Tre voci nello stesso Centro Congressi intitolato a Robert Schuman, a pochi chilometri dalla sua tomba di Scy-Chazelles. Il presidente della Repubblica parla dell’Europa che deve difendersi, il cardinale presidente dei vescovi di quella che deve ricordare, il Papa di quella che deve osare la pace. Tre accenti diversi, che a tratti convergono e a tratti divergono. E l’ultima tappa del viaggio si trasforma in un piccolo trattato a tre voci sul destino del continente.
Chi aveva seguito le schermaglie della vigilia ha colto subito la novità: Emmanuel Macron era a Metz. Il presidente che aveva disertato le Messe, dopo i «no» vaticani alla visita guidata di Notre-Dame e al pranzo di Stato, ha scelto di raggiungere il Papa in Lorena e di portare con sé alcuni leader politici europei. Il cardinale Jean-Marc Aveline lo ha ringraziato pubblicamente, non solo per la presenza ma per l’impegno di tutti i servizi dello Stato nell’organizzazione del viaggio. Un gesto di distensione, compiuto con eleganza, che ha chiuso la polemica là dove doveva chiudersi: sul terreno di Schuman, l’uomo della riconciliazione.
La voce del presidente: un’Europa che si difende
Il discorso di Macron è stato quello di un capo di Stato europeista al termine del suo mandato, colto e costruito con cura. Ha ripercorso la storia della riconciliazione franco-tedesca, da Schuman alla Messa di Reims del 1962 in cui de Gaulle e Adenauer pregarono fianco a fianco, fino al Trattato dell’Eliseo. Ha descritto l’Europa come un palinsesto di Grecia, Roma, cristianità e Lumi. Ed è notevole, sulla bocca del presidente della laicità, il riconoscimento esplicito che l’Europa si è costruita su un fondamento greco-romano e giudeo-cristiano. Ha perfino reso omaggio a un principio «caro alla tradizione della Chiesa», la sussidiarietà, definendo l’Unione una forza che non cancella le nazioni ma ne accresce la capacità di agire.
Il cuore del suo intervento, però, è stato politico, e porta un nome preciso: sovranità. Davanti al ritorno della guerra e degli imperi, Macron ha rivendicato l’impegno incrollabile al fianco dell’Ucraina contro l’aggressione russa e la costruzione di un’«Europa della difesa e della pace». Poi competitività, sovranità tecnologica, clima, lotta alla disinformazione. Qui il presidente ha citato il Vangelo di Giovanni, «la verità vi farà liberi», e l’enciclica Magnifica humanitas. Ha ripreso anche Bernanos, che il Papa aveva evocato all’Eliseo, e ha annunciato la battaglia europea per una «maggiore età digitale» a tutela dei giovani. E ha congedato il Papa con una battuta di spirito. Un antico detto yiddish, ripreso poi dai tedeschi, per indicare una felicità serena, dice «felice come Dio in Francia». D’ora in poi, ha concluso Macron, si dirà: felice come Leone XIV da noi.
La voce del cardinale: un’Europa che ricorda
Il cardinale Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale, ha aperto con una confidenza. Quando preparavano il viaggio, tra le molte città possibili, da Ars a Lisieux, il Papa aveva scelto Metz «a causa dell’Europa». Poi ha spiegato perché non Bruxelles, Strasburgo o Lussemburgo, sedi delle istituzioni: perché è in Lorena, sull’humus di una terra insanguinata dalle guerre, che sono nati i desideri audaci della riconciliazione. Ha evocato Schuman, De Gasperi e Adenauer, e la «piccola speranza» di Charles Péguy, caduto nei primi giorni della Grande Guerra.
Il cardinale ha portato con sé abati e badesse dei monasteri di confine, e ha ricordato di aver visto a Cîteaux la sala del «definitorio». Secondo gli storici vi si riuniva ogni anno una sorta di primo parlamento europeo, dove gli abati cistercensi discutevano di spiritualità, ma anche di tecniche agricole e di allevamento, tessendo l’Europa dall’Atlantico alle pianure dell’Est. Ha poi individuato un tratto distintivo del continente: il confronto critico tra fede e ragione, capace di denunciare tanto le patologie della religione, quando confonde l’assoluto di Dio con quello dell’istituzione, «all’origine di molti abusi», quanto quelle della ragione ridotta a tecnica. È un’autocritica rara sulla bocca di un presidente di conferenza episcopale, e onesta. Ha reso omaggio al popolo ebraico, al suo immenso contributo e al suo «spaventoso» martirio. Poi l’immagine più toccante: in quelle stesse ore i vescovi tedeschi aprivano la loro assemblea plenaria a Fulda, e il loro presidente gli aveva scritto che in Germania seguivano il viaggio con emozione e gratitudine, pregando per lui. «L’amicizia perdura.» Dopo tre guerre, i vescovi di Francia e di Germania si scrivono come fratelli.
