Il viaggio era cominciato a Parigi, la Ville lumière, e si è concluso sotto le volte della cattedrale di Santo Stefano, che i lorenesi chiamano «la Lanterna del Buon Dio». Nell’ultima Messa, celebrata per la pace e la giustizia, Leone XIV ha lasciato alla Francia e all’Europa un’omelia costruita su tre immagini bibliche e su tre negazioni che suonano come un manifesto. E ha trovato nelle vetrate di Chagall la sintesi di tutto ciò che aveva detto in quattro giorni.

C’è una simmetria perfetta, quasi da cattedrale gotica, nel viaggio che si è chiuso ieri. Il logo scelto per la visita era una vetrata circolare, un rosone. Il primo discorso, all’Eliseo, aveva evocato la luce della Ville lumière e l’aveva ricondotta alle sue sorgenti cristiane. L’ultima omelia è stata pronunciata in una delle chiese più luminose del mondo: seimilacinquecento metri quadrati di vetrate istoriate, al punto che i costruttori sembrano aver ridotto i muri al minimo indispensabile perché la luce potesse entrare in abbondanza. Il cerchio si chiude, e la luce ne è il filo.

L’omelia parte dal profeta Isaia, che descrive l’avvento del Regno di Dio con tre parole, diritto, giustizia e pace, e tre immagini: il deserto, il giardino, la casa. Il Papa le commenta come un maestro di esercizi spirituali. Il deserto è il luogo dell’essenziale e del silenzio, dove si stabilisce il diritto, la legge che aiuta l’uomo a camminare nel bene. Educa alla semplicità, alla rinuncia, al sacrificio. Il giardino è il luogo della bellezza, dove regna la giustizia: vi scorre l’acqua, i semi si aprono, ogni fiore sboccia con la sua bellezza particolare. È l’immagine di una vita giusta, che fa fiorire la persona quando aderisce liberamente al disegno di Dio.

La terza immagine è la più feconda, e il Papa vi si sofferma con un’osservazione sottile. Nel deserto e nel giardino prevale l’opera di Dio, che fa germogliare e crescere. La casa, invece, richiede un contributo più diretto dell’uomo: forze, competenze, uno sforzo comune, un vero «lavoro di cantiere». Così è la pace: dono di Dio, ma che esige la risposta degli uomini. E una casa è più di un edificio di pietre, è un luogo di presenza e di amore. La concordia, conclude il Papa, si costruisce soltanto nella carità che condivide le gioie e i dolori, incoraggia e perdona senza calcolo, «come in una famiglia». Il giorno prima, nello stesso luogo, aveva detto che accogliere un migrante significa integrarlo come nella propria famiglia. L’Europa sognata da Leone XIV non è un condominio di interessi, ma una casa di fratelli.

Poi il Vangelo, il più scandaloso del Discorso della montagna: porgi l’altra guancia, lascia anche il mantello, fai due miglia con chi ti costringe a farne uno. Il Papa sa che molti vi leggono debolezza o resa al male, e risponde con una domanda: che cosa producono, nel mondo e in noi, la vendetta, la rivalsa e il rifiuto? Quale futuro prepara un sistema di relazioni impregnato di logiche spietate? Poi, rivolgendosi ai figli di una terra dilaniata da guerre fratricide, pronuncia le tre frasi che restano come il testamento del viaggio. Non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione. Non è vero che chi se ne va sbattendo la porta è più forte di chi affronta la fatica di camminare insieme.

Dette a Metz, queste parole non sono teoria. Questa città ha conosciuto tre guerre in settant’anni, quattro cambi di bandiera, deportazioni e annessioni, e oggi è il simbolo di un’amicizia franco-tedesca che nessuno avrebbe potuto immaginare nel 1945. La Mosella, dice il Papa, testimonia al mondo che la riconciliazione è possibile solo quando si ha il coraggio di spezzare la catena del risentimento. Serve forza, e molto equilibrio, per non lasciarsi sommergere dal male quando le ferite sono profonde. Ma davanti all’ingiustizia l’unica via di salvezza è l’amore che si fa carico dell’altro. Poche ore prima, nello stesso centro congressi, il Papa aveva messo in guardia dalle «illusioni del riarmo». Qui ne indica l’alternativa evangelica: non la debolezza, ma la forza più grande, quella del perdono.

