Dal bronzo al fonte
Nel pomeriggio il Papa aveva letto il monumento ad Artigas; la sera, a poche centinaia di metri, ha commentato il salmo contro gli idoli di metallo. Tra il fonte del padre della patria e la tomba del beato Jacinto Vera, ha consegnato al clero il segreto dell’evangelizzazione: somigliare a Colui che si annuncia.
Tra il bronzo e il fonte ci sono poche centinaia di metri. Da Plaza Independencia si passa sotto la Puerta de la Ciudadela, si percorre la Sarandí tra le facciate della Ciudad Vieja e si sbuca in Plaza Matriz, davanti alla cattedrale. Leone XIV ha coperto quella distanza in poche ore, e non era soltanto una distanza urbana. Nel pomeriggio aveva letto, figura dopo figura, il fregio del monumento sotto il quale riposano le spoglie di Artigas. La sera, aprendo l’omelia dei Vespri davanti a vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e seminaristi, ha salutato per primo un altro oggetto legato al padre della patria: il fonte in cui José Gervasio Artigas fu battezzato, nel 1764, a pochi giorni dalla nascita.
Prima del bronzo, l’acqua. Prima del cavaliere che guida un popolo in esodo, un neonato che riceve una vita che non si è dato. Lì, ha detto il Papa, cominciò per lui la vita nuova di figlio di Dio; e la stessa grazia sta all’origine della storia di ciascuno. Un francescano aggiunge un dettaglio che nell’omelia non c’era: quel bambino avrebbe imparato a leggere e a scrivere alla scuola dei frati di Montevideo. Il padre della patria laica era passato per le mani della Chiesa prima ancora di salire a cavallo.
Gli idoli d’argento
Poco prima l’assemblea aveva intonato il salmo che descrive gli idoli d’oro e d’argento, opera delle mani dell’uomo. Cantarlo a Montevideo ha un sapore particolare: a pochi isolati si apre l’estuario che porta il nome dell’argento, il Río de la Plata, chiamato così da navigatori che sognavano una sierra di metallo prezioso nell’entroterra e su quelle rive non la trovarono mai. Il Papa si è fermato sul versetto più tagliente: «Diventi come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida» (Sal 134,18). Gli uomini costruivano quelle immagini e finivano per somigliare loro. Il cuore umano, ha commentato, assume a poco a poco la forma di ciò che ama e di ciò in cui ripone la propria fiducia. Agostino lo aveva detto con la brutalità dei grandi: terram diligis? terra eris. Ami la terra, e diventerai terra.
Nel paese più secolarizzato del continente sarebbe stato facile puntare il dito sugli idoli degli altri: il mercato, il benessere, una religione civile tutta laica. Leone ha cominciato dai propri. Il cuore di chi ha consacrato la vita al Signore, ha detto, può restare legato a un’opera che considera sua, al riconoscimento ricevuto, alla sicurezza di avere tutto sotto controllo. Gli idoli del clero non sono d’oro: sono le opere, gli applausi, il controllo. È una diagnosi da confessore più che da sociologo, e per questo è più severa.
Occhi, orecchi, mani
Gli idoli hanno bocca e non parlano, occhi e non vedono, orecchi e non odono. Il Dio d’Israele, al contrario, si presenta a Mosè come Colui che vede e ascolta: «Ho osservato la miseria del mio popolo […] e ho udito il suo grido» (Es 3,7). Nel Figlio fatto uomo, ha detto il Papa, quella compassione ha ricevuto un volto: occhi che si alzano verso Zaccheo tra i rami, orecchi aperti a Bartimeo che la folla vuole zittire, una mano tesa verso il lebbroso, una bocca che dalla croce chiede perdono per i carnefici.
