Dalla Sicilia del dopoguerra alla Calabria dei moti di Reggio, fino al progetto golpista di Junio Valerio Borghese, documenti giudiziari e parlamentari mostrano contatti ripetuti tra criminalità organizzata ed eversione nera. Non una sola centrale onnipotente, né una prova che ogni strage abbia avuto la stessa regia: piuttosto una rete di convergenze, uomini e interessi che per decenni rese permeabile il confine tra mafia e destabilizzazione politica.

 La mafia non aveva bisogno di diventare fascista. E i neofascisti non avevano bisogno di essere iniziati a una cosca. Bastava che, in determinati momenti, gli interessi coincidessero. È forse questa la chiave meno cinematografica e più inquietante per leggere una parte della storia italiana del dopoguerra. Tra uomini di Cosa nostra e della ’Ndrangheta, militanti dell’eversione nera, ambienti massonici e progetti golpisti i contatti non furono soltanto materia per romanzi. Sono entrati nelle carte giudiziarie, nelle commissioni parlamentari e nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ciò che non possiamo fare è trasformare quelle relazioni in una spiegazione universale di mezzo secolo di storia italiana. Ciò che non possiamo più fare, però, è fingere che quei mondi non si siano mai incontrati.

Due mondi apparentemente incompatibili

Per molti anni la rappresentazione pubblica è stata semplice: la mafia cercava denaro e potere; il terrorismo politico perseguiva invece un progetto ideologico. Due fenomeni differenti, dunque. Ed effettivamente lo erano. Una cosca non è un movimento politico, e un’organizzazione eversiva non coincide con un’associazione mafiosa.

Ma realtà differenti possono trovare terreni comuni.

Ordine Nuovo nacque negli anni Cinquanta nell’area missina e divenne successivamente un centro autonomo guidato da Pino Rauti, con un’impostazione radicalmente anticomunista e ostile alla democrazia parlamentare; Treccani ricostruisce la formazione della corrente nel 1953 e la separazione dal MSI nel gennaio 1957. Avanguardia Nazionale si sviluppò invece intorno a Stefano Delle Chiaie, proveniente a sua volta da quell’area politica e poi protagonista della galassia della destra radicale italiana. Delle Chiaie sarebbe stato coinvolto in diversi procedimenti riguardanti le stragi, risultando tuttavia assolto, tra l’altro, nei procedimenti relativi a Piazza Fontana e Bologna: un dato che deve accompagnare ogni ricostruzione seria della sua figura. 

Il materiale dal quale nasce questo elzeviro ricostruisce numerosi episodi nei quali uomini provenienti da questi ambienti finirono a contatto con mafiosi siciliani e calabresi. È però forse più corretto parlare di convergenze che di fusione. Dire che mafia e neofascismo furono sempre «un tutt’uno» sarebbe infatti più di quanto le prove consentano di sostenere. Dire che in determinate stagioni uomini dei due mondi collaborarono, si cercarono o si considerarono reciprocamente utili è molto più solido.

L’anticomunismo come lingua comune

Che cosa poteva avvicinare mondi così differenti? Una delle risposte è l’anticomunismo. Non basta da solo a spiegare tutto, naturalmente. L’anticomunismo fu condiviso nel dopoguerra da milioni di italiani che nulla ebbero a che vedere con eversione o criminalità. Ma in alcuni ambienti estremi esso poteva trasformarsi nella giustificazione di una concezione della politica secondo cui fermare la sinistra fosse un obiettivo superiore alle normali regole democratiche.

Per le mafie il ragionamento era ancora più pragmatico. La criminalità organizzata non aveva bisogno di aderire alla filosofia politica degli estremisti. Poteva semplicemente valutare quale assetto di potere garantisse maggiore impunità, quali uomini fossero utili, quali relazioni potessero produrre vantaggi.

È un elemento che emerge con particolare forza quando si arriva al tentativo di golpe di Junio Valerio Borghese.

Tommaso Buscetta raccontò alla Commissione parlamentare antimafia che nel 1970 esponenti di primo piano di Cosa nostra discussero l’eventualità di sostenere il progetto golpista. Secondo la sua ricostruzione, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e altri boss furono informati del progetto e si confrontarono sulla proposta; una parte della vicenda passò attraverso interlocutori massonici. Si tratta di dichiarazioni di collaboratori di giustizia acquisite molti anni dopo i fatti e, proprio per questo, da collocare correttamente nel loro valore storico e probatorio. 

Il dato importante è che il rapporto tra mafia e progetto golpista non fu inventato da qualche pamphlet posteriore: entrò nel lavoro della Commissione antimafia e nelle successive ricostruzioni giudiziarie.

