio su questa discrezionalità. E nel 2025 una corte d’appello ha temporaneamente lasciato alla Casa Bianca maggiore spazio decisionale sugli eventi a capacità limitata mentre il merito della controversia continuava a essere esaminato.

Ma qui il problema si allarga enormemente. Non stiamo discutendo soltanto su quale fotografo possa entrare in un minuscolo Studio Ovale insieme ad altri cinque colleghi. Giornalisti appartenenti a tre organizzazioni sono stati esclusi dall’intero complesso della Casa Bianca dopo che il presidente aveva esplicitamente attaccato il contenuto della loro copertura. Ed è proprio la motivazione a rendere la faccenda così esplosiva: non sicurezza, non violazione delle regole, non comportamento incompatibile con il lavoro giornalistico. Il motivo dichiarato è la qualità — secondo Trump falsa e ostile — di ciò che quelle testate pubblicano.

È il sogno di ogni potente da quando esiste la stampa: non abolire i giornali, operazione troppo grossolana, ma dividere i giornalisti in buoni e cattivi. I buoni entrano. I cattivi aspettano fuori dal cancello. I buoni fanno domande. I cattivi guardano la diretta. I buoni sono “corretti”. I cattivi fanno “fake news”.

Resta soltanto da stabilire chi distribuisce i certificati di correttezza.

Il presidente?

Ed ecco la piccola tragedia comica del nostro tempo: la guerra alle “fake news”, nata anche da un problema vero — perché disinformazione, manipolazioni e giornalismo mediocre esistono eccome — rischia di diventare il più comodo passepartout inventato dal potere. Non mi piace ciò che scrivi? Fake news. Mi critichi? Fake news. Interpreti diversamente i dati? Fake news. Pubblicizzi qualcosa che preferirei non leggere? Il passo successivo è togliere il pass.

Ma “falso” non può diventare sinonimo di “sgradito”.

Se una testata diffama, esistono tribunali. Se pubblica una falsità, esistono rettifiche, smentite, repliche e cause civili. Se un giornalista viola le regole di sicurezza della Casa Bianca, esistono procedure disciplinari. Ciò che diventa costituzionalmente molto più delicato è l’esclusione decisa dal governo come risposta al contenuto della critica.

Non è neppure una questione nuova per Trump. Durante il suo primo mandato la Casa Bianca revocò la credenziale al giornalista CNN Jim Acosta; un giudice federale ordinò poi il ripristino temporaneo dell’accesso. Nel più antico caso Sherrill v. Knight, del 1977, la Corte d’appello del District of Columbia stabilì che, una volta istituito un sistema di credenziali per i corrispondenti della Casa Bianca, il diniego coinvolge interessi tutelati dal Primo Emendamento e richiede almeno comunicazione delle ragioni, possibilità di replica e una decisione motivata.

Non significa che ogni giornalista del pianeta abbia diritto costituzionale a una sedia in prima fila accanto al presidente. Significa qualcosa di più ragionevole e più importante: il governo non può trasformare l’accesso in una mancia distribuita secondo simpatia politica senza incontrare seri problemi costituzionali.

Persino nella controversia con Associated Press, nata quando l’agenzia si rifiutò di adottare esclusivamente la denominazione “Golfo d’America” voluta da Trump per il Golfo del Messico, il giudice federale Trevor McFadden — nominato dallo stesso Trump — stabilì nell’aprile 2025 che, quando il governo apre un determinato evento ad alcuni giornalisti, non può escluderne altri semplicemente a causa del loro punto di vista. La decisione ha poi incontrato passaggi d’appello che hanno restituito alla Casa Bianca margini di discrezionalità nei luoghi a capienza limitata, quindi il quadro giuridico non è riducibile a uno slogan; ma il principio della discriminazione fondata sul punto di vista resta al centro del contenzioso.