La voce del Papa: un’Europa che osa la pace
Leone XIV ha costruito il suo discorso come un viaggio dalle radici al futuro. L’Europa, dice, è una realtà culturale e storica prima ancora che geografica, e progredisce quando sa incontrare l’altro. Tra gli esempi cita la presenza della cultura araba nella penisola iberica e l’incontro, doloroso ma fecondo, tra il Vecchio e il Nuovo Mondo: parole che nella bocca di un Papa americano, missionario in Perù, hanno un peso particolare. Poi i padri spirituali del continente. San Benedetto, patrono d’Europa, senza i cui monasteri la civiltà europea non esisterebbe. E proprio Metz, la città di san Crodegango, da cui il canto gregoriano si diffuse nei territori carolingi. Poi Schuman, con la sua convinzione che il cristianesimo abbia insegnato l’uguaglianza di tutti gli uomini, figli dello stesso Dio, e De Gasperi con la sua «morale unitaria» europea. Il riferimento cristiano, precisa il Papa, non è un criterio confessionale esclusivo: è la memoria che la trascendenza è costitutiva della persona.
Sulla laicità il Papa rilancia la linea dell’Eliseo, ma su scala europea. Cita l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione, che prevede un dialogo aperto e regolare con le Chiese. Ricorda che la laicità non significa soltanto neutralità delle istituzioni, ma vera collaborazione e rispetto della libertà di organizzazione, espressione e culto. E con Francesco chiede di riequilibrare i diritti con i doveri, contro un’idea di diritto soltanto individuale.
Poi due passaggi che segnano la distanza da una parte del discorso presidenziale. Il primo riguarda i migranti. Riprendendo quanto detto alle Canarie in giugno, il Papa chiede vie legali e sicure, lotta ai trafficanti, protezione delle vittime, integrazione seria. E aggiunge un’immagine domestica: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, permettendole di sviluppare i suoi talenti e di impregnarsi dello «spirito della casa». È un incontro storico tra popoli, dice, che richiede di riscoprire le radici e insieme di ascoltare l’altro.
Il secondo è il più netto, e tocca il cuore della politica europea. La guerra è tornata in Europa, e il Papa la chiama con le parole di Benedetto XV: una nuova «inutile strage». Chiede dialogo paziente, coraggio nel negoziato, disponibilità a rinunciare ad alcune posizioni per il bene superiore della pace. Non si tratta di irenismo ingenuo: anche lui cita la frase di Schuman sugli «sforzi creativi» necessari per la pace, che Macron aveva appena usato. Ma ne trae una conclusione opposta. Bisogna guardarsi dalle «illusioni del riarmo». Non è un caso, osserva, che gli appelli ad aumentare le spese militari vengano giustificati invocando il pericolo rappresentato dagli altri. E pone una domanda che nessun leader presente in sala può eludere: stiamo davvero facendo sforzi creativi per la pace, o ci limitiamo ad arginare l’emorragia della guerra preparandoci a quella che crediamo debba venire?
È qui che le tre voci si distinguono con maggiore chiarezza. Il presidente parla di un’Europa della difesa, il Papa mette in guardia dal riarmo. Entrambi citano Schuman: il primo per giustificare la forza, il secondo per chiedere più creatività. Il Papa aggiunge il diritto internazionale, fondato sul principio pacta sunt servanda, e ricorda con finezza che in Alsazia-Mosella vige ancora il Concordato del 1801. Poi denuncia relazioni tra Stati sempre più «barbare», dove la parola data viene calpestata e si preferiscono menzogna e inganno.
Il congedo è per i giovani, e riprende la pedagogia dei «piccoli passi» di Schuman contro la pretesa moderna di avere tutto e subito. Il Papa li esorta a costruire la pace nel cuore, nelle famiglie, nelle scuole, nelle città. E poi, davanti ai responsabili politici europei, aggiunge ciò che in quella sala nessun altro aveva detto: non abbiate paura di fondare una famiglia, di mettere al mondo dei figli, di difendere la dignità di ogni persona dal grembo materno all’ultimo respiro, e di impegnarvi anche in politica.
Tre voci, dunque. Macron ha parlato da statista di un’Europa sovrana che deve difendersi. Aveline, da pastore di una terra riconciliata, di un’Europa che non deve dimenticare. Leone XIV, da profeta, di un’Europa che deve osare la pace, accogliere lo straniero e amare la vita. Non si escludono del tutto, ma non coincidono. Ed è forse questo il miglior omaggio a Schuman: il dialogo franco tra chi vede le cose in modo diverso, nella fedeltà a ciò che unisce. Il viaggio si chiude qui, nella città del gregoriano e del Venerabile, con una consegna che vale per il continente intero: la pace non si prepara preparando la guerra.
Nell’ultima tappa del viaggio, nel Centro Congressi intitolato a Schuman, tre voci sull’Europa. Macron, riconciliato col Papa dopo le polemiche della vigilia, rivendica radici giudeo-cristiane, sussidiarietà e sovranità, e un’«Europa della difesa». Il cardinale Aveline evoca la Lorena insanguinata, il «parlamento» cistercense di Cîteaux, le patologie della religione e della ragione, e l’amicizia con i vescovi tedeschi. Leone XIV, da san Benedetto al gregoriano di Metz, chiede accoglienza per i migranti «come in famiglia», mette in guardia dalle «illusioni del riarmo» e dice ai giovani: non abbiate paura di avere figli e di difendere la vita.