La Calabria, laboratorio di una convergenza

Se la Sicilia offre un capitolo, la Calabria ne offre uno forse ancora più evidente.

Il 26 ottobre 1969 si svolse sull’Aspromonte il summit di Montalto, una grande riunione di esponenti della ’Ndrangheta interrotta dall’intervento della polizia. Le successive inchieste giudiziarie e parlamentari si sono interrogate sulla possibilità che in quella stagione una parte dell’organizzazione mafiosa calabrese fosse interessata a rapporti con la destra eversiva e con il progetto politico di Borghese. Un documento della Commissione stragi, riprendendo anche le risultanze dell’operazione Olimpia, descrive il vertice come un momento nel quale sarebbe stata discussa anche l’eventualità di sostenere una linea eversiva collegata a Borghese; la formulazione degli atti resta prudentemente ipotetica su alcuni partecipanti e sulle effettive decisioni assunte. 

Questa prudenza è essenziale. La storia non migliora se rendiamo certe le cose che le fonti lasciano controverse.

Ma poco dopo arrivarono i moti di Reggio Calabria e, il 22 luglio 1970, la strage ferroviaria di Gioia Tauro. Le successive indagini avrebbero collocato quell’attentato nel clima dell’eversione nera e dei rapporti tra uomini di Avanguardia Nazionale e criminalità calabrese. La sentenza della Corte d’Assise di Palmi del 2001 individuò tre esponenti legati ad Avanguardia Nazionale — Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella — come responsabili dell’azione; i tre erano già morti e non poterono quindi subire una condanna personale. 

Siamo già oltre la semplice coincidenza ambientale.

Il golpe che non ci fu e gli uomini che erano pronti

La notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 il tentativo di golpe Borghese si mise effettivamente in movimento prima di essere improvvisamente fermato. Sulle ragioni del contrordine continuano da decenni interpretazioni differenti. Molto più interessante, per il nostro discorso, è ciò che alcuni collaboratori raccontarono successivamente sulle disponibilità offerte dalle organizzazioni criminali.

Negli atti parlamentari viene riportata, per esempio, la dichiarazione di Carmine Dominici secondo cui anche in Calabria uomini dell’estrema destra erano mobilitati e avrebbero ricevuto persino divise dei carabinieri per operare in caso di successo del progetto. Le dichiarazioni di Giacomo Lauro indicarono inoltre l’esistenza di richieste rivolte alla ’Ndrangheta affinché sostenesse iniziative della destra extraparlamentare. 

Il documento allegato riprende la stessa stagione e descrive contatti attribuiti a personaggi quali Paolo Romeo, i De Stefano e Stefano Delle Chiaie, oltre alla mobilitazione nella notte del golpe. 

Ciò non significa che l’intera ’Ndrangheta avesse aderito a Borghese. Le stesse fonti mostrano divisioni, interessi differenti e cosche non necessariamente concordi. Ed è proprio questo a rendere più credibile la ricostruzione: le mafie non sono eserciti monolitici che votano all’unanimità su una linea politica. Sono sistemi di potere capaci di scegliere diversamente quando diversi sono gli interessi in gioco.

portella della ginestra

Portella della Ginestra: attenzione alle scorciatoie

Il problema diventa ancora più delicato quando si torna al 1° maggio 1947 e alla strage di Portella della Ginestra.

Qui esiste una verità giudiziaria consolidata sulla responsabilità della banda di Salvatore Giuliano. Esistono inoltre decenni di interrogativi sulle relazioni tra banditismo, mafia, latifondo, politica e anticomunismo. La stessa Commissione parlamentare antimafia ha ritenuto tanto importante la questione da pubblicare e successivamente desecretare ampie raccolte di documenti relativi alla strage. 

Il testo che mi hai fornito avanza una ricostruzione assai più netta, collegando Giuliano direttamente ad ambienti neofascisti e a Borghese sulla base di documentazione archivistica statunitense e britannica. Questo filone di ricerca è interessante e merita di essere studiato, ma non può essere presentato come equivalente a una responsabilità giudiziariamente accertata dei soggetti politici indicati. Le accuse formulate da Gaspare Pisciotta contro esponenti politici dell’epoca non furono accolte dai giudici come prova dei mandanti della strage.

Qui il giornalismo deve resistere alla tentazione della frase definitiva.

Portella è ancora più inquietante se lasciamo parlare con precisione ciò che conosciamo, anziché colmare ogni vuoto.

Non c’era bisogno di una centrale unica

Forse continuiamo a cercare la domanda sbagliata: chi comandava tutto?

La storia reale potrebbe essere molto meno ordinata.