Per un giornalista cattolico la questione dovrebbe essere ancora più seria, perché non abbiamo neppure bisogno di importare il Primo Emendamento per comprendere il problema. Il Concilio Vaticano II, nell’Inter mirifica, afferma che appartiene alla società umana un vero diritto all’informazione e aggiunge due condizioni che sarebbe bene leggere insieme: l’informazione deve essere vera e, nel rispetto della giustizia e della carità, completa. Lo stesso documento attribuisce all’autorità civile il dovere di proteggere «la vera e giusta libertà d’informazione».

La Chiesa, dunque, non canonizza il giornalista solo perché impugna un microfono. Gli chiede verità, completezza, dignità, responsabilità. Ma proprio per questo non consegna al governante il potere di decidere preventivamente quale giornale meriti di raccontarlo.

Communio et progressio è ancora più esplicita: una sana opinione pubblica richiede il diritto di accesso alle fonti e ai canali delle notizie insieme alla libertà di espressione. Senza accesso alle fonti, la libertà di stampa rischia di diventare una meravigliosa libertà di indovinare ciò che il potere sta facendo dietro la porta chiusa.

Ecco allora il vero problema del caso Trump. Non che CNN sia simpatica. Non che Politico sia neutrale. Non che MS NOW non abbia una propria cultura editoriale. Non lo sono necessariamente, e non devono esserlo.

Il problema è l’idea che il potere possa rispondere a una copertura sgradita restringendo l’accesso alla fonte del potere stesso.

È una tentazione antica. Anche molto umana. Il sindaco vorrebbe il giornale locale riconoscente. Il vescovo qualche volta preferirebbe il cronista che non fa domande. Il presidente gradirebbe la televisione che racconta il miracolo quotidiano dell’amministrazione. L’imprenditore adora il giornalismo investigativo finché investiga l’azienda del concorrente.

Ma il giornalista non è pagato dalla democrazia per tenere alto l’umore di chi governa.

E neppure il giornalismo cristiano può ridursi a un coro di sacrestia del potente di turno soltanto perché quel potente promette di difendere alcuni valori cari ai cristiani. Si può apprezzare una politica sull’aborto, sull’economia, sull’immigrazione o sulla famiglia e nello stesso momento contestare con decisione un atto che restringe la libertà dell’informazione. Il cristianesimo non funziona a pacchetti promozionali: tre politiche gradite e in omaggio il silenzio sulle altre.

Giovanni Paolo II, parlando proprio agli operatori della comunicazione negli Stati Uniti, ricordò che libertà di parola e libertà di stampa sono necessarie, ma aggiunse immediatamente il dovere della verità e della completezza, mettendo in guardia anche dalla manipolazione prodotta attraverso il silenzio deliberato su determinate questioni. È questo l’equilibrio adulto: una stampa libera non significa una stampa irresponsabile; una stampa responsabile non significa una stampa addomesticata.

Trump ha tutto il diritto di rispondere ai giornalisti, criticarli, smentirli, accusarli pubblicamente di superficialità e portare in tribunale chi ritiene lo abbia diffamato.

Quello si chiama conflitto democratico.

Togliere il microfono è un’altra cosa.

Perché il giornalista più importante, per chi governa, non è quello che scrive: «Signor Presidente, che meraviglia».

È quello che domanda: «Signor Presidente, perché?».

E qualche volta insiste.

CNN, MS NOW e Politico hanno portato il caso davanti alla giustizia federale; saranno i giudici a stabilire i confini costituzionali concreti dell’accesso alla Casa Bianca. Ma il principio politico e giornalistico precede già la sentenza: un governo può combattere le falsità, replicare alle critiche e pretendere professionalità. Non dovrebbe però poter stabilire che il prezzo di una credenziale sia una copertura gradita. Quando il potere comincia a scegliere i giornalisti sulla base di ciò che scrivono, la prima notizia che rischia di scomparire è proprio quella che il potere non voleva farci conoscere.