Per un francescano, il pensiero va spontaneamente alla preghiera che il mondo intero attribuisce al Poverello: dove è odio, fa’ che io porti l’amore; dove è offesa, il perdono. Pochi sanno che quella preghiera non è di Francesco, ma nacque proprio in Francia, pubblicata anonima a Parigi nel 1912, alla vigilia della Grande Guerra. Fu diffusa nelle trincee e tra i popoli in conflitto, finché qualcuno la stampò sul retro di un’immaginetta del Santo di Assisi e il mondo la fece sua. Il suo spirito è esattamente quello dell’omelia di Metz: la pace si costruisce spezzando la catena del male con il bene.

Il Papa sale poi alle altezze della teologia politica cristiana con sant’Agostino, il suo padre spirituale. La pace della Città celeste, secondo il De civitate Dei, è una comunione ordinata in cui gli uomini godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri. E la pace tra gli uomini è tranquillitas ordinis, la tranquillità dell’ordine, in cui ciascuno riconosce nell’altro una dignità e un ruolo unici e sacri. Da qui il Papa torna alle radici dell’Europa, con Giovanni Paolo II e l’Atto europeo di Santiago de Compostela del 1982, quando il Papa polacco lanciò al continente il celebre grido: Europa, ritrova te stessa. Il patrimonio spirituale e morale viene prima di quello economico e politico. E Leone XIV ne elenca i principi: il primato della persona, il carattere sacro della vita in tutte le sue fasi e condizioni, la libertà, la famiglia come fondamento della società, l’attenzione ai poveri, l’accoglienza dello straniero, il rispetto degli anziani. È la sintesi dell’intero viaggio, dall’Eliseo all’Accueil Notre-Dame. Accanto ai monaci, il Papa cita san Crodegango, vescovo di Metz nell’VIII secolo, che con la sua Regola per i canonici diede forma visibile alla comunione ecclesiale.

Poi la cattedrale. Il Papa la descrive come una biblia pauperum, una Bibbia dei poveri, dove chi non sapeva leggere imparava la storia della salvezza dai riflessi colorati dei vetri. E si sofferma sulle vetrate di Marc Chagall, il grande pittore ebreo nato in Bielorussia, esule e testimone del Novecento, che negli anni Sessanta portò in questa cattedrale i colori dei suoi sogni biblici. Grazie a lui, dice il Papa, la «Lanterna del Buon Dio» è diventata un simbolo straordinario di dialogo ecumenico e interreligioso. La luce di Dio non cancella le differenze, ma unisce storie e culture diverse in un unico, meraviglioso mosaico di pace. L’avvenire dell’Europa non sta nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una breccia da cui passa la luce.

L’ultima immagine è un’ecclesiologia in miniatura. Senza le vetrate, le finestre della cattedrale sarebbero soltanto aperture invase da una luce accecante. Con le vetrate diventano libri che radunano il popolo intorno a storie di eroismo, misericordia e bellezza morale. Così la Chiesa: le sue strutture hanno senso solo se aiutano a portare al mondo la luce del Vangelo, filtrata, resa accessibile, raccontata. Non muri che trattengono la luce, ma vetrate che la traducono.

Il viaggio si chiude con un augurio a Metz: essere un faro di speranza per la Francia, per l’Europa, per il mondo. Quattro giorni fa, all’Eliseo, il Papa aveva invitato la Francia a ricordare da dove venga la sua luce. Ieri sera, nella «Lanterna del Buon Dio», ha mostrato che quella luce non abbaglia e non divide: attraversa i vetri colorati delle culture, delle lingue e delle ferite, e diventa bellezza. Affinché il mondo abbia la vita.


Nell’ultima Messa del viaggio, per la pace e la giustizia, Leone XIV commenta Isaia con le immagini del deserto, del giardino e della casa: il diritto, la giustizia e la pace, dono di Dio e «cantiere» degli uomini. Sul Vangelo dell’altra guancia, a Metz, terra di guerre fratricide, afferma che non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Poi Agostino e la tranquillitas ordinis, le radici cristiane dell’Europa, san Crodegango. Infine le vetrate di Chagall nella «Lanterna del Buon Dio»: l’avvenire dell’Europa non è l’uniformità, ma l’armonia delle differenze.