Un uomo dell’eversione poteva conoscere un mafioso perché aveva bisogno di armi. Un mafioso poteva conoscere un estremista perché voleva accreditarsi presso ambienti che immaginava prossimi al potere. Un massone poteva funzionare da mediatore. Un criminale comune poteva mettere a disposizione un’automobile, un rifugio o un contatto. Un agente dello Stato poteva diventare fonte, protettore oppure semplicemente osservatore.

Non occorre che tutti condividano lo stesso progetto.

Basta che, per qualche tratto di strada, vogliano la stessa cosa.

È questo che rende il concetto di zona grigia molto più utile di quello di cospirazione universale. La cospirazione presuppone un centro. La zona grigia può vivere di relazioni orizzontali, convenienze temporanee e reciproci silenzi.

La nuova ’Ndrangheta capì che il potere non abitava soltanto nei paesi

La Calabria degli anni Settanta contiene poi un’altra trasformazione decisiva. La ’Ndrangheta stava cambiando pelle. Non più soltanto controllo dei territori rurali, estorsioni e vecchi equilibri familiari, ma appalti, grandi opere, politica, professioni, rapporti con ambienti massonici e capacità di muoversi oltre i confini provinciali.

Il materiale allegato attribuisce grande importanza all’ascesa dei De Stefano e ai rapporti con ambienti eversivi e massonici, citando le successive risultanze dell’operazione Olimpia. Anche su singoli passaggi occorre distinguere ciò che proviene da sentenze definitive da ciò che appartiene a informative e dichiarazioni di collaboratori; il fenomeno generale della trasformazione della ’Ndrangheta in organizzazione capace di relazioni politiche ed economiche più sofisticate, tuttavia, appartiene ormai alla storia giudiziaria dell’organizzazione.

Ed è forse qui che criminalità e politica eversiva smettono di essere due storie parallele.

Entrambe comprendono che il vero potere non è soltanto quello che spara.

È quello che costruisce relazioni.

La memoria diventa propaganda quando cancella le distinzioni

C’è infine un rischio contemporaneo da evitare. Ricostruire la storia dell’eversione neofascista non significa attribuire automaticamente quelle responsabilità alla destra politica di oggi. La responsabilità penale è individuale; anche la responsabilità storica va documentata e non trasmessa per genealogia ideologica.

Allo stesso modo, però, nessuna legittima preoccupazione per l’uso politico della memoria può diventare un pretesto per cancellare le acquisizioni giudiziarie sui gruppi neofascisti della strategia della tensione. Treccani ricorda Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e il Fronte Nazionale tra le formazioni neofasciste coinvolte nella stagione dell’eversione e dei progetti golpisti. 

La storia non deve assolvere il presente né condannarlo per procura.

Deve raccontare il passato.

Mafia e neofascismo: alleati quando conveniva

Forse allora anche la formula “alleanza” va utilizzata con attenzione. Non ci fu necessariamente un trattato permanente tra due organizzazioni. Ci furono uomini che si incontrarono, progetti nei quali gli interessi si sovrapposero, ambienti che si fecero reciprocamente utili.

Il fallito golpe Borghese ne offre uno dei casi più significativi. La Calabria dei moti di Reggio e di Gioia Tauro ne aggiunge un altro. Portella della Ginestra continua a interrogare gli storici su rapporti politici e criminali più antichi, senza autorizzarci a trasformare ogni ipotesi in fatto.

È molto più complicato di una guerra tra fascisti e antifascisti.

È la storia di una democrazia giovane che, mentre cercava di consolidarsi, dovette convivere con pezzi della società che non sempre consideravano inviolabili le sue regole. Criminali che vedevano nella politica uno strumento di protezione; estremisti che vedevano nei criminali uomini da utilizzare; mediatori che potevano passare dall’uno all’altro senza preoccuparsi troppo delle etichette.

Non sappiamo se dietro tutte quelle vicende vi sia mai stata una sola cabina di regia.

Probabilmente è proprio questa ossessione per la cabina di regia ad averci impedito qualche volta di vedere ciò che era davanti agli occhi: non serve un unico burattinaio quando esistono interessi capaci di riconoscersi.

E questa, forse, è la parte più inquietante.

Perché il grande complotto possiamo immaginarlo come qualcosa di eccezionale.

La convergenza degli interessi, invece, è terribilmente normale.

Mafia ed eversione neofascista non furono la stessa cosa, ma in alcuni momenti della storia repubblicana uomini provenienti dai due mondi si cercarono, si parlarono e risultarono reciprocamente utili. Il compito della memoria non è inventare una regia unica dove le prove non arrivano. È molto più difficile: seguire uno per uno quei contatti, distinguere testimonianze e sentenze, capire quando una conoscenza diventò collaborazione e quando una collaborazione si trasformò in un attacco alla democrazia.