Tutta l’omelia è costruita così, come un’anatomia. E qui la scuola francescana ha qualcosa da aggiungere. Tertulliano, in un passo che la Gaudium et spes ha reso celebre, scriveva che mentre Dio plasmava il fango di Adamo pensava a Cristo, all’uomo che sarebbe venuto: quodcumque limus exprimebatur, Christus cogitabatur homo futurus. Duns Scoto ne ha tratto la conseguenza più audace: Cristo è il primo nell’intenzione di Dio, voluto prima di ogni previsione del peccato e non come suo rimedio. Ne segue che gli occhi di Gesù non sono una copia dei nostri. Sono i nostri a esserne un abbozzo. Somigliare a Cristo, allora, non significa adattarsi a un modello esterno: significa che l’argilla ritrova la forma per cui era stata modellata. L’idolatria è la creazione rovesciata. L’uomo plasma il metallo secondo il proprio desiderio, e poi lascia che il metallo plasmi lui.
Le mani invecchiate
Poi il Papa ha applicato la stessa anatomia a chi gli stava davanti: occhi che si sono accorti di lacrime inosservate, orecchi che hanno raccolto confidenze difficili da pronunciare, mani che hanno elevato il Corpo di Cristo, assistito i malati, preparato un piatto di cibo. Alcune recano i segni dell’età e del lavoro. «Quanto sono belle le mani invecchiate facendo del bene!»
È la frase della serata, e conviene custodirla. Chi ha passato anni in missione, in Africa come in America Latina, quelle mani le riconosce a prima vista: nocche gonfie, pelle consumata dal sole e dall’acqua, dita che hanno contato più ostie che monete. Il Papa non le ha compatite. Le ha chiamate belle.
La lettura breve, dalla Lettera di Giacomo, ricordava che la prova della fede produce la costanza. Leone ne ha tratto una piccola teologia dell’invecchiamento: quando il lavoro sembra sterile, quando le forze diminuiscono, quando si deve ricominciare da capo, la perseveranza lascia un segno, e con gli anni lo sguardo diventa più misericordioso, le mani più pronte a servire, la parola più capace di consolare. Lo diceva un uomo di settantun anni, ventiquattro giorni dopo il Gemelli: nessuno, in quella navata, aveva bisogno di una nota a margine.
San Bonaventura, raccontando la Verna nella Legenda maior, scrive che il vero amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’Amato. In Francesco la somiglianza arrivò fino alle mani. È il salmo letto al rovescio: si diventa ciò che si ama, e chi ama il Crocifisso finisce per portarne i segni.
I piedi di don Jacinto
Sotto le volte della cattedrale riposa il beato Jacinto Vera, e il Papa ha applicato anche a lui la stessa anatomia: piedi che hanno percorso le strade dell’Uruguay, mani che hanno benedetto e soccorso i poveri, orecchi che hanno accolto innumerevoli confidenze, occhi fermi su chi aveva bisogno. Ora attendono la risurrezione. Vera era nato in mare, il 3 luglio 1813, sulla nave che portava la sua famiglia dalle Canarie al Río de la Plata, al largo delle coste brasiliane. Divenne il primo vescovo di Montevideo, attraversò il paese più volte in missione e morì il 6 maggio 1881 a Pan de Azúcar, nel pieno di una di quelle missioni. Il monumento sepolcrale lo eresse il popolo, con una sottoscrizione. È stato beatificato a Montevideo il 6 maggio 2023, nell’anniversario della morte, e un libro uscito alla vigilia lo ha descritto entrato in cielo con le scarpe ai piedi.
Il viaggio toccherà Chiclayo, dove Leone chiuderà il Giubileo di san Toribio de Mogrovejo, l’arcivescovo di Lima morto a Saña durante una visita pastorale. La prima sera in Sud America, il Papa ha predicato accanto alla tomba di un altro vescovo morto per strada.
Di Vera ha citato la testimonianza di una suora raccolta nella Positio: «Bastava guardarlo per avere l’impressione che fosse sempre in preghiera». Chi gli si avvicinava trovava in lui qualcosa della bontà di Cristo prima ancora di ascoltare una sua parola. Ed ecco, ha detto il Papa, uno dei segreti dell’evangelizzazione: «assomigliare a Colui che annunciamo». In una terra dove molti conoscono a malapena Gesù Cristo e tanti giovani sono cresciuti lontano dalla Chiesa, è il modo di guardare e di ascoltare a far nascere la domanda: da dove nasce quell’amore? Lo Stato uruguaiano ha potuto ribattezzare il 25 dicembre. Un volto non si ribattezza.
