I documenti declassificati non autorizzano a dire che Washington abbia diretto tutte le stragi italiane. Dicono però qualcosa di già abbastanza grave: per decenni gli Stati Uniti considerarono gli equilibri politici della Repubblica una questione di sicurezza nazionale americana, finanziando clandestinamente forze politiche, sostenendo operazioni coperte e preparando reti segrete. L’Italia alleata fu anche un’Italia sorvegliata.

C’è una differenza enorme tra avere un alleato e decidere quali governi quell’alleato possa permettersi. L’Italia uscita dalla guerra entrò nel campo occidentale, ricevette aiuti indispensabili, scelse la NATO e costruì dentro quella collocazione una parte fondamentale della propria sicurezza. Ma gli archivi americani raccontano anche un’altra storia: Washington non si limitò a sperare che gli italiani scegliessero il campo occidentale. Cercò attivamente, e spesso clandestinamente, di condizionare quella scelta. È da questo dato documentato, non dalle fantasie complottistiche, che bisogna ripartire quando parliamo di CIA, Gladio, anticomunismo e sovranità limitata nella Prima Repubblica.

Quando l’Italia diventò una questione di sicurezza americana

Il dossier dal quale prende spunto questa riflessione formula accuse molto più vaste: arriva a prospettare un coinvolgimento della CIA nelle stragi italiane e un rapporto organico con mafia ed eversione neofascista. È precisamente su questo terreno che bisogna evitare di trasformare l’indizio in sentenza. Ma non occorre sposare quelle conclusioni per incontrare una realtà già impressionante.

Nel 1948 gli Stati Uniti intervennero pesantemente nel quadro politico italiano. I documenti ufficiali americani mostrano che Washington considerava un eventuale successo del Fronte popolare una minaccia strategica per tutto il Mediterraneo. Il National Security Council discusse esplicitamente quali misure adottare nel caso in cui i comunisti entrassero al governo persino attraverso mezzi legali. 

E non si trattava soltanto di diplomazia.

Una ricerca storica del Dipartimento della Difesa statunitense, desecretata e pubblicata dal National Security Archive, documenta che gli aiuti coperti della CIA alla politica italiana continuarono dopo le elezioni del 1948 e, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Sessanta, raggiunsero mediamente circa cinque milioni di dollari l’anno. Quei fondi servivano a rafforzare governi centristi e organizzazioni anticomuniste, intervenendo anche nel mondo sindacale. 

Possiamo chiamarlo come vogliamo. Ma quando una potenza straniera versa clandestinamente denaro affinché il sistema politico di un altro Paese evolva nella direzione desiderata, non siamo più soltanto nel territorio dell’alleanza. Siamo dentro una forma di interferenza.

La paura del comunismo e il problema dei mezzi

Sarebbe però storicamente disonesto raccontare il 1948 come se Washington avesse improvvisamente deciso di manipolare una democrazia tranquilla per puro imperialismo. La Guerra fredda era cominciata, Stalin dominava l’Europa orientale, il colpo di Praga del febbraio 1948 aveva appena mostrato come poteva terminare la conquista progressiva delle istituzioni da parte comunista e gli Stati Uniti interpretavano l’Italia come una frontiera essenziale del confronto con Mosca. I documenti americani dell’epoca riflettono precisamente questa percezione. 

Capire quella paura, tuttavia, non significa rendere moralmente neutri tutti i mezzi utilizzati per fronteggiarla.

È forse la domanda più interessante anche per noi cattolici. L’anticomunismo fu comprensibile alla luce della persecuzione religiosa, del totalitarismo sovietico e della negazione delle libertà fondamentali nei Paesi dell’Est. Ma proprio la dottrina morale cristiana dovrebbe impedire di trasformare la bontà di un fine nella santificazione automatica degli strumenti.

Non basta dire: volevamo difendere la democrazia. Bisogna domandare: con quali mezzi l’abbiamo difesa?

Perché una democrazia che deve essere segretamente corretta affinché gli elettori producano il risultato geopoliticamente desiderato contiene già una contraddizione.