Il seminario vuoto
Nel 2024 il Seminario interdiocesano non ha accolto un solo nuovo candidato. Centoquarantaquattro anni dopo che Jacinto Vera aveva inaugurato il primo seminario di Montevideo, la porta era rimasta chiusa. Nessuna campagna, nessun piano pastorale: i fedeli hanno cominciato a riunirsi per giornate di preghiera e di digiuno, chiedendo al padrone della messe di mandare operai (cfr Mt 9,38). Ieri sera alcuni dei giovani entrati da allora in seminario e nella vita consacrata sedevano nella navata, e il Papa ha chiesto di riconoscere in quei frutti la prova che Dio ascolta la preghiera del suo popolo.
Si noti la coerenza. L’omelia era partita dagli idoli che hanno orecchi e non odono; arriva a un Dio che ha udito, e che ha risposto con dei nomi propri. La teologia del salmo ha trovato la sua verifica in un registro di iscrizioni.
Poi la notizia. Da quella cattedrale il Papa ha invitato i vescovi di tutto il mondo a promuovere nelle loro diocesi giornate di preghiera e di digiuno per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Carlos Real de Azúa chiamava il suo paese la stella più debole del firmamento cattolico latinoamericano. Ieri quella stella ha indicato la strada all’intera Chiesa, e con i mezzi più poveri che esistano: lo stomaco vuoto e le mani giunte. Non è la prima volta che una riforma parte dalla periferia e risale verso il centro. È, anzi, il modo in cui il Vangelo ha quasi sempre viaggiato.
Il respiro
Ultima immagine del salmo: negli idoli non c’è respiro. Il Risorto, invece, soffiò sui discepoli: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Lo stesso Spirito, ha detto il Papa, dà vita all’argilla che siamo e la raccoglie in un unico corpo. Il cerchio aperto da Tertulliano si chiude: l’argilla modellata pensando a Cristo riceve il respiro di Cristo. Poi la richiesta di restare in comunione con il Successore di Pietro, che ha bisogno anche delle preghiere dei suoi fratelli. Detta da un convalescente, non era una formula di cortesia.
Le palpebre
Prima del Magnificat, l’ultimo pensiero è andato a Maria: nel suo seno si sono formati gli occhi che avrebbero guardato con misericordia, gli orecchi che avrebbero ascoltato le nostre suppliche, le mani che si sarebbero protese sulla croce. In una cattedrale dedicata all’Immacolata la frase ha un peso preciso. Per la scuola di Scoto, Maria è predestinata con Cristo e per Cristo: la creatura pensata insieme all’Incarnazione, il grembo in cui il volto di Dio prese forma umana. Il Papa l’ha invocata come Nuestra Señora de los Treinta y Tres, la piccola Immacolata di cedro davanti alla quale si inginocchierà domani a Florida, e le ha chiesto di tenerci vicini al Figlio perché, quando giungerà anche per noi l’ora di chiudere le palpebre a questo mondo, possiamo udire la voce del Signore che ci chiama per nome.
L’omelia era cominciata con un fonte battesimale e si è chiusa con delle palpebre che si abbassano: tra i due estremi sta un’intera vita cristiana, e la cattedrale di Montevideo li custodisce entrambi. Un uomo che tre settimane fa era in sala operatoria ha pronunciato quella frase senza enfasi e senza paura, con la quiete di chi sa di essere chiamato per nome.
Sotto le finestre della Nunziatura
A tarda sera, davanti alla Nunziatura, un gruppo di giovani lo aspettava cantando. Il Papa è uscito a cercarli: dov’è la gioventù del Papa? Ha detto di vedere un paese di giovani che hanno fede. Le statistiche dicono altro; ma anche quelle del seminario, nel 2024, dicevano altro. Poi, con la bonomia di un parroco di quartiere, li ha avvertiti che il Nunzio voleva dormire, ma che potevano cantare fino all’ora che volevano. Anzi, si è corretto, non troppo: anche i vicini vorranno dormire.
Gli idoli hanno orecchi e non odono. Ieri notte, nel paese con lo Stato più laico d’America, il problema era l’opposto: qualcuno temeva di udire troppo. Un Dio che ascolta il grido del suo popolo saprà sopportarne anche i canti.