Una lunga operazione, non un episodio del 1948

Sarebbe inoltre comodo collocare tutto nell’emergenza delle prime elezioni repubblicane e chiudere la questione. Gli archivi americani mostrano invece una continuità assai più lunga.

Ancora nel 1971 il cosiddetto 40 Committee approvò un programma di azione politica clandestina per l’Italia, promosso soprattutto dall’ambasciatore Graham Martin, destinato a contenere la crescita del PCI e rafforzare il centro politico. Un memorandum della CIA dell’ottobre 1972 descrive esplicitamente quel programma. 

E nel 1976, in occasione delle elezioni politiche italiane, la CIA mise in atto un programma coperto di propaganda e disinformazione autorizzato dall’amministrazione Ford, comprendente anche materiale contraffatto destinato ad alimentare i timori nei confronti del Partito comunista. Lo documentano oggi gli stessi archivi ufficiali del Dipartimento di Stato americano. 

Questa cronologia cambia la prospettiva.

Non stiamo parlando di una sola eccezione giustificata dall’emergenza del dopoguerra. Stiamo parlando di una pratica che attraversò fasi differenti della Repubblica.

Gladio: ciò che sappiamo e ciò che non possiamo inventare

Dentro questo mondo si colloca Gladio. Anche qui è necessario tenere separati due piani che nel dibattito pubblico vengono continuamente confusi.

L’esistenza della rete stay-behind non è una teoria. È un fatto. La documentazione parlamentare italiana ha ricostruito che nel 1956 SIFAR e CIA riformularono accordi relativi a una rete clandestina italo-americana di resistenza post-occupazione che affondava le proprie radici almeno negli accordi del 1951-1952. La struttura doveva prepararsi al caso di invasione o occupazione da parte del blocco sovietico e rimase segreta per decenni.

Il testo allegato va molto oltre e presenta Gladio come strumento ripetutamente utilizzato contro nemici politici interni, collegandola al Piano Solo e ad altre operazioni. Qui occorre molta più cautela. L’esistenza della rete, i rapporti con gli Stati Uniti e la segretezza sono documentati; la tesi secondo la quale Gladio, come struttura, avrebbe diretto o realizzato le stragi della strategia della tensione non è stata stabilita in modo equivalente dalle sentenze e non può essere presentata come un fatto acquisito.

Ed è proprio il confine tra queste due affermazioni che rende la vicenda affascinante.

Non tutto è stato dimostrato. Ma abbastanza è stato dimostrato per capire perché gli interrogativi non siano nati dal nulla.

Borghese: gli americani sapevano, ma i documenti raccontano una storia più complicata

Lo stesso metodo deve essere applicato al golpe Borghese del dicembre 1970.

Una narrazione diffusa sostiene che il tentativo di colpo di Stato sia stato organizzato in collaborazione con la CIA. Il dossier allegato adotta sostanzialmente questa lettura. Ma i documenti americani oggi disponibili impongono un quadro più complesso.

Il 7 agosto 1970 l’ambasciatore statunitense Graham Martin riferiva dettagliatamente a Washington dell’esistenza di piani golpisti riconducibili al Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. I cospiratori volevano sapere se gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto il nuovo governo. Il telegramma precisa che il piano sarebbe stato realizzato «con o senza» sostegno americano. Soprattutto, Martin comunicò a Borghese che Washington considerava inopportuno il ricorso a un golpe e riteneva improbabile il suo successo; successivamente l’ambasciata segnalò la reazione americana negativa anche alle autorità italiane. 

Questo non significa che abbiamo chiarito ogni relazione fra uomini americani, militari italiani ed estrema destra. Significa però che non possiamo trasformare automaticamente la conoscenza americana dei piani nella prova che Washington li avesse ordinati.

La storia seria è spesso meno comoda delle nostre tesi.

Il punto non è dimostrare che “la CIA ha fatto tutto”

Ed è qui che certe ricostruzioni finiscono paradossalmente per indebolire il problema che vogliono denunciare. Se si sostiene che dietro ogni bomba, ogni golpe, ogni mafia e ogni svolta politica ci sia sempre la CIA, si costruisce una spiegazione tanto totale da diventare quasi indimostrabile.

E invece gli archivi ci consegnano qualcosa di molto più concreto.

Gli Stati Uniti finanziarono clandestinamente forze politiche italiane. Intervennero nelle campagne di propaganda. Considerarono l’assetto politico della Repubblica una componente della propria sicurezza nazionale. Organizzarono con i servizi italiani una struttura clandestina stay-behind. Continuarono ancora negli anni Settanta a finanziare programmi di azione politica coperta. Tutto questo è documentato. 

Perché dovremmo aver bisogno di aggiungere ciò che non possiamo dimostrare?

L’Italia alleata o l’Italia sotto tutela?

La questione più profonda diventa allora quella della sovranità.

Durante la Guerra fredda l’Italia apparteneva al blocco occidentale per una scelta politica reale e largamente maggioritaria, ma quella scelta avveniva dentro rapporti di forza internazionali rigidissimi. Gli Stati Uniti non consideravano infatti indifferente ciò che gli elettori italiani avrebbero potuto decidere.

Il documento NSC 6014 dell’agosto 1960 definiva l’Italia elemento essenziale dell’Alleanza Atlantica e giudicava la possibilità di un controllo comunista come un danno politico, psicologico e militare gravissimo per l’Occidente. Allo stesso tempo, quel documento mostrava una posizione più articolata di quanto suggeriscano alcune ricostruzioni: Washington guardava con preoccupazione anche a un’eventuale polarizzazione che avesse spinto il Paese verso una destra autoritaria e riteneva preferibile sostenere forze democratiche di centro sufficientemente ampie. 

Anche questa parte della storia conta.

Gli Stati Uniti non avevano semplicemente deciso: “vogliamo il fascismo”. Avevano deciso qualcosa di differente: l’Italia non doveva uscire dal campo occidentale.

E attorno a quel principio si costruì una politica che poteva sostenere apertamente la democrazia e contemporaneamente interferire clandestinamente nei suoi meccanismi.

La contraddizione è tutta qui.

Anche la libertà occidentale deve sopportare la verità

Settant’anni dopo non dobbiamo scegliere tra due catechismi.

Non dobbiamo sostituire al racconto dell’America liberatrice quello dell’America onnipotente e criminale che avrebbe controllato ogni avvenimento italiano. Gli Stati Uniti contribuirono in maniera decisiva alla liberazione dell’Europa occidentale, alla ricostruzione economica e alla sicurezza di un continente minacciato dal blocco sovietico. Questo appartiene alla storia.

Ma appartiene alla storia anche il resto.

Una grande democrazia occidentale utilizzò denaro occulto, propaganda clandestina e operazioni di intelligence per condizionare la vita politica di un’altra democrazia alleata. È qualcosa che oggi conosciamo anche grazie ai suoi stessi documenti declassificati.

Dirlo non significa essere antiamericani.

Significa prendere sul serio l’idea di libertà che l’Occidente affermava di difendere.

Perché la democrazia non può essere autentica soltanto quando produce il risultato che desideriamo. La sua prova più difficile arriva precisamente quando gli elettori potrebbero scegliere ciò che riteniamo sbagliato.

E forse la grande lezione italiana della Guerra fredda è questa: la paura di perdere la libertà può indurre persino chi vuole difenderla a limitarla.

Non abbiamo bisogno di attribuire alla CIA tutte le stragi per interrogarci sulle ombre della Prima Repubblica. Bastano i documenti già aperti.

E forse fanno ancora più impressione proprio perché non sono stati scritti dai complottisti, ma dagli uomini che quelle operazioni le progettavano.

La storia della presenza americana in Italia non si riduce né alla liberazione né alla cospirazione. Fu alleanza, protezione, ricostruzione, ma anche pressione, denaro clandestino e azione politica coperta. La domanda che resta non è se Washington abbia comandato ogni evento oscuro della Repubblica: le prove non lo consentono. È quanto spazio una democrazia possa cedere alla propria potenza protettrice prima che l’alleanza cominci ad assomigliare a una tutela.